
Lunedì 25 maggio nella chiesa parrocchiale di Sovizzo Colle (VI), in una serata organizzata da don Francesco Strazzari, saggista e redattore di SettimanaNews, il teologo laico greco-ortodosso Panaghiotis Yfantis ha presentato il libro del vescovo emerito greco-cattolico di Corfù, Zante e Cefalonia, Ioannis Spiteris O.F.M. cap, Francesco e l’Oriente cristiano (Pazzini Editore, Rimini 2026). I partecipanti hanno vissuto l’evento con commovente partecipazione e con cordiale spirito ecumenico. Pubblichiamo il testo integrale del suo intervento.
Reverendi Padri,
cari fratelli e sorelle in Cristo,
prima di condividere con voi alcune riflessioni sul volume Francesco e l’Oriente cristiano. Un confronto ecumenico, desidero esprimere la mia sincera gratitudine anzitutto a don Francesco Strazzari e a mons. Ioannis Spiteris per l’invito a partecipare a questa serata e per la gioia di poter condividere con voi alcuni pensieri attorno a questo libro così bello e importante. (…)
Considero un grande onore personale il fatto che mons. Spiteris mi abbia chiesto di scrivere il prologo di questo volume. Ho accolto tale richiesta con gratitudine e anche con emozione, perché quest’opera non è soltanto un lavoro di studio, ma il frutto di una lunga fedeltà spirituale e di un autentico amore per la Chiesa, per san Francesco e per l’incontro tra Oriente e Occidente.
Il san Francesco di Ioannis Spiteris
Per me questa serata non rappresenta soltanto un’occasione culturale o accademica. Essa possiede anche un significato profondamente personale ed ecclesiale. Parlare di san Francesco, dell’Oriente cristiano e del dialogo tra le nostre tradizioni non significa infatti parlare di idee astratte, ma di esperienze vive, di incontri, di amicizie spirituali e di quella misteriosa comunione che il Vangelo continua a generare nella vita della Chiesa.
Ci troviamo davanti a un’opera singolare. Non semplicemente un saggio storico o uno studio comparativo di spiritualità. Questo libro è, in realtà, un luogo d’incontro: tra san Francesco e i Padri del deserto, tra Assisi e l’Oriente cristiano, tra la memoria francescana e la tradizione ascetica greca, tra il cuore cattolico e quello ortodosso.
È significativo che questa nuova edizione italiana venga pubblicata nell’orizzonte dell’ottavo centenario della morte di san Francesco. Non si tratta di una semplice commemorazione culturale. Ogni anniversario ecclesiale autentico è una domanda rivolta al presente. E forse oggi, più che in altri tempi, abbiamo bisogno di tornare a Francesco non come a una figura sentimentalmente rassicurante, ma come a un testimone evangelico ancora capace di parlare alla coscienza della Chiesa.
Chi è Ioannis Spiteris
Il primo elemento che colpisce leggendo questo volume è la figura del suo autore.
Padre Ioannis Spiteris non è uno studioso che osserva due mondi dall’esterno. Egli appartiene, in qualche modo, a entrambi. È greco di nascita e di formazione culturale; conosce dall’interno la lingua, la sensibilità, la teologia e la spiritualità dell’Oriente ortodosso. Ma è anche frate francescano cappuccino e vescovo cattolico. Vive, dunque, dentro la grande tradizione latina e francescana.
Questa duplice appartenenza rende il suo sguardo particolarmente prezioso. Egli conosce tanto le fonti greche della patristica orientale quanto le fonti latine del francescanesimo; conosce i Padri della Chiesa e, insieme, la moderna storiografia francescana; conosce il linguaggio della teologia bizantina e quello della spiritualità occidentale.
Per questo, il libro non nasce da una semplice curiosità comparativa, ma da una lunga familiarità spirituale. È il frutto di una vita trascorsa ad ascoltare due tradizioni cristiane che la storia ha spesso separato, ma che nel profondo continuano misteriosamente a riconoscersi.
Questo, a mio avviso, è il cuore del libro: non la confusione delle differenze, né un ecumenismo ingenuo, ma il riconoscimento di una parentela spirituale profonda.
L’ammirazione dell’Oriente per san Francesco
Nelle pagine introduttive del volume, Spiteris racconta un episodio semplice ma eloquente. Un monaco ortodosso gli disse un giorno: «Noi ortodossi, con Francesco ci sentiamo a casa nostra». Questa frase attraversa tutto il libro come una chiave interpretativa.
