MH: cosa dice alla scienza

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Abbiamo chiesto al prof. Pacchioni, docente di Chimica all’Università Milano-Bicocca, membro dell’Accademia dei Lincei, autore del volume Scienza chiara, scienza oscura, di rispondere alle nostre domande su temi – ricerca scientifica, intelligenza artificiale, ambiente – trattati dall’enciclica di papa Leone, Magnifica humanitas. L’intervista è curata da Giordano Cavallari.

– Caro Professore, in M.H. papa Leone XIV, in alcuni numeri (es. 23.98.209…), richiama l’importanza, per la Chiesa stessa, oltre che per il mondo contemporaneo, dell’ascolto della ricerca scientifica. Insieme a questo, sottolinea la grande responsabilità delle persone impegnate nella ricerca. Lei come accoglie questo appello, unito al monito?

La ricerca scientifica rappresenta una risorsa fondamentale per il progresso umano: contribuisce in modo decisivo al benessere individuale e collettivo, migliorando la qualità della vita e offrendo strumenti per affrontare le sfide globali.

D’altra parte, il richiamo alla responsabilità degli scienziati evidenzia che il progresso tecnico non è mai neutrale. Ogni scoperta apre nuove possibilità, ma anche interrogativi etici e sociali. Tecnologie come l’intelligenza artificiale, l’ingegneria genetica o il computer quantistico mostrano come la capacità di intervenire sulla natura e sulla vita umana stia crescendo rapidamente. Ci si può quindi chiedere se la tecnologia stia diventando non solo uno strumento al servizio dell’uomo, ma anche una forza capace di orientare comportamenti, relazioni e decisioni collettive.

In questa prospettiva, l’invito ad ascoltare la ricerca scientifica non significa accettare acriticamente ogni innovazione, ma promuovere un dialogo continuo tra scienza, etica, politica, e società. La vera responsabilità della ricerca consiste infatti nel mettere le proprie conoscenze al servizio della dignità umana e del bene comune, evitando che il progresso tecnologico si trasformi in una forma di dominio sull’uomo anziché in uno strumento di liberazione e di sviluppo.

– In altri numeri, in particolare (es. 95.108), il papa denuncia un controllo degli strumenti tecnologici che non è più – in buona misura – degli Stati, bensì dei grandi (big) attori economici e tecnologici (oltre che finanziari). È ciò che anche lei sostiene?

Stiamo assistendo ad una trasformazione profonda del sistema della ricerca scientifica. Se, per gran parte del Novecento, questa era prevalentemente pubblica, aperta e orientata al bene comune, oggi una quota crescente delle conoscenze avanzate viene prodotta all’interno delle grandi imprese tecnologiche e dei programmi militari, dove prevalgono riservatezza, brevetti e interessi strategici.

Il rischio è quello della creazione di un “monopolio della conoscenza”: le Big Tech dispongono di risorse economiche e di infrastrutture tecnologiche tali da competere e superare gli Stati e le università pubbliche in tutti i settori più avanzati, non solo in quello dell’intelligenza artificiale.

Siamo di fronte a una divaricazione tra quella che io chiamo “scienza chiara”, pubblica, trasparente, verificabile e condivisa, e “scienza oscura”, sviluppata in ambienti privati o militari, sottratta al controllo democratico e spesso chiusa nella totale segretezza.

La questione centrale non è se la tecnologia produca benefici, ma chi controlla la produzione della conoscenza, chi decide le priorità della ricerca e a vantaggio di chi vengono utilizzati i risultati scientifici.

– Di conseguenza (es. nel n. 96), il papa vede un accesso sempre più iniquo alle informazioni – detenute da “pochi” –, mentre queste potrebbero e dovrebbero andare a beneficio dell’umanità intera, specie della parte più povera e fragile. È proprio ciò che sta avvenendo?

Il timore espresso dal papa ha solide basi. Da un lato, non è mai esistita nella storia una quantità così vasta di conoscenze accessibili: milioni di articoli, dati, corsi e strumenti digitali sono disponibili a livello globale. Viviamo nell’era dell’abbondanza dell’informazione. Tuttavia, le informazioni e le capacità tecnologiche più strategiche sono sempre più concentrate nelle mani di un numero ristretto di grandi attori economici e tecnologici.

La questione, quindi, non riguarda tanto l’accesso all’informazione, quanto creare una gerarchia della loro importanza e come accedere alle informazioni che generano potere. Chi possiede enormi quantità di dati, capacità di elaborazione e sistemi di intelligenza artificiale dispone di un vantaggio crescente nella ricerca scientifica, nell’economia, nella comunicazione e perfino nell’influenza dei processi decisionali pubblici.

La conoscenza, che dovrebbe essere un bene comune destinato a ridurre le disuguaglianze, rischia di diventare un fattore che le amplifica. Chi decide quali conoscenze sviluppare, chi ne controlla l’accesso e chi beneficia dei loro frutti? Se la risposta è “pochi soggetti privati”, il rischio è che la scienza, pur producendo indubbi benefici, non riesca a realizzare la sua vocazione universale.

