
E perché no?
L’evangelista Luca, nell’iniziare il racconto della sua missione, non fa a meno di collocarla, con dovizia di particolari, in un quadro socio-politico ben determinato:
«Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto» (Lc 3,1-2).
Da ciascuno di questi nomi si potrebbe partire per aprire il quadro di una determinata e complessa situazione politica, nella quale gli uomini del suo tempo e, quindi, lui stesso, erano inesorabilmente coinvolti.
Cosa racconta la storia?
È insensata, in verità, quell’affermazione che capita di sentir dire, non solo nelle chiacchiere da salotto, ma anche nelle sedi alte della conversazione pubblica, che la religione nulla ha a che fare con la politica.
Anche il buddhismo, che propone all’uomo, per raggiungere la felicità, la mortificazione dei suoi desideri e quindi non lo sospinge, certamente, sulle vie della militanza sociale, ha avuto in diversi momenti della storia, e ha tuttora in non poche situazioni particolari, un ruolo politico significativo. A partire dal sovrano indiano Ashoka, che fece della dottrina buddhista un principio di governo, al caso del Tibet che, fino al secolo scorso, fu governato da una teocrazia guidata dai Dalai Lama.
In Italia, nel 1984, si aboliva la religione di stato, nel 1993 in Cambogia, si scriveva l’articolo 43 della nuova Costituzione dichiarando il buddhismo religione dello stato.
C’è anche chi ha osservato, non senza trarne motivo di divertimento, che, nel mondo attuale, contro ogni apparenza, esistono ancora due teocrazie, il Tibet, appunto, e il Vaticano. Del resto, l’imperatore del Giappone, Hirohito, solo a metà del Novecento ha firmato un rescritto imperiale, detto “dichiarazione di umanità”, con il quale si proclama ufficialmente la fine della dottrina dell’imperatore essere divino.
È noto che l’arte politica è nata e ha preso consistenza all’interno di una visione religiosa del mondo ed è stata coltivata nelle istituzioni religiose di un popolo: basti pensare ai Faraoni dell’antico Egitto, ritenuti dotati di una natura divina. Garanti dell’ordine cosmico, erano giudicati i responsabili dell’armonia tra natura, società e mondo divino.
Il re degli Assiri era considerato un vicario del dio Ashur. Sarebbe stato, infatti, impossibile, all’origine, fondare l’autorità e un esercizio legittimo del potere senza ricorre all’imponenza del senso del sacro.
Anche i Romani giunsero a far dichiarare, solennemente in senato, Divus l’imperatore Augusto, pur restando nostalgici delle libertà repubblicane.
Il cristianesimo cosiddetto costantiniano, sia in Oriente sia in Occidente, non escluse le Chiese nate con la Riforma protestante, si è insediato pienamente in tutti i sistemi di governo dei paesi cosiddetti “cristiani”, cioè in Europa e nelle Americhe.
È la modernità matura, con la Rivoluzione francese, la fine dell’ancien régime, il processo da tempo avanzante e ora compiuto della secolarizzazione, lo stabilizzarsi dello stato laico, l’avvento della democrazia parlamentare, che ha emarginato, se non radicalmente espulso, dalla conversazione politica, qualsiasi asserto veritativo di carattere religioso, a garanzia della libertà religiosa e dell’uguaglianza fra le religioni. Da qui una sorta di censura, che viene esercitata sul nome di Gesù, ogni qualvolta si parla di politica.
Solo quel singolare personaggio politico, di grande spessore, quale fu in Italia Giorgio La Pira negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, poteva permettersi, e ne aveva l’audacia, di proclamare in piazza, nei suoi comizi, come in parlamento, il futuro avvento della Gerusalemme celeste.
Quella strana censura sul nome di Gesù
La cosa strana è che questa censura sia stata praticata anche dai papi nei loro discorsi pronunciati davanti all’assemblea delle Nazioni Unite. Vi hanno sempre proposto, infatti, il loro pensiero a partire dai valori umani condivisi da tutti, e non hanno nemmeno pronunciato il nome di Gesù.
Che non avanzassero in quella sede la fede dei cristiani nella risurrezione di Gesù Cristo, Figlio di Dio, è facilmente comprensibile. Simone Weil avrebbe detto, a loro giustificazione, che «il linguaggio della pubblica piazza non è quello della camera nuziale» (Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1984, 51-52).
Meno comprensibile è che non abbiano proposto neppure la pura e semplice figura storica di Gesù di Nazaret, la sua personalità e la sua vicenda umana, con il suo carico di valori proponibili e condivisibili da tutti, indipendentemente dall’adesione di fede in lui come risorto e Figlio di Dio.
Come si cita Montesquieu, Alexis de Tocqueville o Carlo Marx, cosa vieterebbe in un dibattito parlamentare di citare Gesù? L’incarnazione del Figlio di Dio è oggetto della fede, l’esistenza e la vicenda di Gesù di Nazaret sono oggetto della storia.
La renitenza dei cristiani a introdurre il discorso su Gesù nella conversazione pubblica, ha le sue ragioni in una sorta di loro cattiva coscienza. Dopo aver preteso per secoli che tutte le istituzioni pubbliche si uniformassero al dettato della dottrina cattolica e la legislazione dello stato non si discostasse dalla sua morale, sembra non si sia ancora trovato il giusto equilibrio fra la volontà di imporre i precetti della fede alla legislazione dello stato, da un lato, e, dall’altro lato, l’interdizione di qualsiasi proposta di carattere religioso dal discorso pubblico. Tutto questo mentre, in verità, Gesù aveva detto: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio, voi predicatelo sui tetti» (Mt 10,26-27).
Nel nostro essere cristiani c’è qualcosa di segreto, di nascosto nell’intimo della coscienza che, anche qualora lo volessimo, mai potremmo del tutto svelare, né agli altri, ma in fondo neanche a noi stessi.
È vero che la fede è un atteggiamento interiore, liberamente scelto, in coscienza, da ciascuno nella sua interiorità, ma non per questo essa è destinata a una fruizione intimistica e individualistica. Fosse stata di questo genere la predicazione di Gesù, nessuno si sarebbe preoccupato di eliminarlo violentemente dalla scena pubblica.
La fede cristiana ha una essenziale, decisiva valenza sociale e politica: «Predicatelo sui tetti». Il fatto che, lungo la storia, sia avvenuto, e tutt’oggi accada, che la fede venga, non di rado, volgarmente strumentalizzata da soggetti che la proclamano pubblicamente, al servizio dei propri interessi, non è un motivo per cui debba essere ridotta ai sussurrii del credente che parla con sé stesso.
Rileggendo i vangeli
Basterebbe riprendere in mano uno dei quattro vangeli e scorrerlo dalla prima pagina in poi, per poter registrare quante volte, e con quali suggestioni, vi si affrontano temi e problemi che sono eminentemente politici o che hanno un risvolto politico.
Già con il fatto che Luca, all’inizio del suo testo, narri la nascita di Gesù a Betlemme, in una straordinaria situazione di disagio e di povertà, il problema politico più decisivo e drammatico, quello dell’iniqua distribuzione della ricchezza, irrompe nella manifestazione di Gesù al mondo.
Che vengano dal lontano Oriente i magi ad adorarlo, ne spalanca immediatamente gli orizzonti su una visione dell’umanità che scavalca i confini; che Erode voglia eliminare il bambino è denuncia, gridata sui tetti, degli usi iniqui del potere, e così via.
La questione del potere, del resto, si ripropone esplicitamente a Gesù durante il suo ritiro nel deserto, prima di dare avvio alla sua missione. Lunghi giorni a pregare e a pensare: un tempo per decidere e il tormento del dubbio, dell’incertezza sulla strada da intraprendere. Avrebbe potuto eccitare l’entusiasmo della gente, trascinare il popolo dietro a sé, conquistare il potere e stabilire in terra il Regno di Dio. Ma gli apparve chiaro: erano tentazioni sataniche.
Non diciamo poi dell’enunciazione da parte di Gesù di quello che potrebbe definirsi il fondamentale principio politico cristiano: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21).
Alla fine, bisogna richiamare l’attenzione sull’assoluta necessità di non cadere nella tentazione di appiattire, fosse pure il più minuto dei possibili richiami al Vangelo, su questa o quella presa di posizione, di questo o quel partito. Al contrario, bisognerà farne il principio critico di tutte e ciascuna delle proposte che vengono avanzate nel pubblico dibattito.
