
Il presidente del Libano Joseph Aoun, che nelle ultime ore ha lanciato l’unico messaggio sensato sulla situazione in Medio Oriente.
Raccontare cosa accade in Medio Oriente è diventato una sfida contro il tempo: sono così rapidi gli eventi, che sembra impossibile trovare un momento nel quale inserirsi per tentare di dare un aggiornamento che non sia trasformato dagli accadimenti stessi. Forse conviene cercare di trovarne il senso, forse quello si può indicare provvisoriamente vista la volubilità di Trump.
La giornata di domenica 7 giugno è cominciata con notizie di stampa tanto autorevoli quanto sorprendenti, che giungevano dagli Stati Uniti: la prima indicava un report del New York Times che riferiva di prove documentali, filmati, attestanti l’uso di fosforo bianco, proibito dalle leggi internazionali, da parte dell’esercito israeliano nel sud del Libano. La seconda riferiva di timori statunitensi che gli israeliani stessero spiando il mediatore più vicino a Donald Trump. Israele ha smentito.
Poco dopo Hezbollah ha rivendicato di aver attaccato il territorio israeliano. Nello stesso tempo si è appreso che un errore israeliano è costato la vita a un generale libanese e due sue sottoposti. Un colpo li ha centrati al posto di operativi di Hezbollah. All’ora di pranzo Israele ha risposto all’azione di Hezbollah contro il proprio territorio superando la linea rossa fissata da Trump e colpendo un edificio di Beirut sud, al di là di quel Libano meridionale dove la guerra potrebbe procedere nella sua piena ferocia. Trump ha detto di non averlo saputo e di non condividere.
A questo punto è entrata nel teatro bellico l’Iran, che ha lanciato dei missili contro Israele che nella notte ha risposto nonostante Trump abbia affermato di aver chiesto all’alleato di non farlo. Le azioni israeliane avrebbero centrato (solo) obiettivi militari. I colpi iraniani sarebbero stati (solo) avvertimenti. Poi si è saputo anche di un missile yemenita, dei famosi Houti, diretto contro Israele e abbattuto.
È finita? Trump sostiene che tutto riprende come prima, il negoziato non è saltato, l’accordo tra Usa e Iran rimane vicino. Non è poco, soprattutto per quelli che ritengono che fosse proprio questo che Netanyahu voleva evitare. Resta allora da capire perché Teheran abbia agito andando a provocare proprio chi non vorrebbe l’accordo.
Cosa accadrà?
Al momento si può dire che questa domenica merita attenzione. L’Iran, secondo l’interpretazione più convincente, ha inteso mandare un messaggio rasserenante ai suoi alleati, le milizie operative nel Medio Oriente, dal Libano all’Iraq allo Yemen: noi ci siamo, vi difendiamo, siete parte di noi. Questo per un motivo fondamentale: il sistema iraniano non accetta di farsi ridurre al proprio spazio geografico, vuole dimostrare che trattare con lui vuol dire trattare con un attore che può incidere in e da tutta la regione.
Più difficile definire i rapporti tra Israele e Stati Uniti. Trump, che ha sempre usato bastone e carota con Teheran, oggi sembra prediligere la carota per chiudere un accordo e uscire da un teatro bellico dove non ha più interesse a restare. Il suo elettorato è sotto stress, ed è a quello che il presidente americano sembra rivolgersi (dopo scelte non condivise dalla sua base). Ma il presidente ha anche altri referenti e anche di questo tiene conto.
Anche Netanyahu, come Trump, ha le elezioni, quelle israeliane, come stella polare. Accettare paletti sotto elezioni è sconveniente, ma i rapporti con Washington non possono essere lasciati alle ortiche. Dunque capire che tipo di attacco abbia realmente compiuto è importante.
Se davvero, chi lo sa, per Washington nulla fosse cambiato, se davvero Teheran si accontenterà di aver fatto vedere che reagisce per difendere i suoi «amici», valutando il danno ricevuto contenuto, non può dirsi al momento ma è possibile (è già accaduto).
Certo in questa scacchiera le vite contano poco. Chi indica un’apparente discontinuità è Trump. È irritato con il suo alleato? O deve darlo a vedere? E perché? Per strizzare l’occhio alla sua base, o perché l’accordo per lui è davvero vitale?
Il messaggio di Aoun
Chi a mio avviso ha detto qualcosa di chiaro che andrebbe capito è il presidente libanese Joseph Aoun. Intervistato dalla CNN dopo il suo tentativo di raggiungere un difficilissimo cessate il fuoco senza che fosse pieno cessate il fuoco, diciamo un cessate il fuoco asimmetrico, ha mandato due messaggi. Uno a Israele: «potete anche distruggere tutto il Libano, raderlo al suolo, ma non raggiungerete i vostri obiettivi». Uno a Hezbollah: «potete pure trascinarci in una guerra senza fine, ma non raggiungerete i vostri obiettivi».
Forse l’ex generale Aoun ha parlato anche da generale, ma forse ha parlato soprattutto da capo di stato, cosa che dal palazzo da cui parlava non accade sovente, anzi. Quanto da lì è stato detto è stato spesso ignorato perché era solo retorica asservita a questo o quello. Questa volta no.
Mentre tutti parlano di guerra tra Israele e Hezbollah, il suo paese va in rovina, è distrutto. Le terre, le infrastrutture civili, per non parlare delle persone, dei civili, non appartengono a Hezbollah. Questo vale per tutti, per chi spara da una parte e dall’altra. Ma anche noi, che seguitiamo a parlare di una guerra solo tra Hezbollah e Israele. Entrambi coinvolgono un intero paese. E Joseph Aoun lo ha detto, senza risparmiare parole chiare all’Iran: «voi ci usate per i vostri negoziati».
Devo ammettere che il suo discorso mi ha impressionato, ma è stato citato molto poco dalla stampa internazionale. La muscolosità degli altri fa più presa. Comprensibile per le piroette di Trump, rilevante sarebbe l’ultima se sapessimo che lo è davvero, e cioè che i negoziati proseguono, meno per gli altri. Per capire cosa accadrà sarebbe più utile ascoltare Joseph Aoun.





