Titoli teologici e autorità nella Chiesa

di:

donne e teologia

Diceva il mio maestro Giampiero: i titoli non servono a niente, basta averli conseguiti. Avere “titolo” significa vedersi riconosciuta una autorità. Nella storia della Chiesa il modo di “avere titolo” non è stato uniforme né si può considerare come il frutto di uno sviluppo lineare.

Un passaggio del tutto classico è stata la istituzione dei seminari, come risposta alla crisi moderna del ministero nella Chiesa. Con una risoluzione che risale al 1563 (Cum adolescentium aetas) inizia la strutturazione moderna di un modo comune di formare la classe dirigente della Chiesa cattolica. Potremmo considerarlo il gesto istituzionale che inaugura una età classica della formazione, basata su alcuni principi:

  • la separazione dal corpo sociale del candidato, che resta per molti anni “a parte”
  • la destinazione esclusiva a maschi celibi e figli legittimi
  • la unità di studio, disciplina, preghiera in forma comunitaria
  • la selezione nel tempo, il cursus di gradi rituali, per giungere alla ordinazione presbiterale

Questo modello procedurale e istituzionale per confezionare i ministri è pensato nel cuore della società dell’onore: è una iniziazione a una maggiore dignità sociale, a una preferenza, che separa il soggetto per riconoscergli autorità. Questo progetto, messo in piedi alla fine del XVI secolo, ha segnato profondamente l’Europa e il mondo per quattro secoli. Ma nel XX secolo è entrato in crisi. Pensare oggi la formazione teologica con questo modello moderno è un modo di stare fuori dalla storia e di perpetuare illusioni del passato.

Che cosa è cambiato? Anzitutto la forma sociale. Siamo passati gradualmente, tra il XIX e il XX secolo, almeno in Europa, dalla società dell’onore alla società della dignità. Questo passaggio è avvenuto con una nuova accezione di dignità, che non è più preferenza e distinzione, ma caratteristica comune di eguaglianza e di parità di diritti. Nella società della dignità cambia il modo di pensare anche il ministero ecclesiale. Almeno in tre dimensioni:

  1. La formazione non avviene più soltanto per separazione, ma per integrazione. Il luogo della formazione non è più la clausura monastico-militare del seminario, ma la integrazione nel territorio e nelle forme di vita. Come in ogni formazione, una certa separazione resta insuperabile, ma non è più il luogo del ritiro la forma classica per comprendere come rispondere alla chiamata ecclesiale.
  2. I soggetti non sono più predeterminati. La tradizione che ha selezionato solo maschi celibi ha avuto e continua ad avere in parte le sue ragioni. Ma non è più una ragione esclusiva. Dove il matrimonio viene riletto con nuove categorie e dove la donna è entrata nello spazio pubblico, la riserva del maschio celibe è un relitto del passato. La cultura comune, anche ecclesiale, non esclude più dalla autorità né maschi coniugati, né donne nubili, né donne coniugate. I tre quarti del popolo di Dio che la tradizione moderna escludeva dal ministero ordinato oggi devono essere integrati nella formazione teologica al ministero ecclesiale.
  3. La formazione teologica è formazione culturale. Questo principio, che la istituzione dei seminari nell’età moderna aveva profondamente valorizzato, ha subito, nel tempo, un forte logoramento. La riduzione della formazione alle discipline ecclesiastiche è diventata, dalla fine del XIX secolo, una vera patologia ecclesiale. Lo scontro con il mondo moderno ha illuso che il futuro ministro potesse studiare solo teologia. E che la stessa teologia possa essere una disciplina autonoma dalla cultura, autoreferenziale e chiusa alla cultura.

Queste considerazioni implicano la sfida, che dopo il Concilio Vaticano II ha iniziato a ripensare lo studio teologico, ampliando la base di coloro che concorrono alla formazione ecclesiale. Ma qui, occorre dirlo, non tutto si muove in modo concorde. La tentazione persistente a pensare nella separatezza la formazione teologica può creare, ancora una volta, la logica della società dell’onore nel cuore della società della dignità.

