Ivan Illich: “celebrare la convivialità”

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Il centenario della nascita di grandi personalità è un’occasione per festeggiare – anche, o forse a maggior ragione, quando si tratta di profeti scomodi. Ivan Illich (1926-2002) può essere senza dubbio annoverato tra questi, benché egli stesso preferisse identificarsi con la figura del pellegrino piuttosto che con quella del profeta.

Filosofo, teologo e storico, è considerato come uno dei pensatori più influenti del Novecento. Ordinato sacerdote cattolico e attivo inizialmente a New York, rinunciò in seguito all’esercizio pubblico del ministero, pur mantenendo lo stato clericale. A Cuernavaca, in Messico, fondò il Centro Intercultural de Documentación che diventò un punto di riferimento per la critica delle istituzioni della società industriale. Tra le sue opere principali figurano Deschooling society (1971) [Descolarizzare la società], Tools for conviviality (1973) [La convivialità], Medical Nemesis (1976) [Nemesi medica] e Gender (1982) [Genere].

Il Colloquio teologico internazionale, che si è svolto dal 14 al 16 maggio 2026 presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e la Pontificia Università Gregoriana di Roma, ha approfondito le implicazioni teologiche del pensiero dello storico e filosofo austriaco. L’evento si è tenuto in modalità mista e prevalentemente in lingua inglese. A questo scopo, le tre organizzatrici – Isabella Bruckner (Roma/Friburgo), Gemma Serrano (Parigi), Anna Sjöberg (Uppsala) – hanno scelto per la serie delle conferenze il titolo «Corruptio optimi quae est pessima. Exploring Ivan Illich as a Theological Thinker». Effettivamente, nei suoi colloqui con il canadese David Cayley, ripetutamente Illich afferma che «la modernità può essere studiata come un’estensione della storia della Chiesa» e che «il mondo moderno diventa intelligibile solo come una perversione del messaggio cristiano» (I fiumi a nord del futuro, 2009).

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Illich avvia un’analisi genealogica della corruzione del Vangelo: la carità si è trasformata in servizio amministrato, l’ospitalità è diventata ospedalizzazione, la cura lascia il posto alla gestione sanitaria, l’insegnamento si degrada in scolarizzazione obbligatoria, la missione viene confusa con la promozione dello sviluppo, e così via. Illich denuncia le perversioni dell’ordine sacro, disvela i meccanismi della menzogna collettiva, prende posizione contro i dispositivi di stabilizzazione propri delle istituzioni, nel tentativo di ripristinare il primato della percezione di contro a ciò che il sistema ha reso invisibile.

In effetti, è proprio la percezione il perno intorno al quale è costruito il vocabolario illichiano. La denuncia della perversione del Vangelo non deriva da un intento ideologicamente, polemico, né da una semplice ipotesi storica o filologica: essa, piuttosto, indica una vera e propria metodologia teologica, che non si limita a un mero complesso di indicazioni programmatiche, ma rappresenta più radicalmente una pratica gestuale e incarnata.

Tale metodologia si compone dei seguenti passaggi: denudare le parole, tracciare i punti di soglia, disincantare la percezione, difendere il vernacolare, convertire lo sguardo, partire dalle periferie, inventare contro-condotte, analizzare i regimi sensoriali, riconoscere le ferite prodotte dall’istituzione.

Questi gesti appartengono all’ascesi e al profetismo della teologia. Riconducono la teologia al suo humus, all’evento originario fragile, rischioso, corporeo che la fonda. Offrono risorse per resistere alle forme di dominio che si presentano – ingannevolmente – come compimenti del bene.

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Alla luce di questo presupposto interpretativo, le relazioni si sono ispirate alle seguenti domande:

dove si trovano oggi i luoghi del vernacolare, spazi in cui è ancora possibile vivere senza essere amministrati?

Quale teologia può emergere da questi luoghi, e non dalle istituzioni, dai dispositivi, dalla burocrazia?

Come resistere quando la resistenza stessa rischia di essere catturata, assorbita, integrata?

Che cosa significa inventare contro-condotte che non diventino a loro volta programmi?

Che cosa implica praticare una teologia che rifiuta di essere lo strumento di ciò che essa critica?

Una teologia capace di disvelare la corruzione del bene senza cedere alla tentazione di amministrarla?

Come parlare dalle marginalità senza trasformarle in una nuova autorità?

E se le corruzioni più profonde fossero proprio quelle che non osiamo più nominare?

E se la teologia dovesse tornare a essere un luogo di lucidità — non solo per correggere, ma soprattutto per lasciar accadere ciò che non è ancora sufficientemente consolidato?

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La conferenza è stata suddivisa in sette sessioni. La prima (pomeriggio del 14 maggio, Sant‘Anselmo) ha approfondito anzitutto la tesi illichiana della corruzione del vangelo in seno alla contemporaneità istituzionalizzata, a partire dalla quale i relatori (Anna Sjöberg, Uppsala, e Mårten Björk, Uppsala) hanno segnalato l‘esigenza di un nuovo ordine cosmopolitico, retto da un diritto internazionale fondato sulla dignità umana. La quale, però, per Illich non si lascia determinare nel vocabolario della legge, ma piuttosto alla luce del concetto di klêsis (vocazione).

È stata poi proposta la lettura della figura di Ivan Illich come «viandante tra i mondi», a partire dal suo uso di diverse metafore significative come quella dello spartiacque (Jakob Deibl, Vienna) e dalla dimensione apocalittica della sua opera come ha mostrato David Cayley (Toronto) con cui Illich aveva sostenuto un’amicizia duratura.

Nella seconda sessione (mattina del 15 maggio, Sant’Anselmo) le relazioni hanno percorso gli «spartiacque» attraversati da Illich, nella proposta della descolarizzazione come pratica trasformativa (Vincenzo Rosito, Roma) e nella critica della medicalizzazione come regime coloniale di salute cibernetica (Markus Riedenauer, Eichstätt).

Non è mancata neppure la disamina delle ricadute estetiche del pensiero illichiano, tra cui la fruttuosità della «ascesi dello sguardo» nel tempo della realtà virtuale (Yvonne Dohna Schlobitten, Roma) e la discussione della decorporalizzazione della liturgia come atto della Chiesa, Corpo di Cristo (Isabella Bruckner, Roma).

Dalle relazioni è emerso chiaramente come, in riferimento al drastico abbassamento delle attuali capacità di leggere e scrivere, all’esperienza drammatica della pandemia da Covid e nell’epoca delle immagini e del transumanesimo, le diagnosi di Illich risultano particolarmente promettenti e stimolanti.

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A queste riflessioni ha fatto seguito la quarta sessione (pomeriggio del 15 maggio, in Gregoriana), che ha esaminato la complessità degli strumenti operanti nella società contemporanea, come ad esempio le «macchine mimetiche» (Tomas Ekenberg, Uppsala) e la digitalizzazione nell’età del «sistema» (Gemma Serrano, Parigi).

Ai problemi posti dalle ingerenze delle attuali tecnologie sono collegati quelli delle «narrazioni nascoste», che Illich ha smascherato sia mediante autentiche amicizie intellettuali, tra cui spicca quella con Paolo Prodi (Marcello Neri, Modena), sia nel suo complesso rapporto con la vocazione sacerdotale. A questo riguardo, Fabio Milana (Bologna), curatore dell’Opera omnia di Illich, ha presentato materiale storico inedito, riguardante la giovinezza di Illich, nonché il suo conflitto con il Vaticano.

A conclusione del convegno, la quinta e ultima sessione (mattino del 16 maggio, Sant’Anselmo) ha perlustrato le implicazioni teologico-politiche del pensiero di Illich, che indica la via della rottura con la modernità coloniale (Martin Kirschner, Eichstätt, e Carlos Mendoza-Álvarez, San Cristóbal de Las Casas) e prepara una «rivoluzione vernacolare» verso una teologia della vita comune (Sebastian Pittl, Tubinga): l’interesse delle relazioni si è esteso a una prospettiva internazionale, dall’America Latina fino all’Ucraina.

A chiusura dei lavori, in occasione della sua recente uscita, è stato presentato il volume, contenente i primi testi di Illich, La Chiesa senza potere e altri scritti scelti, 1955-1985, da don Sergio Massironi, curatore della collana «Teologia dalle periferie» (Castelvecchi), e da don Roberto Maier (Milano), autore della Postfazione.

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Coniugando la pregevolezza scientifica con lo spirito della convivialità, la Conferenza ha appurato la perdurante validità e la pertinenza teologica del pensiero di Ivan Illich: le sue analisi delle dinamiche di corruzione del cristianesimo in seno alla cultura secolare suggeriscono un vero e proprio metodo di discernimento per la teologia, chiamata a sviluppare una concezione critica del rapporto tra evangelicità e istituzionalizzazione.

Nonostante i partecipanti non si conoscessero prima della conferenza, l’evento ha visto instaurarsi in breve tempo un clima di intesa e collaborazione: fatto, questo, che attesta un’esperienza autenticamente teologica, anzi una vera e propria theoría incarnata, nel senso di uno studio e di una ricerca fioriti nel contesto di discussioni animali (tanto nell’aula della conferenza quanto nei momenti informali delle pause e dei pasti).

Per stimolare l’approfondimento delle tematiche affrontate nel corso del Colloquio teologico, le relazioni saranno rese disponibili all’interno di una pubblicazione internazionale (per maggiori informazioni rivolgersi a indirizzo e-mail: isabella.bruckner@anselmianum.com)

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