Perché il mondo ortodosso dovrebbe sentirsi «a casa» davanti a un santo occidentale del XIII secolo? La risposta che emerge progressivamente dal volume è affascinante. L’Oriente cristiano non ha riconosciuto in Francesco il simbolo religioso dell’Occidente medievale, ma una forma evangelica di vita che richiama la memoria della Chiesa indivisa.
Il Francesco che emerge da questo confronto non è il Francesco oleografico della letteratura popolare né il Francesco pacifista in senso moderno, bensì il Francesco evangelico, radicale, ascetico, integralmente cristocentrico.
Per il lettore ortodosso, abituato alla teologia della metanoia, della kenosi e della theosis, questa figura non suscita estraneità ma rassomiglianza. Non sorprende, quindi, che alcuni intellettuali ortodossi abbiano parlato di Francesco come di un «vero discepolo di Cristo», e che la sua vita sia stata descritta come testimonianza concreta della possibilità di vivere il Vangelo nella sua paradossale semplicità.
Il mondo ortodosso ha riconosciuto nel Poverello non il simbolo dell’Occidente medievale, ma il frutto di un’esperienza apostolica che precede le fratture confessionali e si ricollega alla memoria dei Padri del deserto.
Queste pagine mostrano qualcosa che troppo spesso dimentichiamo: la santità possiede una forza di riconoscimento che precede le divisioni storiche. I santi parlano una lingua che la Chiesa continua misteriosamente a comprendere anche quando è ferita dalle separazioni.
A questo punto diventa più chiaro anche il metodo seguito da Spiteris. Egli non cerca di dimostrare che Francesco fosse «orientale». Sarebbe un errore storico e teologico. Francesco rimane profondamente occidentale, latino e figlio del suo tempo. E tuttavia, vivendo fino in fondo il Vangelo, giunge a toccare dimensioni spirituali che l’Oriente riconosce come profondamente familiari.
Il libro si sviluppa così come un lungo itinerario di confronto tra la spiritualità francescana e la tradizione ascetica orientale.
San Francesco nel pensiero degli ortodossi
Nella prima parte, Spiteris analizza la presenza di san Francesco nella coscienza ortodossa. È una sezione sorprendente, perché mostra quanto il mondo ortodosso moderno abbia amato il Poverello di Assisi.
Il volume cita teologi russi, pensatori greci, monaci, scrittori e artisti che hanno riconosciuto in Francesco una figura spiritualmente vicina alla propria sensibilità ecclesiale. Tra tutti emerge naturalmente Nikos Kazantzakis, inquieto pellegrino dell’assoluto, che ad Assisi scopre in Francesco il «prototipo assoluto della santità».
Francesco appare, così, non come figura devozionale, ma come uomo capace di trasformare il dolore, la povertà e la lotta interiore in libertà spirituale.
Particolarmente commoventi sono poi le pagine dedicate all’iconografia bizantina di san Francesco. In alcune chiese ortodosse di Creta del XIV e XV secolo, Francesco viene raffigurato accanto ai santi orientali, con le stimmate e con atteggiamenti iconografici tipici della tradizione bizantina.
Questo dettaglio non è soltanto artistico, ma anche ecclesiale, perché mostra come il popolo cristiano orientale, ben prima dei moderni dialoghi ecumenici, avesse già intuito qualcosa della familiarità spirituale di Francesco.
La seconda parte del libro è forse la più importante dal punto di vista teologico e spirituale. Qui Spiteris entra nel cuore del confronto tra la spiritualità francescana e l’Oriente cristiano: la conversione, la povertà evangelica, la preghiera, la contemplazione, il rapporto con il creato, la pace e la conformazione al Cristo crocifisso.
Naturalmente non si tratta di identità assolute. Spiteris è troppo serio per cadere in parallelismi superficiali. Ma ciò che emerge è una profonda convergenza spirituale.
Questo è particolarmente evidente nel modo in cui la tradizione greca interpreta la «pace» francescana: non come quiete psicologica o tolleranza sociale, ma come frutto duramente conquistato dell’ascesi, della carità fraterna e della conformazione al Cristo crocifisso.
Francesco appare così non come anticipatore di movimenti pacifisti, ma come asceta che ha conosciuto la lotta interiore, la rinuncia e l’umiliazione come vie alla libertà.
In questa prospettiva, il Cantico delle creature non è evasione poetica ma liturgia cosmica, e le stimmate non sono prodigio sentimentale ma sigillo teologico.