***

– Anche lei vede, con papa Leone (n. 115–117), i grandi rischi di una tecnologia che trasforma – o forse snatura – l’umano? Quali rischi – o forse più che rischi potenziali si tratta di fenomeni già in atto – lei ravvede in particolare?

Stiamo già osservando numerosi fenomeni che rischiano di modificare il rapporto tra l’uomo e la natura. Pensiamo alla progressiva delega delle decisioni alle macchine, soprattutto nei sistemi basati su intelligenza artificiale: dalla selezione delle informazioni che leggiamo, fino a scelte in ambito sanitario, finanziario o giudiziario. Questo può ridurre la trasparenza dei processi decisionali e indebolire la responsabilità umana diretta.

Oppure, pensiamo a come lo smartphone sta cambiando i rapporti personali, il modo in cui comunichiamo, la capacità di stupirsi e provare emozioni. Se la tecnologia diventa l’ambiente principale in cui viviamo e con cui interagiamo, c’è il rischio che parti importanti dell’esperienza umana vengano progressivamente messe in secondo piano.

– Molti numeri e l’intero capitolo V dell’enciclica – sono dedicati alla guerra e alle tecnologie applicate alla guerra. Papa Leone XIV è peraltro noto per l’espressione “pace disarmata e disarmante”. È vero che gran parte dei progetti di ricerca – e dei relativi finanziamenti – stanno nel settore militare? Inevitabile?

Sì, è così: una quota significativa della spesa in ricerca scientifica e tecnologica finisce al settore militare che resta un grande promotore di ricerca in campi come intelligenza artificiale, robotica, materiali avanzati, cyber-sicurezza, spazio.

Si osserva, però, una crescente ibridazione tra civile e militare: molte tecnologie nascono in ambito civile (soprattutto da parte delle Big Tech) e vengono poi adattate a usi militari, e viceversa.

Sappiamo che molte grandi innovazioni del Novecento sono nate in contesto militare, basti citare Internet e GPS. La questione, quindi, non è tanto “quanto” si investe nel militare, ma quanto i confini tra ricerca civile, commerciale e militare stanno diventando porosi e sempre meno definiti. Anche la discussione sull’uso duale della ricerca militare ha messo in luce questo aspetto.

Purtroppo, non possiamo fare a meno di constatare che, in un mondo segnato da competizione geopolitica e tecnologica, il settore militare continua ad essere un attore centrale nell’orientamento della ricerca avanzata.

– Il papa qua e là (es. al n. 140, numero che forse la può interessare anche come docente e, quindi, educatore) scrive che si può e si deve «frenare» lo sviluppo tecnologico – o persino «non usarlo» (con riferimento alla A.I.) – in alcune applicazioni. Lei è d’accordo? Ma come?

Fermare o rallentare lo sviluppo tecnologico non è facile: l’umanità si è sempre mossa in direzione opposta. Però la sollecitazione del papa diventa molto più concreta e utile se interpretata come invito a stabilire limiti etici e giuridici mirati su usi specifici dell’IA – e in generale delle tecnologie – se queste minacciano la dignità umana o la sicurezza collettiva.

– Il papa, nonostante il quadro grave – e molto grave – che rappresenta, nutre nell’umanità una grande fiducia (di impronta teologica), tanto da iniziare l’enciclica con le parole «LA MAGNIFICA UMANITÀ creata da Dio». Lei è fiducioso?

Il momento attuale non invita particolarmente all’ottimismo ma, d’altro canto, la fiducia nell’umanità ha un qualche fondamento. La storia mostra che l’uomo è capace non solo di creare problemi attraverso la tecnologia, ma anche di costruire regole, istituzioni e forme di cooperazione per limitarne gli effetti negativi e orientare l’umanità al bene comune.

Certo, la cosa non è automatica, la fiducia ha senso se intesa non come certezza di un esito positivo, ma quale possibilità concreta che richiede impegno, vigilanza, dibattito democratico.

***

– In linea con l’enciclica di papa Francesco (Laudato si’), papa Leone dedica attenzione al tema dell’ambiente – o meglio del “creato” –, ma lo fa con uno sguardo più generale, in cui vede processi tecnologici che, se disumanizzanti, sono anche contro l’ambiente naturale. È d’accordo?

Spesso esiste una correlazione tra disumanizzazione e danno ambientale, perché entrambe derivano dalla stessa logica di sfruttamento intensivo delle risorse, senza rispetto per gli equilibri naturali, e soprattutto senza la doverosa consapevolezza di trasferire gravi problemi sulle generazioni future pur di garantire un presente radioso a quelle attuali.

Ma non dimentichiamo che ci sono innovazioni che possono essere, al tempo stesso, umanizzanti e sostenibili: pensiamo alle tecnologie per l’energia rinnovabile, al monitoraggio ambientale, alla medicina personalizzata.

Di certo, una corsa incontrollata verso tecnologie sempre più avanzate rischia di tradursi in un aumento significativo del consumo delle risorse e dell’impatto energetico, con conseguenti ulteriori danni ambientali. Perciò il richiamo di papa Leone XIV è pienamente giustificato.

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