Si può avere, anche oggi, la tentazione di creare uno “studio per titoli” in parallelo a uno “studio senza titoli”. E questa discriminazione può fondare la differenza sulla gestione del tempo. Se l’orario delle lezioni è incompatibile con soggetti lavoratori, allora è chiaro potranno accedere ai titoli soltanto coloro che sono liberi dal lavoro. Questo opera una grave forma di selezione nel corpo ecclesiale. Si tratta della sopravvivenza della logica tridentina in una società molto diversa: una resistenza del clericalismo che pensa che si studia teologia solo per diventare preti, nell’orizzonte di una “adulescentium aetas” che arriva ormai a 40 anni!

Una “formazione libera dai vincoli accademici” – come viene chiamata con linguaggio da spot pubblicitario anche se in un contesto formativo ecclesiale – non garantisce una vera libertà. Se sei libero dai vincoli accademici, non avrai mai alcuna autorità riconosciuta. Quella libertà è una illusione, una forma di schiavitù. Qui la questione è istituzionale.

Se abbiamo avuto per decenni un accesso serale ai titoli accademici, che permetteva lo sviluppo di competenze riconosciute abbinate a forme di vita non clericale e non religiosa, oggi a questa esperienza viene posto uno stop che suona come la smentita bruciante di molti discorsi (che per questo diventano retorici) sulla sinodalità, sulla partecipazione al governo della Chiesa, sulla presenza dei laici e delle laiche nella pastorale.

Sarebbe paradossale coinvolgere nel governo della Chiesa laici e laiche “purché senza titoli”, e perciò malleabili e gestibili. Per “nutrire lo Spirito” e per “abitare il presente” ci sono molti modi. Ma impedire a chi non abita le forme clericali e religiose di vita di conseguire i titoli riconosciuti è una grave involuzione a livello ecclesiale e teologico: non è nutrire lo Spirito e non è abitare il presente. Le formule retoriche non aiutano a fare i conti con la verità.

La argomentazione che fa discendere queste decisioni da esigenze di bilancio è frutto di microthumia. Se vedi solo le questioni economiche come decisive, hai permesso al tuo cuore di diventare piccolo. Bisogna avere il cuore grande e lo sguardo lungo per non deprimere il desiderio e per non negare la speranza. Una bella notizia viene da Parigi, dove ai laici che ne abbiano il desiderio si consente, in un percorso di otto anni di studio serale, con impegno molto limitato nella settimana, di qualificare il loro studio con la possibilità di conseguire il titolo riconosciuto.

La possibilità non è un obbligo. Nulla impedisce che si possa fruire di un insegnamento qualificato anche senza la volontà di acquisire alcun titolo. Ma non vale il contrario: se istituisci un corso che non offre alcun titolo, escludi una parte significativa di possibili soggetti di arrivare al riconoscimento di un titolo, di avere una autorità riconosciuta nella Chiesa.

Se la unificazione dei percorsi di formazione teologica, che di per sé è cosa buona, diventa principio di discriminazione delle forme di vita in cerca di formazione, il processo si converte in un peggioramento del sistema precedente: corruptio optimi pessima.

Rinunciare alla possibilità di offrire la formazione teologica titolata a chi non vive in condizione religiosa o clericale è una obiettiva involuzione ecclesiologica, teologica e spirituale. Chi non la vede, o la minimizza, ha messo la testa nella sabbia, forse senza saperlo, e ha bisogno di essere aiutato a tirarla fuori e a guardare il mondo con occhi diversi da quelli di Carlo Borromeo.

Quello che San Carlo ha fatto nella società dell’onore, noi dobbiamo farlo nella società della dignità: questa differenza ci impedisce di fare della separazione tra chierici e laici una soluzione. Quella che per lui era la soluzione, per noi è il problema. Forse il più grande.

  • Pubblicato sul blog dell’autore (qui).
Print Friendly, PDF & Email
Tags:

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto