Armaroli: i rischi e i costi sulle vie del gas e del petrolio

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Nella crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz – una crisi che non può dirsi ancora superata – abbiamo chiesto a Nicola Armaroli, chimico, ricercatore del CNR e direttore della rivista Sapere, quali siano le conseguenze immediate e di lungo periodo delle tensioni in Medio Oriente sugli approvvigionamenti di gas e petrolio. E quale prezzo rischino di pagare l’Italia, l’Europa e il resto del mondo.

  • Caro Nicola, chi sta pagando il costo energetico di un’altra guerra fatta sui giacimenti di gas e petrolio?

La crisi di Hormuz ha colpito e continua a colpire soprattutto i Paesi asiatici, destinatari di circa l’80% del petrolio e dei prodotti petroliferi in transito attraverso lo Stretto. Non si dice nulla, ma ci sono popolazioni – in Laos, Vietnam, e persino in India – a cui stanno scarseggiando i combustibili, anche quelli necessari per cuocere i cibi.

La nostra principale preoccupazione, in Italia e in Europa, riguarda la disponibilità di combustibili per l’aviazione, poiché circa il 40% delle importazioni europee di jet fuel transita attraverso lo Stretto di Hormuz, in gran parte come prodotto già raffinato. Alcune compagnie hanno ridotto i voli, ma finora i disagi sono stati limitati, anche grazie al ricorso a forniture alternative dagli Stati Uniti e dall’Africa occidentale, Nigeria inclusa. Se il blocco dello Stretto di Hormuz non sarà completamente superato o, peggio, se vi fossero nuove ricadute nel conflitto, nel giro di poche settimane l’Europa potrebbe trovarsi in una situazione non troppo diversa da quella dei Paesi asiatici.

Al momento, le «riserve strategiche» di petrolio dei Paesi europei – che per alcune settimane possono tamponare crisi di approvvigionamento – sono state solo leggermente intaccate. La riduzione della disponibilità fisica di prodotti petroliferi ha fatto alzare i prezzi e si sta «salvando» chi ha i soldi per acquistare, magari grazie anche a interventi statali come avvenuto in Italia con la diminuzione delle accise su benzina e gasolio. In ogni caso, alla fine, i primi a pagare le conseguenze del caos energetico sono i più poveri, che non possono permettersi di pagare di più e, quindi, rinunciano al consumo.

  • Cosa è successo al prezzo del gas?

Il mercato europeo all’ingrosso del gas fa riferimento all’indice TTF (Title Transfer Facility): prima dello scoppio di quest’ultima guerra il prezzo TTF si aggirava sui 30 euro al megawattora, subito dopo il prezzo è raddoppiato. In questi mesi di guerra, il prezzo si è aggirato sui 50 euro al megawattora; ora è sceso tra i 40 e i 45 euro.

  • L’Italia riceveva gas dal Qatar? E ora?

Nel 2025, il gas dal Qatar ha rappresentato circa l’8% del consumo nazionale: una quota non irrilevante per i nostri delicati equilibri. Oggi l’import dal Qatar è calato drasticamente e sarà così per qualche tempo – da alcuni mesi a due anni – poiché sono stati bombardate le infrastrutture di esportazione.

  • Come arriva il gas dal Qatar?

Arriva in forma liquefatta (GNL) con navi metaniere dal terminale di Ras Laffan. È il più grande impianto al mondo per la produzione e l’esportazione di GNL ed è stato colpito da missili e droni iraniani. Il Qatar «siede» sul giacimento di gas più grande al mondo, condiviso proprio con l’Iran. Per il Qatar si chiama North Dome, per l’Iran South Pars. I due Paesi si spartiscono, rispettivamente, il 60% e il 40% delle riserve del mega giacimento. In Italia le navi metaniere dal Qatar andavano a rifornire soprattutto il rigassificatore di Porto Viro (Rovigo), il maggiore che abbiamo in Italia, capace di trattare e immettere in rete 8-10 miliardi di metri cubi di metano all’anno.

  • Quali sono gli altri fornitori con i quali si sta supplendo al buco lasciato dal Qatar?

Per quanto riguarda il GNL trasportato via nave, nel 2025 l’Italia ha importato il 44% del proprio totale dagli Stati Uniti, il 24% dal Qatar e il 21% dall’Algeria. La quota proveniente dal Qatar risulta oggi drasticamente ridotta e viene, almeno per il momento, compensata con maggiori forniture dagli Stati Uniti e dall’Algeria, oltre che da altri esportatori minori.

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  • Avremo problemi di approvvigionamento in Italia prossimamente?

Il problema più immediato è quello del riempimento degli stoccaggi, ed è un problema di costi. C’è un obbligo di legge – e di buon senso – che impone il riempimento di almeno il 90% dei giacimenti geologici di stoccaggio entro il 1° novembre, prima dell’inizio della stagione fredda. Questa operazione viene svolta dalla primavera sino all’autunno.

