MH: riconoscimenti e tre “dubia”

di:

vinicio

Lunedì 25 maggio 2026 è stata pubblicata la nuova e prima enciclica di Papa Leone XIV dal titolo Magnifica humanitas – Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

L’intento è evidente: continuare l’impegno della Chiesa, tramite la dottrina sociale, per preoccuparsi dell’umanità negli eventi sociali che variano nel tempo. L’enciclica inizia nel definire ciò che la Chiesa può indicare, nel rispetto della separazione tra Stato e Chiesa: ambiti distinti anche se vertono sugli stessi temi.

È un testo definito e coerente con lo scopo per cui è stato scritto. Inizia, dunque, con gli sviluppi della dottrina sociale della Chiesa, per confermare i fondamenti della dottrina sociale: essere umano immagine di Dio, uguale dignità di tutti, il valore dei diritti umani.

Sono quindi indicati i principi a cui la Chiesa si ispira:

  • il bene comune
  • la destinazione universale dei beni
  • il principio di sussidiarietà
  • il principio di solidarietà
  • il principio della giustizia sociale

Dopo aver ricordato i principi-guida, l’attenzione è posta sui nuovi modelli di sviluppo: paradigma tecnocratico e di intelligenza artificiale. La risposta è nella responsabilità, nella trasparenza e nel governo dell’intelligenza.

Al n. 84 l’enciclica dichiara: «La qualità dello sviluppo si misura infatti dalla sua capacità di tenere insieme, senza separarle, la giustizia verso le persone e la custodia della Casa comune, favorendo condizioni di vita dignitose, accesso ai beni necessari, relazioni sociali giuste, cura del creato e attenzione alle generazioni future».

In poche righe sono narrati le condizioni dello sviluppo: anche per la tecnologia innovativa tali scopi vanno mantenuti, continuando lo sviluppo sociale ed economico degno del rispetto delle persone e dei popoli.

Sono affrontati i temi della verità, del lavoro, della libertà. L’obiettivo è la cultura dell’amore per una vita sana, gioiosa e in pace per tutti, senza dimenticare quanti soffrono, rilanciando il dialogo e il rispetto delle culture.

Primo dubbio

Leggendo l’enciclica sono sorti dubbi di riflessione. Il primo dubbio è se, nella società secolarizzata, sia efficace l’approccio di una enciclica. La domanda sorge per l’autorevolezza delle parole del pontefice: la domanda è se fosse stata più utile un’esortazione apostolica.

Tecnicamente l’enciclica è documento più efficace dell’esortazione apostolica. La domanda è se la parola solenne della Chiesa abbia oggi interlocutori disponibili ad accoglierla. Non i battezzati, perché gli stessi fedeli cristiani hanno un’ampia libertà di giudizio, né gli Stati, gelosi della propria autonomia di scelta. Forse è il momento di “differenziarsi” anche strutturalmente dall’etica prevalente rispetto a un’etica cristiana.

Se, nei secoli trascorsi, erano possibili richiami alle istituzioni pubbliche per una visione condivisa tra Stato e Chiesa, oggi le civiltà, con le loro leggi, sono autonome, nemmeno contrarie, perché ignorano la religione.

Con richiamo ai Padri apostolici, è forse coerente l’ipotesi di una “rottura”, a differenza del dialogo tra sordi. Per intenderci, un richiamo a Tertulliano invece che alla filosofia neoplatonica dei primi Padri greci, i quali hanno sacralizzato la filosofia aristotelica.

Secondo dubbio

La seconda perplessità sorge dai riferimenti biblici. Le due icone riferite richiamano alla torre di Babele e alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme (nn. 7-10). Nella Scrittura, soprattutto del Nuovo Testamento, sono molti i testi che interpellano fenomeni sociali e politici. Le due icone ricordate non sono conosciute dai fedeli cristiani, anche se utili a una concezione unitaria della società.

Forse è efficace rivolgersi direttamente ai Vangeli per creare una vera e propria distanza da impostazioni che non hanno più nulla di religioso. Nei battezzati sono rimasti riferimenti devozionali che non dispongono di alcun potere per cambiare gli assetti culturali e politici emergenti.

Terzo dubbio

Una terza obiezione è sulla eticità che ha fatto nascere e crescere l’intelligenza artificiale. I dati riferiti ai finanziamenti e allo sviluppo delle nuove tecniche sono impressionanti.

Sono strumenti nati da intelligenze singole, diventate appannaggio di grandi gruppi finanziari. Gli investimenti parlano di miliardi dollari.

Le notizie, il commercio, le guerre sono appannaggio di chi cerca profitti senza remore. Creano efficienza e ricchezza, invadendo pratiche e volontà.

Nemmeno gli Stati sono in grado di gestirei processi di crescita e di indirizzo economico.