Scoprire il vero san Francesco
Il libro restituisce così a Francesco tutta la sua profondità evangelica. Oggi esiste spesso la tentazione di ridurlo a una figura rassicurante: il santo della pace, il poeta della natura, l’amico degli animali. Ma il Francesco di Spiteris è molto più radicale: è un uomo consumato dal desiderio di Cristo, un uomo della penitenza e della gioia pasquale nata dalla croce.
L’Oriente cristiano ha sempre saputo che non esiste vera pace senza ascesi, né luce senza purificazione del cuore. È commovente vedere come il libro mostri questa consonanza senza forzature, lasciando che le due tradizioni si illuminino reciprocamente.
Un altro aspetto estremamente importante del volume riguarda il rapporto tra teologia e vita spirituale. Per la tradizione orientale il vero teologo è colui che prega. La conoscenza di Dio non è soltanto concettuale, ma esperienziale.
Anche qui Francesco appare sorprendentemente vicino alla sensibilità orientale. Per lui il Vangelo non è un oggetto di studio, ma forma di vita, fuoco e trasformazione dell’esistenza.
In questa prospettiva, la conformazione di Francesco a Cristo richiama ciò che il linguaggio ortodosso descrive con il termine “theosis”, la divinizzazione dell’uomo.
La ristampa di questo libro possiede dunque una duplice importanza per il mondo cattolico contemporaneo.
Anzitutto, perché aiuta i cattolici a conoscere più profondamente la spiritualità ortodossa. Troppo spesso l’Oriente cristiano viene percepito soltanto come realtà liturgica o storica. Invece il libro introduce il lettore dentro il cuore dell’esperienza spirituale orientale: la metanoia, la preghiera del cuore, la kenosi, la theosis e la trasfigurazione dell’uomo in Cristo.
Un ecumenismo “dal basso”
In secondo luogo, il volume promuove una forma autentica di dialogo ecumenico. Non un ecumenismo costruito soltanto «dall’alto», attraverso documenti o diplomazie ecclesiastiche, ma un ecumenismo «dal basso», nel luogo concreto della vita spirituale.
Lì dove il credente prega, lotta contro il proprio egoismo, cerca la misericordia di Dio e scopre la bellezza del Vangelo. È in questo spazio interiore che Oriente e Occidente possono ancora riconoscersi.
In questo senso è molto bella l’immagine dei «due polmoni della cristianità». Nel cuore profondo della Chiesa, Oriente e Occidente non sono chiamati a combattersi, ma a respirare insieme.
E san Francesco appare, in questo libro, come uno dei luoghi spirituali nei quali questo respiro comune torna a diventare percepibile.
Vorrei concludere con una nota più personale. Il mio rapporto con questo libro non è soltanto intellettuale, così come il mio rapporto con padre Ioannis Spiteris non è soltanto accademico. La nostra amicizia è nata attorno alla figura del Poverello di Assisi e continua ancora oggi con profonda gratitudine.
Una silenziosa riconciliazione
San Francesco, per me, non è soltanto un santo da studiare, ma una presenza spirituale capace di aprire cammini inattesi. Ed è forse proprio questa la forza più profonda del libro di Spiteris: non soltanto informare, ma trasformare lo sguardo.
Dopo averlo letto, Francesco non appare più semplicemente come il santo dell’Occidente medievale, ma come una figura evangelica universale, capace ancora oggi di parlare ai cattolici, agli ortodossi, agli uomini della preghiera, della ricerca e della sete di autenticità.
Alla fine del libro rimane nel lettore quasi una sensazione di silenziosa riconciliazione. Non una riconciliazione ingenua o trionfalistica, ma la percezione che, sotto le ferite della storia, continui a scorrere una memoria comune: la memoria del Vangelo vissuto radicalmente, la memoria dei santi, la memoria di Cristo.
Forse è proprio questo il dono più prezioso che il libro di Spiteris offre oggi alla Chiesa: ricordarci che la santità non appartiene a una confessione. La santità appartiene a Cristo.
E là dove Cristo è vissuto fino in fondo, la Chiesa, anche nelle sue divisioni storiche, continua misteriosamente a riconoscere il proprio volto.
Per questo credo che questa ristampa non sia soltanto un evento editoriale, ma anche un piccolo segno di speranza ecclesiale: un invito a guardarci non soltanto attraverso le differenze che ci separano, ma anche attraverso la luce dei santi che ci precedono.
E forse proprio san Francesco, il povero di Assisi, continua ancora oggi a insegnarci che la vera unità della Chiesa non nasce anzitutto dal potere, dalla strategia o dall’organizzazione, ma dalla conversione del cuore.
Vi ringrazio.
Sovizzo Colle (VI), 25 maggio 2026