In conclusione, molti sono i temi e i problemi del nostro tempo sui quali Gesù, e quindi l’uomo religioso che crede in Gesù, ha veramente molto da dire. E se tutti i cristiani se ne rendessero responsabili sul piano pubblico, certamente il cristianesimo eserciterebbe molto di più il suo benefico influsso sulle vicende del mondo.






Per non ricadere nelle logiche dei valori non negoziabili e prima ancora in secoli di folle controllo sociale operato dall’inquisizione credo che occorre pensare bene cosa significa per un cristiano fare politica. Può significare (come è stato per Gesù) dover ammettere che la religione ha i suoi gravi limiti. significa non per forza essere dalla parte delle istituzioni ecclesiastiche. Chi ha ucciso Gesù? un combinato composto di odio religioso ebraico (i sacerdoti del tempio) e politico (convenienza romana). Per fare politica da cristiani occorre grande lucidità e nella migliore delle ipotesi ti odieranno tutti. Il rischio è di fare una brutta fine.
Però credo che un manuale per politici cristiani (e non per forza filo-ecclesiastica) potrebbe essere interessante ma serve un cristiani super partes che lo scriva. E questo è un altro problema.
Se non ci sono “valori non negoziabili” significa che va bene nominarlo per una cosa e anche per il suo esatto contrario, il che in un certo senso si annulla da solo, tanto più che ci sono cristiani al di fuori delle istituzioni sia tra i pacifisti sia tra quelli che invocano la guerra giusta, una volta che ti fai un’ermeneutica persona la puoi spalmare su tutto.
Secondo me prima di parlare di Gesù in politica bisognerebbe avere un minimo di accordo su cosa significhi Gesù in politica. E non ho ancora capito se esista questo accordo, a pelle direi di no.
“un combinato composto di odio religioso ebraico (i sacerdoti del tempio) ” il che sarebbe la summa del vecchio antigiudaesimo.
Il che sarebbe quanto scritto nel vangelo. A volere la morte di Gesù furono i sommi sacerdoti non il popolo giudeo. Non confonda perché rischia di fare dire sciocchezze al prossimo e in tutta franchezza la cosa risulta piuttosto antipatica.
Parlare del Gesù storico, un esempio del passato accanto ad altri, è sufficiente? E’ possibile proporre e vivere i valori evangelici senza credere nel suo autore?
Di seguito quanto Leone disse a una delegazione di politici francesi l’agosto scorso: “Ecco perché il responsabile cristiano è meglio preparato ad affrontare le sfide del mondo attuale, naturalmente nella misura in cui vive e testimonia la fede operante in lui, il suo rapporto personale con Cristo che lo illumina e gli dà questa forza. Gesù lo afferma con vigore: «perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 5); non bisogna quindi stupirsi che la promozione di “valori” — per quanto evangelici siano — ma “svuotati” di Cristo che ne è l’autore, siano incapaci di cambiare il mondo”.
I valori dovrebbero essere una bussola per il proprio agire in modo da non avere una fede disincarnata. Non hai bisogno di andare a dire Gesù qua e là, hai bisogno di mettere in pratica quello che credi. Almeno è quello che mi hanno sempre insegnato.
Sì ma dove non arriviamo noi.. Gesù arriva e fa.. basta pochissimo fa parte nostra.. un po’ di fede come il più piccolo dei semi.. il resto è Opera Sua.
Un articolo molto interessante. A mio avviso, però, di Gesù si è sempre parlato e si parla esclusivamente in chiave strumentale , utilizzandolo come arma contundente contro i propri nemici politici, come fa , ad esempio, regolarmente Trump. Se le cose , allora, stanno così, non è meglio che non se ne parli? Nei tempi attuali, infatti, dubito che se ne possa parlare come ne parlava La Pira
..e se tutti i cristiani se ne rendessero responsabili sul piano pubblico, certamente il cristianesimo eserciterebbe molto di più il suo benefico influsso sulle vicende del mondo..
Sono pienamente d’accordo..
Nominare Gesù in una riunione di capi di stato darebbe Luce.. Grazia.. anche soltanto il nome.. perché è un nome salvifico..
Qualcuno molto credente, penso lo faccia già nel segreto del suo cuore.. qualche altro, contro ogni rispetto umano, potrebbe farlo ad alta voce.. in tutta umiltà e nella mitezza più assoluta..