Nel contemplare la parte “occidentale” della terra, si evidenzia la prevalenza assoluta dell’economia su altri aspetti della vita sociale. Infiniti richiami vengono fatti sia sul versante dell’accumulo di risparmi, sia sul versante dei consumi. Il popolo occidentale sembra essersi ridotto a homo oeconomicus.

L’informazione e la conseguente formazione delle coscienze, i rapporti interpersonali, la mobilità, la salute, la gestione del tempo e dello spazio sono “economici”. Sono, cioè, determinati dall’andamento economico personale, familiare e di gruppo.

Gli approcci diversi dell’umanità diventano quindi relativi, marginali: tutto sommato ininfluenti, se non correlati alla crudezza delle ricchezze.

L’organizzazione della vita personale, familiare, di gruppo non solo è soggiogata dall’economia, ma ne è dominata e pervasa.

Le emozioni, i pensieri, le energie delle persone e delle nazioni sono invase dall’economia. Tutto ciò procura una specie di stravolgimento dell’equilibrio della vita.

Le conseguenze della prevalenza e dell’invadenza dell’economia sono molte.

A livello valoriale non è difficile comprendere che, se la prevalenza e l’invadenza economica sono alte, gli stessi valori della vita, i riferimenti della propria condotta vanno a misurarsi con le economie reali.

Il risultato è l’astrazione delle cosiddette “leggi economiche” dai riferimenti valoriali, che pure si dicono di riconoscere.

In questa dimensione, lo schema più semplice è la rimozione tout court dei riferimenti dottrinali. In termini concreti, il riferimento a “non rubare” di cattolica memoria si modifica e diventa altro da quanto la dottrina suggeriva. La prassi, insomma, ha avuto il potere di stravolgere la teoria fino a soppiantarla. È quanto letteralmente sta avvenendo in occidente. La conseguenza più grande consiste nel non dare valore alla dottrina; di conseguenza, essere o contraddetta o ignorata.

L’ultima fase di questo processo è l’assimilazione della nuova dottrina derivante dalla prassi. Si crea così un circuito per cui, da una situazione di partenza, si passa ad altra situazione di arrivo, senza soluzione di continuità. Il punto di partenza viene relegato ad opzione vagamente intesa. Una specie di desiderio irraggiungibile.

Una seconda conseguenza dell’invadenza e prevalenza economica è nella concezione della persona. L’occidente si è contraddistinto per aver elaborato una piattaforma di riferimenti alla dignità della persona che è tale fin dalla nascita, alla quale vanno riconosciuti diritti e libertà a prescindere da ogni condizione storica: lingua, sesso, religione, condizioni culturali, economiche, sociali.

L’economia reale sposta il problema e lo pone nella dimensione degli obiettivi da conseguire, senza determinarne modi, tempi, obbligatorietà. I processi di adeguamento ai principi vengono affidati ai singoli e ai gruppi in completa libertà. A chi è in difficoltà, insomma, spetta il compito di invocare l’uguaglianza e il rispetto, non avendo altro strumento che quello della petizione.

A livello politico, lo stesso sistema fiscale, che vuole essere compensativo di disuguaglianze è gestito da chi ne garantisce il gettito.

Le minoranze non tutelate rischiano la propria identità: si attiva una serie di relazioni interpersonali che non sono più improntate alla reciprocità. Ciascuno è costretto a sopravvivere all’inseguimento di un’adesione alla normalità della maggioranza che mai raggiungerà. Ma di questa normalità – si pensi ai giovani – non assumerà in toto la cultura e la normalità, ma si approprierà di quanto di più appariscente l’abbondanza presenta.

L’economicità esasperata indentifica potere ed economia. Non soltanto in termini assoluti – chi ha, vale –, ma anche in termini relativi – chi ha, può avere –, attivando una spirale dalla quale si salva solo chi possiede “eccezionali” risorse personali. Nell’appiattimento e nella massificazione delle possibilità, emerge solo ed esclusivamente chi “possiede”.

È evidente che solo un interesse reciproco può determinare lo sviluppo del binomio conoscenze-economia. Sempre più spesso sono le leggi di mercato che spingono alla diffusione e quindi all’affermazione delle culture.

Non è difficile immaginare dunque un “mercato” delle conoscenze, determinato dalla logica della domanda-offerta.

Ciò vale per le arti visive, per le conoscenze scientifiche, per la musica, per l’arte e per ogni espressione di pensiero.

Da ultimo, esiste una ricchezza cosiddetta antropologica. Nelle situazioni degradate, il rischio di marginalità e di mancanza di risorse aumenta: non soltanto per le occasioni negative (violenza, indifferenza, trasgressione), ma anche per la mancanza di risposte ausiliarie (solidarietà, integrazione).

Tecnica e dominio

Con il terzo capitolo, l’enciclica affronta il tema specifico dell’intelligenza artificiale. L’attenzione è posta dalle capacità di sistemi di esemplificazione e di conoscenza, non perdendo l’attenzione a chi ha progettato la tecnica perché possono essere inculcati principi non corretti.

«Il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inserita nei dati e nei modelli che lo guidano» (n. 104). Da qui la necessità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. (107)

Particolare attenzione è posta ai rischi del transumanesimo e del postumanesimo, tendenze che offrirebbero una nuova evoluzione dell’umano grazie alla biomedicina, ingegneria del corpo (cf. n. 232).

Verità, lavoro, libertà

Seguendo la sintesi del quarto capitolo, sono sintetizzati i tre temi vitali dell’identità umana: verità, lavoro, libertà.

Il rischio recente è di rendere incerti i confini tra vero e falso. La verità non nasce da automatismi tecnici, ma da relazioni affidabili e pratiche condivise di responsabilità. La verità è realtà fragile che deve esser custodita attraverso un’educazione critica e un uso responsabile delle tecnologie (nn. 131-142).

In questo senso, interessante l’attenzione alla scuola (nn. 143-147). Il pontefice parla di tre sfide: la prima è sociopolitica, sottolineando le forti disuguaglianze nell’accesso all’istruzione. La seconda (sfida pedagogica) pone l’attenzione all’adeguamento tra insegnamento-apprendimento con le nuove tecniche. La terza sfida è sapienziale. È necessario proporre un sapere critico e creativo. La dottrina sociale della Chiesa educa alla sobrietà e al senso del limite, al riconoscimento del diritto dell’altro, educando alla libertà e alla responsabilità.

Il lavoro risponde alla chiamata di Dio per il progresso della società, mettendo a frutto le capacità umane, migliorando così il mondo e le famiglie per costruire un mondo attento all’ascolto e al dialogo (n. 148) .

Cultura della potenza

Con il quinto capitolo l’enciclica arriva al cuore dei temi trattati.

La cultura della potenza fa riferimento alla guerra, alla forza senza limiti, alle armi. (nn. 188-211). Il linguaggio è esplicito: «Oggi invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma… con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso» (n. 190). Una denuncia forte e limpida delle guerre in atto, con l’aggravante di perdita morale storica (191) e di preparazione a un giudizio semplificato di amico-nemico, facendo leva alla disinformazione e alla paura. Gli sviluppi sono di nazioni “armate” con interessi incrociati di fabbriche di armi e sviluppo economico (n.194). Un aggravante è il disimpegno alle strutture multinazionali che dovrebbero agire per attutire gli scontri e alimentare soluzioni pacifiche.

 Civiltà dell’amore

Nell’ultima parte dell’enciclica, il pontefice allarga l’orizzonte per un’azione positiva personale e collettiva in favore del rispetto, del dialogo e della pace: «I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono bene la luce e sanno che le tenebre non l’hanno accolta e non possono vincerla (GV 1,5), Per questo, essi servono il bene anche dove sembra avere la parola il dolore, sostenuti da una speranza teologale che dona alla realtà un orizzonte e una direzione» (211).

Una prima indicazione è disarmare le parole; il modo con cui comunichiamo è di fondale importanza. È indispensabile coniugare la pace con la giustizia. Per conseguire la pace è necessario praticare la giustizia.

Un secondo invito per la pace è assumere lo sguardo delle vittime. Non si può essere neutrali di fronte al dolore. Rilanciare il dialogo per la costruzione delle civiltà dell’amore, legami di fraternità, sostenendo le organizzazioni internazionali. L’enciclica richiama alla preghiera e alla speranza.

La conclusione

La conclusione è dedicata a Cristo. L’incarnazione offre il mistero della presenza di Dio tramite Gesù Cristo fattosi uomo. «La carne del Figlio, povera e vulnerabile, richiama la carne di tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti in silenzio; e, attraverso questa vicinanza, il dono della pace entra nel mondo in modo paradossale: come potere di diventare figli di Dio, che si risveglia quando ci lasciamo toccare dal pianto dei piccoli, dalla fragilità degli anziani, dal silenzio delle vittime, dalla fatica di quanti lottano contro il male che non vorrebbero compiere. In questa carne ferita e amata, il Padre ci mostra la vera dignità di una vita che si compie nell’apertura e nella comunione, fino a farci desiderare che la sua volontà si realizzi come in cielo così in terra» (n. 231).

Un tratto teologico intenso che offre il significato profondo dell’enciclica: l’offerta della fede cristiana, in continuità della misericordia di Dio, rivelata da Cristo, con la vicinanza con chi soffre.

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