
Ogni percorso umano e ogni seria ricerca culturale (inclusa quella “musica leggera” che poi tanto leggera non è) va accolta per la coerenza intrinseca, verificando se viene da lontano ed è capace di andare al di là di mode e convenienze; non è molto felice, ad esempio, l’espressione “cantautori di Dio” messa in giro da qualcuno; soprattutto se la patente rischia di esser rilasciata senza valutare adeguatamente la consistenza musicale, la poetica dei testi, lo spessore culturale dei messaggi.
Per farsi un’idea delle scoperte che si possono fare in una ricerca senza pregiudizi o schemi rigidi, vale pena di approfondire la conoscenza di una figura come Francesco Guccini, da oltre cinquant’anni sulla breccia prima come autore e poi anche come interprete, a lungo enfatizzato riduttivamente (per sua stessa ammissione) come “cantautore politico” per via della canzone in cui racconta la storia di un ferroviere anarchico che fedele all’idea lancia la locomotiva contro “un treno pieno di signori” perché “trionfi la giustizia proletaria”.
Personaggio a tutto tondo, che ama definirsi uno degli ultimi cantastorie o “burattinaio di parole”, col passare degli anni ha mantenuto, e anzi affinato, la capacità di comunicare l’inquieta ricerca del senso della vita, il ritorno alle radici, la poesia del quotidiano, la tenerezza verso gli emarginati e l’invettiva contro i vizi collettivi. C’è un episodio di oltre trent’anni fa che vale la pena di ricordare: nella musica leggera furoreggiavano i “complessi” e Francesco scrisse per i Nomadi guidati da Augusto Daolio (uno che se n’è andato troppo presto) Dio è morto.
Zelanti dirigenti RAI posero il veto radiofonico e televisivo alla canzone, probabilmente giudicandola dal solo titolo; Radio Vaticana ne colse il forte messaggio e la trasmise, i giovani ne decretarono il successo e divenne un inno popolare di protesta, d’impegno e, per i credenti, di fede: ancor oggi ai concerti di Guccini la cantano in coro con lui spettatori dai diciotto ai cinquant’anni come si continua a cantarla in parrocchie e campi-scuola, anche se quasi si è persa la memoria della “teologia della morte di Dio”. Guccini, in una canzone di qualche anno dopo, ricorda le domande sull’esistenza di Dio che si poneva insieme a un amico mettendo a confronto “il mio Leopardi, le tue teologie“.
Molte volte il tema religioso ritorna nelle sue canzoni, vero e proprio filo conduttore di una ricerca laica condotta attraverso una varietà di registri: l’invettiva contro chi concepisce una fede imposta (Libera nos, Domine) o bacchettona (Nostra Signora dell’ipocrisia), la patetica figura del frate che “dopo un bicchiere di vino… parlava di Dio e Schopenhauer”, i ricordi dell’educazione religiosa ricevuta nella sua piccola città che poi è Modena (“vecchie suore nere con che fede in quelle sere avete dato / a noi il senso di peccato e di espiazione”), il ringraziamento (“giugno che sei maturità dell’anno / di te ringrazio Dio / in un tuo giorno sotto il sole caldo / ci sono nato io”) e anche la citazione biblica, forzata (“Dicembre… nei tuoi giorni da profeti detti / nasce Cristo la Tigre”) o quasi filologica, per chiedersi in ebraico: Shomer ma mi-llailah – “sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11-12).
Su tutto la domanda, quasi sempre senza risposta, su che cosa c’è oltre il buio, in fondo alla notte, oltre la morte; da una vita Francesco attacca i suoi concerti con la Canzone per un’amica morta in un incidente d’auto chiedendosi: “vorrei sapere a che cosa è servito / vivere amare soffrire…” e conclude: “voglio pensare che ancora mi ascolti / e come allora sorridi”.