Il Signore Gesù ha autorevolezza e autorità e le dona a chi Lo invoca.
Tarquinio, dopo 14 anni spesi a schierare Avvenire dalla “parte giusta”, è stato ricompensato dal PD con un ben remunerato seggio al Parlamento Europeo. E’ ingenuo pensare di parlare, oggi, di Gesù senza finire in un modo o nell’altro a battere la grancassa per un partito di sinistra. Il che è curioso, per chi ricorda gli anni dal 1949 al 1983, quando votare comunista portava alla scomunica automatica. D’altra parte, dopo il concilio vaticano II, iniziarono a circolare frasi del tipo: “Gesù fu il primo socialista”, che proseguirono con “Gesù fu il primo comunista” e culminarono in “Gesù fu il primo rivoluzionario”. Non a caso il terrorismo rosso pescò proprio nel mondo cattolico: valga per tutti l’esempio di Renato Curcio e Mara Cagol. Forse è meglio restare con il Vangelo: “rendete a Cesare quel che è di Cesare e rendete a Dio quel che è di Dio”.
Io l’ho votato, come rappresentante di Demos, un piccolo partito vicino a Sant’Egidio. Al netto dello schieramento però, mi sembra che ci sia un problema di toni politici generali. Se cerchi di rimanere dialogante non ti si fila nessuno, se alzi i toni viene meno la testimonianza personale. Come fai sbagli, è così, c’è poco da fare..
Condivido in buona parte le riflessioni espresse nell’articolo di Severino Dianich, in particolare l’analisi storica sulla laicizzazione della sfera pubblica e la lucida critica a quella “cattiva coscienza” che spinge spesso i credenti a un’ingiustificata censura del nome di Gesù nel dibattito politico. È innegabile che la figura storica di Gesù di Nazaret, con il suo carico rivoluzionario di valori e messaggi, possieda una valenza sociale intrinseca che meriterebbe la stessa dignità di citazione riconosciuta a pensatori come Montesquieu o Marx.
Tuttavia, ritengo che la tabuizzazione del citare Gesù in pubblico non affondi le sue radici esclusivamente nella spinta laicista della modernità o nel timore della strumentalizzazione politica. Esiste una causa speculare e altrettanto profonda: una secolare operazione di **sacralizzazione e di “chiesasticazione”** del Cristo.
Nel corso della storia, l’istituzione ecclesiastica ha progressivamente teso a monopolizzare la figura di Gesù, rinchiudendola quasi esclusivamente all’interno dei recinti dogmatici, liturgici e confessionali. Trasformando il Gesù storico e la sua prassi umana in un oggetto di pura appartenenza identitaria ed ecclesiastica, si è finito per sottrarlo allo spazio comune. Questa rigida clericalizzazione ha generato l’equivoco per cui nominare Gesù equivalga necessariamente a fare propaganda confessionale o a rivendicare un primato dottrinale.
Si dimentica così che **il Cristo è patrimonio universale dell’umanità**. La sua statura morale, la sua critica radicale alle ipocrisie del potere, la sua opzione preferenziale per gli ultimi e la sua proposta antropologica superano i confini della fede e delle singole appartenenze religiose. Solo liberando Gesù da questa riduzione puramente “chiesastica” e restituendolo alla sua dimensione di patrimonio comune, la sua voce potrà tornare a essere una provocazione feconda, un principio critico universale per l’agire politico e sociale di tutti, credenti e non.
Secondo invece c’è troppa troppa, troppa, politica nel cristianesimo attuale. O meglio, non politica alta, come la intendeva Paolo VI, ma tifoseria partitica di basso livello, aggressiva, litigiosa, escludente, e vale un pò per tutti gli schieramenti. Ne hanno parlato anche ieri al Concistoro. Scoppola parlando del ruolo dei Cristiani in politica nel dopoguerra ne metteva in risalto soprattutto le capacità di ricucitura, di mediazione e pacificazione. Manca questo soprattutto oggi, la capacità di non appiattire tutto alle logiche del proprio schieramento. Forse è impossibile, vedendo la polarizzazione crescent, ognuno in coscienza faccia quello che può..
Molto interessante. Mi permetto un timido tentativo di parlare di Gesù in politica, anche perché per un cristiano Gesù è il centro e il fondamento di tutto: https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2019/07/introduzione-alla-vita-cristiana-di-un.html.