L’attuale preoccupazione delle aziende che svolgono questa attività è di dover riempire gli stoccaggi a un prezzo elevato, superiore a quello a cui, forse, potrebbero rivendere il gas sul mercato nei prossimi mesi, se la crisi dovesse rientrare e il prezzo del gas scendesse ai valori pre-guerra. A quel punto, gli Stati potrebbero intervenire per appianare le perdite, col denaro di tutti, come avvenuto dopo la crisi del 2022.

  • Il prezzo per i consumatori finali è lo stesso, quale che sia il gas e il Paese da cui proviene?

Bisogna distinguere tra prezzo all’ingrosso e al consumatore finale. Una volta immesso nella rete europea, il gas non ha più un «prezzo di origine» riconoscibile molecola per molecola: il suo valore viene determinato dai mercati all’ingrosso europei, in particolare da indici come il TTF. Il prezzo pagato dal consumatore finale dipende poi anche da fattori nazionali: tassazione, oneri, costi di rete, distribuzione, margini commerciali e tipo di contratto.

Facciamo il caso del gas proveniente dagli Stati Uniti. Molti contratti GNL statunitensi sono indicizzati al prezzo di riferimento americano, Henry Hub, caricato però di un sovraprezzo e dei costi di liquefazione, trasporto, rigassificazione. Il gas viene estratto – spesso da giacimenti non convenzionali tramite fracking – trasportato via gasdotto agli impianti di liquefazione sulla costa del Golfo del Messico, caricato su metaniere, spedito in Europa e infine rigassificato per entrare nella rete. A quel punto quel gas assume il prezzo europeo definito, invece, dall’indice TTF.

Nonostante i vari passaggi e i sovraprezzi dei contratti, i margini di profitto delle aziende che commerciano all’ingrosso questo prodotto restano sostanziosi, perché il prezzo Henry Hub iniziale – spesso stabilito con contratti di medio-lungo termine – è notevolmente più basso del TTF finale. Attualmente, la differenza è di oltre quattro volte.

  • Si tratta dei famosi “extraprofitti”?

In parte sì, ma la questione è più complessa. Una parte degli extraprofitti nel gas può derivare dal differenziale tra Henry Hub e TTF. Ma gli extraprofitti di cui tanto si è parlato in Europa derivano essenzialmente da margini eccezionali – di tipo commerciale e fiscale – realizzati dalle imprese lungo tutta la filiera, resi possibili dall’impennata dei prezzi all’ingrosso e da alcuni meccanismi di mercato.

Nel mercato elettrico, ad esempio, il prezzo del MWh viene spesso fissato dall’impianto più costoso necessario a soddisfare la domanda, che in molte ore è una centrale a gas. Questo significa che produttori con costi più bassi – ad esempio con molte rinnovabili già installate – possono vendere l’elettricità a un prezzo determinato dal gas, ottenendo margini elevati.

Ridurre la produzione elettrica da gas significa ridurre le ore in cui il gas fissa il prezzo dell’elettricità, con effetti positivi sulla bolletta. È una dinamica che si vede bene nei Paesi in cui le rinnovabili coprono molte ore della domanda elettrica: meno gas entra nella formazione del prezzo, minore è l’esposizione della bolletta elettrica alle sue impennate. E minori sono anche gli extraprofitti per le aziende energetiche.

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  • Nel 2023 parlavamo ancora di forniture di gas dalla Russia. E oggi?

I dati EUROSTAT – quindi dati ufficiali – dicono che l’anno scorso la Russia è risultata ancora il secondo fornitore di gas liquefatto per la UE dopo gli Stati Uniti che hanno fornito oltre la metà del totale. Dai terminali di liquefazione russi è partito il 14,5% del GNL arrivato in Europa. Senza considerare il gas giunto con «navi ombra» – cioè con proprietà e registrazione opaca – su cui ovviamente non possiamo avere dati ufficiali.

Anche via tubo l’apporto della Russia è stato significativo, col 10% del totale importato in Europa. La via di accesso rimasta è il gasdotto TurkStream che passa in successione da Russia, Mar Nero, Turchia, Bulgaria per poi essere distribuito principalmente a Serbia, Ungheria e Slovacchia. Siamo ben lontani dai livelli precedenti alla guerra, ma neppure possiamo dire che l’apporto dai gasdotti russi sia stato azzerato.

  • I Paesi europei che importano quel gas sono tra i meno ostili alla Russia. C’è un nesso?