Una ricerca non teorica né retorica, collocata ben dentro la voglia di assaggiare “dov’è il sugo del sale“, la polpa della vita, il senso delle cose da scoprire attraverso situazioni e accadimenti, emozioni e memorie, “il ritmo dell’uomo e delle stagioni”, facendo anche ricorso all’ironia ma con un costante fondo di nostalgia e inquietudine, talvolta elencando realtà quotidiane che il verso musicale riscatta dalla banalità e quasi riveste di un valore metafisico: “chi mi dà indietro quelle stagioni / di vetro e sabbia, chi mi riprende / la rabbia e il gesto, donne e canzoni / gli amici persi, i libri mangiati / la gioia sana degli appetiti / l’arsura sana degli assetati / la fede cieca in poveri miti?”.
Tessitore di citazioni colte, metafore ardite, rime folgoranti e metrica ineccepibile, distilla i suoi prodotti senza concessioni a esigenze di mercato: una raccolta di nuove canzoni più o meno ogni tre anni, quando da idee buone si sviluppano testi costruiti con la cura di un artigiano e attorno alle frasi musicali si è creato l’amalgama del solito gruppo di musicisti eccellenti; alcuni concerti ogni tanto, quando cantare è anche aver voglia di stare con la gente a raccontare tra una canzone e l’altra storie e facezie, digressioni pungenti sull’attualità e qualche battutaccia sopra le righe.
Anche perché Guccini, oltre a occuparsi di canzoni, deve trovare il tempo per scrivere libri (i romanzi Croniche epafaniche e Vacca d’un cane su tempi e luoghi rispettivamente dell’infanzia e dell’adolescenza, il giallo Macaronì in collaborazione con Loriano Macchiavelli, che è anche un affresco sulla vita di paese dei tempi andati e gli stenti dei nostri connazionali emigranti), coltivare amicizie in lunghe sere di partite a carte e di bevute, lavorare alla compilazione del vocabolario italiano-pavanese, cioè di Pàvana sull’Appennino tra Bologna e Pistoia dove i Guccini conducevano un mulino e Francesco crebbe negli anni della guerra per poi tornare a trascorrervi ogni estate.
Un’attenzione che non manca mai, ad ogni nuova uscita di canzoni, è per il mondo degli emarginati, dei piccoli, degli “sfigati”. Storie raccontate con pietà asciutta come quella di Céncio, l’adolescente nano che non riesce a inserirsi nel gruppi dei coetanei perché ha “le stesse voglie, gli stessi eroi ma ali più piccole per lo stesso volo” e finisce per sognare “il Circo, realtà capovolta / mondo di uguali perché tutti strani”; di Keaton, pianista alcoolizzato che “ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato”, finito “in una provincia lontana come una palude / dai nostri discorsi di suonare tra la gente”; del pensionato suo vicino di casa del quale, alla fine di “un’esistenza andata in tanti giorni uguali e duri”, afferma “non posso o non so dir per niente se peggiore sia / a conti fatti la sua solitudine o la mia”; di Amerigo, il vecchio zio che finisce la giovinezza a fare il minatore in un’America diversa da quella dei film: “l’inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello / e fu lavoro e sangue, e fu fatica uguale mattina e sera / per anni da prigione…”.
C’è una canzone dell’ultima raccolta che si presenta quasi come una piccola summa delle tematiche gucciniane: Cyrano. Il celebre cadetto di Guascogna, condannato a non essere amato per la lunghezza del naso, che scrive su commissione canzoni d’amore per la bella Rossana e finisce per innamorarsene; la lama tagliente dello spadaccino diventa arma poetica contro “signori imbellettati…, poeti sgangherati…, primi della classe, … gente che non sogna, … nuovi protagonisti, politici rampanti, … portaborse, ruffiani e mezze calze / feroci conduttori di trasmissioni false / che avete spesso fatto del qualunquismo un’arte”, “liberisti” per i quali “tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese / in questo benedetto assurdo belpaese”; non mancano – come in altre canzoni – i preti (“se c’è come voi dite un Dio nell’infinito / guardatevi nel cuore, l’avete già tradito”) ma stavolta ancor più “voi materialisti, col vostro chiodo fisso / che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso, / le verità cercate per terra, da maiali, / tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”. Ciò che salva è l’amore, perché “dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto / dove non soffriremo e tutto sarà giusto”.






Ciao Francesco, con te se ne va una parte della nostra cultura, della nostra Vita, ciao saluta Lucio Faber Gaber tuoi amici sul palco del concertone.
Ringrazio Settimana News di aver recuperato una cosa che avevo scritto al tempo della Settimana cartacea. A integrazione, ecco una cosa di ieri, quendo è giunta la notizia che anche su Francesco si era steso “il manto della grande consolatrice”. Nel frattempo Guccini ha cantato altre canzoni, scritto parecchi altri libri. Però mai da convertito né da pentito oppure moderato, come sembra insinuare Lorenzo M. Se di una cosa dobbiamo atto al nostro è certamente la coerenza, la mai venuta meno passione civile, l’inquietudine della domanda. Tra le canzoni da nondimenticare mai, ascoltimo ancora una volta la sua ADDIO!
(Qui sotto il mio addio di gucciniano della prima ora)
È partito verso “l’ultima Thule”, come nella sua ultima canzone. Ma non andrà smarrita “la saga infinita di quel che ha fatto, di quello che è stato”. Perché non “si perderà in un’ultima canzone” il Maestrone che ha saputo cantare – e fatto cantare – la vita non di una, ma di molte generazioni.
Da giovane prete ho portato ai suoi concerti i ragazzi della parrocchia, ai campiscuola dell’Azione Cattolica “Dio è morto” era quasi l’inno ufficiale, gli obiettori della Caritas suonavano e cantavano “Auschwitz” e “Il vecchio e il bambino”.
E se con “Libera nos Domine” aveva disturbato i cattolici benpensanti, dall’eremo di Pavana non ha mai smesso di dare lezioni di umanità, di coerenza, di civiltà raccontando, quasi ultimo cantastorie, incontri, luoghi, avvenimenti. Con la chitarra e sulla pagina, come nei racconti e nei numerosi gialli scritti a quattro mani con Loriano Machiavelli.
Ha raccontato quegli ultimi che per molti non contano, ma che grazie a una canzone danno lezioni di vita: il frate, il pensionato, Cencio il nano… Il tutto condito con citazioni colte (don Chisciotte e Ulisse, Flaubert e Roland Barthes) e riferimenti biblici (la sentinella di Isaia che chiede: a che punto è la notte?).
Tra le tante amicizie, significativa quella col Cardinale Zuppi, per il quale Guccini “si porta addosso la ricerca mai soddisfatta del desiderio, di quelle stelle che guarda e riguarda e interpreta nei tanti sentimenti che ci offre”. Trai sentimenti, ricorrente nei suoi versi è l’indignazione verso “chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia / o sceglie a caso per i tiramenti del momento”. Quasi un’eco, in mezzo ai guai dell’attuale società, di quella “Locomotiva lanciata a bomba contro l’ingiustizia”.
In uno dei suoi capolavori (Cirano) cantò: “dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto / dove non soffriremo e tutto sarà giusto”. Quel posto verso cui oso pensare che Francesco si sia avviato.
Come tante persone della nostra generazione, anche Guccini ha fatto i conti con la disillusione e la maturità rispetto a pose rivoluzionarie
Più che disillusione politica esistenziale, leopardiana. La fine della giovinezza con il suo lascito di speranze, illusioni e l’approdo alla maturità (che si paga tutta a prezzi di inflazione).
Con gli anni era approdato ad una forma di saggezza molto più pacificata.
Ciao Francesco!
Ora sai se c’è.
Noi rimaniamo qui a sperare che ci sia.
In morte di Francesco Guccini
Non è morto soltanto un cantautore.
È caduta una voce
che sapeva dare un nome
alla malinconia degli uomini,
senza pretendere di guarirla.
