Quando il Pentagono sceglie le religioni

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Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth (Will Oliver/UPI/Shutterstock)

Per decenni l’esercito statunitense ha rappresentato uno degli ambienti più pluralisti della società americana. Cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, buddhisti, sikh, pagani, umanisti, atei: tutti potevano indicare la propria appartenenza religiosa e ricevere, almeno in teoria, un’assistenza spirituale adeguata.

Di più, da sempre – in una nazione che spesso è in conflitto in giro per il mondo – le Forze Armate hanno spesso definito percorsi di riconoscibilità pubblica, di ascensore sociale. Il più delle volte un ufficiale viene molto ben visto sia in società che nel mondo del business. Aver servito a lungo è spesso motivo di prestigio nel curriculum. Quindi l’appartenenza alle Forze Armate, anche per il pluralismo che negli ultimi decenni ha garantito, era considerata un luogo mediamente accogliente per tutti gli americani.

Oggi qualcosa sta cambiando.

All’inizio di giugno il Dipartimento della Difesa ha annunciato una drastica riduzione delle affiliazioni religiose ufficialmente riconosciute. Le oltre 200 tradizioni presenti fino a pochi mesi fa sono diventate appena 31. Secondo Military.com, che ha realizzato lo scoop, il Pentagono ha eliminato circa 180 categorie religiose, portando il sistema da 211 codici a soli 31. La decisione è stata presa su indicazione del Segretario alla Difesa Guerra Pete Hegseth.

La giustificazione ufficiale è amministrativa. Nel memorandum firmato dal sottosegretario Anthony Tata si legge che la riforma serve a:

«semplificare la raccolta delle preferenze religiose dei militari per migliorare l’erogazione di un supporto religioso mirato da parte del corpo dei cappellani».

Ancora più significativa è un’altra frase del documento: il nuovo elenco «fornirà ai cappellani informazioni chiare e immediatamente disponibili che consentiranno loro di anticipare meglio i bisogni religiosi dei militari e di offrire attività di supporto religioso allineate alla loro fede e alle loro pratiche personali».

Tuttavia, molti osservatori fanno notare il paradosso. Come si può offrire un’assistenza più personalizzata eliminando proprio le categorie che consentivano di distinguere le minoranze religiose?

Secondo Associated Press, dall’elenco sono scomparsi atei, umanisti, unitariani universalisti, pagani e wiccan. Formalmente nessuna fede viene dichiarata illegittima. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha precisato che:

«questa riduzione dei codici di affiliazione religiosa non è progettata per esprimere giudizi sulla legittimità di una fede o di una convinzione religiosa, né intende fornire una lista di religioni ufficialmente approvate».

Ma il problema non è soltanto burocratico.

La questione si inserisce infatti in un contesto più ampio che riguarda il crescente peso del cristianesimo nazionalista all’interno delle forze armate americane. Da mesi organizzazioni come la Military Religious Freedom Foundation denunciano una pressione crescente sui militari affinché aderiscano a una specifica visione religiosa e patriottica dell’America.

I critici di Hegseth sostengono che la sua agenda non si limiti a valorizzare la libertà religiosa, ma punti a ridefinire l’identità spirituale delle forze armate attorno a un’interpretazione conservatrice del cristianesimo. Non è un’accusa nuova. Già durante la campagna presidenziale Trump aveva promesso di sradicare la cosiddetta «wokeness» dall’esercito. Hegseth sembra voler andare oltre, sostituendo il pluralismo religioso con una visione più omogenea e culturalmente cristiana.

Negli ultimi mesi le polemiche si sono intensificate. Il Guardian ha raccontato di una funzione religiosa al Pentagono durante la quale Hegseth ha pregato affinché Dio concedesse «una travolgente violenza d’azione contro coloro che non meritano misericordia». Una formula che ha suscitato forti critiche perché associata a una retorica religiosa di guerra santa (cf. The Guardian).

  • Dal Substack di Lucandrea Massaro, Sacro&Profano, #129, 8 giugno 2026
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