Sì, per un motivo banalmente geografico. Sono tutti paesi privi di accesso al mare, che per decenni sono stati riforniti di gas direttamente dalla Russia. Non si sentono particolarmente tranquilli all’idea di doverlo sostituire totalmente con gas via nave – che evidentemente non possono ricevere – o gas «garantito» dalla UE che a sua volta non dispone di risorse proprie e deve importarlo. È facile stigmatizzare le simpatie filorusse di quei governi. Ma forse, prendendo in mano una carta geografica, si capisce che la politica c’entra meno di quanto tendiamo a pensare.

  • Chi immette gas nelle reti europee?

Il 52% del gas arrivato in Europa via tubo, nel 2025, proveniva dalla Norvegia, il 17% dall’Algeria. Quest’ultimo, per due terzi viene convogliato verso l’Italia attraverso il gasdotto Transmed che attraversa il Canale di Sicilia, un’infrastruttura che oggi, dopo la chiusura alle forniture russe, è più vitale che mai per il nostro Paese. Non è difficile immaginare quanto Transmed possa essere in cima alle attenzioni dei nostri apparati di sicurezza. Gli altri fornitori UE da gasdotti sono Russia, Regno Unito e Azerbaijan, tutti con quote tra l’8 e il 10%.

  • Dal 1° gennaio 2027 l’UE ha deciso di sospendere ogni fornitura di gas dalla Russia. È fattibile secondo te?

L’obiettivo dichiarato dall’Unione è netto. Tecnicamente è possibile, ma sappiamo che questa decisione politica avrà un costo economico ed è stata presa prima che scoppiasse la crisi di Hormuz. A seconda di come evolverà quest’ultima situazione, non possiamo escludere che la decisione debba essere almeno in parte riconsiderata.

  • Dal tuo punto di vista come vedresti il ripristino di rapporti di scambio sul gas, e forse non solo, con la Russia?

Mi limito a osservare come l’import di gas a basso costo dalla Russia sia stato, negli ultimi sessant’anni, un traino allo sviluppo del nostro continente. La drammatica crisi della poderosa industria chimica tedesca – con le sue conseguenze a catena – è in buona parte legata al venir meno del gas russo a basso costo. Per decenni, i gasdotti che ci collegavano alla Russia sono stati un modo per mantenere relazioni con l’arcinemico oltrecortina e non furono mai messi in discussione neppure nei momenti più bui della guerra fredda.

Penso che tutti – comunque la pensiamo – dobbiamo auspicare la fine della guerra e delle guerre, con la normalizzazione dei rapporti tra gli Stati, compresa la Russia. Una Russia sperabilmente più libera e democratica, ma questo purtroppo non dipende da noi.

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  • All’indomani dell’aggressione della Russia sull’Ucraina mi avevi detto che l’obiettivo, in Italia e in Europa, non doveva essere soltanto l’emancipazione dal gas russo, bensì dal gas in quanto tale. È ancora questo l’obiettivo?

Dovrebbe esserlo, senza dubbio: il futuro energetico dell’Italia e del mondo intero, non è certo nel gas e negli altri combustibili fossili. I giacimenti convenzionali di idrocarburi sono concentrati nella cosiddetta ellisse strategica dell’energia, tra la Siberia e il Medio Oriente. Tutto il mondo deve fare i conti con questa ellisse. Le principali guerre e tensioni mondiali sono concentrate lì, da decenni, e non è un caso.

Dipendere dagli idrocarburi, significa contribuire ad alimentare una guerra senza fine. I flussi rinnovabili non passano da Hormuz e sono disponibili in tutto il mondo. Uscire dal tunnel fossile è innanzitutto una nostra scelta. Tutto questo non accadrà in breve tempo: mentre la transizione energetica procede, avremo a che fare col gas per almeno altri due decenni, ma sempre meno.

  • Uno dei rimedi doveva essere il risparmio energetico. Come stanno andando i consumi di gas in Italia?

Nel 2021 il consumo di gas in Italia è stato pari a 76 miliardi di metri cubi: il consumo più alto degli ultimi 10 anni, figlio del rimbalzo dei consumi avvenuto alla fine della pandemia. Oggi ci attestiamo sui 63 miliardi di metri cubi (dato 2025), con i consumi in netto calo strutturale nell’ultimo ventennio.

Questo calo si spiega in diversi modi, non necessariamente positivi: stagnazione economica e inverni sempre più miti a causa del surriscaldamento globale. Un fattore positivo è invece il fatto che la produzione elettrica rinnovabile stia crescendo anno dopo anno, evitando l’aumento dell’uso del gas in questo settore.

Va anche sottolineato che incentivi e sgravi fiscali – modulati in modo diverso da vari governi – hanno favorito l’efficientamento energetico degli edifici e l’installazione di impianti rinnovabili, specie di fotovoltaico. Tutto questo ha contribuito a ridurre i consumi di gas. Va detto infine che oggi le persone prestano maggiore attenzione ai consumi e agli sprechi rispetto al passato. Lo fanno più per ragioni economiche che ambientali, ma è comunque una buona notizia.