Abitò la terra
con l’onestà dei pellegrini:
mai troppo certo delle proprie mappe,
mai così superbo
da smettere di cercare.
Tra osterie e biblioteche,
tra la nebbia dell’Appennino
e il fumo lento delle sere,
custodì un fuoco segreto:
non quello delle risposte,
ma quello delle domande.
Dicevano che non credeva.
Eppure chi ascoltava davvero
udiva, tra le sue parole,
l’eco di una sete
che nessun vino poteva placare;
il passo esitante
di chi continua a bussare
a una porta che forse non si aprirà,
ma che non cessa d’essere cercata.
La sua preghiera
era spesso un dubbio pronunciato ad alta voce;
la sua fede,
forse,
consisteva nel non tradire mai
la nostalgia dell’infinito.
Per questo le sue canzoni
non hanno chiuso il cielo.
Lo hanno lasciato socchiuso,
come una finestra
nelle notti d’inverno,
quando basta una stella
per impedire alla speranza
di morire del tutto.
Ora il tempo,
che fu il suo più severo interlocutore,
gli restituisce il silenzio.
E mi piace pensare
che il Dio davanti al quale
tanti uomini arrivano
con formule imparate,
abbia accolto lui
con un sorriso riservato
a chi ha avuto il coraggio
di attraversare la vita
senza mentire alle proprie domande.
Perché anche il dubbio,
quando è onesto,
può diventare una forma della preghiera.
Addio, Francesco.
Che la terra ti sia lieve
e il mistero finalmente luminoso.
Che Colui che hai forse cercato
senza osarne pronunciare il nome
ti venga incontro
non come il giudice delle certezze,
ma come il compimento
di ogni tua inquietudine.
GRAZIE!!!
Grazie ad Antonio, antico compagno di studi liceali in quel di Pisa, per la commemorazione del grande Guccini. Per alcuni di noi, nati a cavallo del 1950, le sue canzoni sono state la «colonna sonora» delle nostre vite. Quando sono riuscito, una quindicina d’anni fa, a far laureare post-mortem un giovane allievo, emigrante come me e – come me – colpito da malattie inguaribili, conclusi la mia relazione proprio citando le ultime parole della sua magnifica “Cinque anatre volavano a Sud”, in omaggio alla volontà di tentare di arrivare al «SUD». Ma la canzone a cui sono più legato è certamente «Cyrano», che mi ricorda la mia giovinezza impastata di miseria, di emarginazione sociale, di goffaggine, di sofferenze fisiche, di violenza necessaria per sopravvivere senza rinunciare al proprio rigore morale. Finché, all’improvviso, forse anche per errore, non è arrivata Lei, “Roxana” ed è iniziata una vita diversa, mai immaginata. Grande Guccini!!
Guccini ha fatto un notevole cammino, sfociato anche in una ricerca spirituale negli ultimi anni, comparve perfino ad una messa con il Papa. Le sue canzoni più incisive restano quelle degli inizi, irriverenti, per le quali è diventato un idolo della sinistra italiana, finchè erano i tempi di don Camillo e Peppone (PC e DC). Oggi certe espressioni appaiono in tutto il loro anacronismo, e anche se ha dichiarato di non essere mai stato comunista, il suo messaggio fu cavalcato nella sinistra e fu di fatto uno dei portabandiera di un filone laico-anticlericale-anarchico rinforzando in molti queste credenze, con i suoi testi.
Basta pensare all’Avvelenata (evito di citarne altri versi più forti che sarebbero probabilmente censurati): “io solo qui alle quattro del mattino l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare!”
O a La Locomotiva: “Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali, parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali” e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via la bomba proletaria e illuminava l’ aria la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia”
Resta vero che in vecchiaia ha moderato i toni, ma la sua eredità è piuttosto variegata, c’è il testo di Dio è morto e canzoni più soft, ma certe espressioni pesano, e l’identificazione politica di Guccini non è “riduttiva”, ma deriva da parole così forti.