  • A fronte di tutti questi problemi qual è stata e qual è la politica energetica dell’Italia?

Come ho detto, avremo ancora a che fare col gas per molti anni. Ma di qui a candidare l’Italia a «hub» europeo del gas – uno dei cardini della politica energetica dell’attuale Governo – ce ne passa. Il gas è il passato, non è il futuro dell’energia: continuare a investire miliardi in nuove infrastrutture del gas, che si ripagano in decenni, è una scelta di scarsa lungimiranza.

  • Questa politica ci rende più sicuri dal punto di vista energetico, almeno nell’immediato?

Da qualche anno, il nostro Ministero competente (MASE) è denominato della «Sicurezza energetica». Oggi l’Italia fonda principalmente il proprio approvvigionamento energetico su due Paesi: l’Algeria, da cui proviene il 38% del gas importato, e la Libia da cui proviene un quarto del fabbisogno petrolifero. Con tutto il rispetto, mi chiedo: quanto è energeticamente sicuro un Paese che dipende in modo vitale dalle forniture di Libia e Algeria? Penso che oggi sia difficile trovare un Paese più instabile e insicuro della Libia, sullo scacchiere internazionale.

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  • Il progetto EastMed con Israele può costituire una prospettiva più sicura per il gas in Italia e in Europa?

Come spiegai nel maggio 2022 in Commissione parlamentare, il progetto del gasdotto EastMed presenta rischi tecnici e strategici molto rilevanti. Sarebbe la più lunga condotta sottomarina di questo tipo mai realizzata, posata su fondali molto impervi e in un’area a elevatissimo rischio sismico. Richiederebbe investimenti enormi, che difficilmente avrebbero il tempo di ripagarsi, perché l’era del gas è ormai ai titoli di coda. A tutto questo si aggiunge oggi un ulteriore elemento politico: un accordo di fornitura di gas con Israele incontrerebbe una forte e comprensibile opposizione. Il quadro, dunque, è completo. Meglio abbandonare definitivamente questa idea.

  • Allora, perché non stiamo correndo – come hai detto – per produrre quanta più elettricità con le fonti rinnovabili nel nostro Paese?

L’Italia dovrebbe installare nuovi impianti per la produzione di elettricità da fonti rinnovabili a un ritmo doppio rispetto a quello attuale per raggiungere gli obiettivi che si è data: 130 gigawatt entro il 2030. Le responsabilità delle nostre lentezze sono diffuse e non possiamo attribuirle tutte al Governo in carica. Diverse Regioni – guidate da coalizioni di partiti di opposizione – stanno bloccando in tutti i modi progetti di rinnovabili. Emblematico è il caso della Sardegna. Ma anche la Toscana non scherza.

Recentemente, il Governo ha ricevuto dalla Commissione Europea una concessione di flessibilità fiscale per 14 miliardi di euro, da investire però solo nella promozione delle fonti rinnovabili. Il Governo ha la facoltà di mettere tutti alle strette: vediamo chi produrrà chiacchiere e chi fatti. Sempre sperando che non si trovi un escamotage per utilizzare lo sforamento concesso con provvedimenti “creativi” che poco hanno a che fare con la promozione delle rinnovabili. In Italia può succedere anche questo, purtroppo.

  • In questi giorni il Governo – e molte forze politiche di maggioranza (e non solo) – stanno parlando di nucleare…

Il paradosso del nucleare in Italia è che viene presentato come opzione concreta, ma poi mancano proprio i dettagli concreti. Non sappiamo con quali tecnologie, con quali investitori, in quali siti, in quali tempi, con quale consenso locale e con quale soluzione definitiva per i rifiuti radioattivi. Prima di parlare di centrali in funzione, bisognerebbe scegliere questi nodi. Senza contare che l’idea di fondo è utilizzare tecnologie nucleari che al momento non esistono sul mercato e la cui realizzazione – se mai vi sarà – è proiettata da qui a 20 anni.

Posso assicurare che c’è una convinzione diffusa, anche in ambienti insospettabili, che il nucleare in Italia non si farà mai per tante ragioni di natura diversa. È però un comodo argomento per una politica che non si assume mai responsabilità nette. Non sarebbe infatti la classe politica attuale, tra 15 anni, a dover andare a convincere presidenti di regione, sindaci e cittadini che il luogo prescelto per una centrale atomica o un deposito di rifiuti nucleari è proprio a casa loro. L’Italia – da decenni – non riesce a decidere dove localizzare il deposito nazionale dei rifiuti a bassa e media attività. Questo sarebbe un Paese pronto per un piano nucleare?

Non scherziamo: il nucleare è una cosa seria.

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