Parole da Aleppo

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terremoto

Don Dani Gaurie è sacerdote salesiano ad Aleppo. Originario della città di Kamishly, nel nord-est della Siria, al confine con l’Iraq e la Turchia, all’età di 3 anni si sposta con la famiglia verso Aleppo, dove conosce i salesiani e comincia il suo cammino formativo, che concluderà in Italia. Durante la formazione, presta servizio in Turchia, Siria, Egitto e Iraq. Nel 2014 si trova in Iraq nella città di Ankawa quando si verifica l’invasione dell’Isis e l’esodo dei cristiani dalla valle di Ninive. Una volta ordinato sacerdote, prima di tornare ad Aleppo, svolge il suo servizio a Damasco e in Libano. L’opera salesiana di Aleppo è situata in un contesto dove convivono tre enti, che cercano di mettere insieme forze e risorse: l’oratorio, una ex scuola professionale che è stata nazionalizzata a fine anni ’60 ed è divenuta scuola pubblica, e la parrocchia greco-cattolica.
In comunità sono in quattro: don Dani è rientrato ad Aleppo da Trento, il direttore don Mario missionario dalla Sardegna, don Georges sacerdote di Aleppo, Joseph coadiutore sempre di Aleppo precedentemente missionario in Venezuela per 42 anni e Mevatoky tirocinante dal Madagascar. Con il terremoto è arrivato ad Aleppo anche il provinciale don Alejandro Leon Mendoza, venezuelano, dopo aver visitato Damasco. Dopo la prima scossa del 6 febbraio, subito è iniziata l’accoglienza in oratorio, due giorni dopo si è arrivati a quasi 450 persone, col passare dei giorni i numeri sono scesi e le persone hanno trovato altre sistemazioni. Fino a qualche giorno fa erano rimaste solo venti famiglie, circa 50 persone, poi un’altra scossa il 20 febbraio alle 20,04 di magnitudo 6.4, qualche ulteriore danno e ancora tanta paura.L’oratorio ha riaperto le porte a 750 persone, don Dani e i suoi confratelli sono andati a dormire molto tardi per garantire la sistemazione a tutti.

– Don Dani, cosa vive la gente in questi giorni ad Aleppo?

Tanta paura, che sta attraversando tutti. Quando perdi la casa, perdi la sicurezza. Qualcuno diceva: prima, durante la guerra, dalla strada raggiungevamo la nostra casa per proteggerci, adesso scappiamo verso la strada perché abbiamo paura di casa nostra. Questa cosa colpisce molto, vedi molte persone senza speranza negli occhi.

Ieri dall’oratorio ho cercato di andare a prendere i miei genitori, di solito ci metto 5 minuti in auto, ma ne ho impiegati 45 a causa dell’enorme quantità di gente che si era riversata in strada, scene da film, tutta gente che non sa più cosa fare e che non sa cosa potrà ancora capitare.

Fino a due settimane fa le persone, pur nella situazione economica difficile, avevano ancora la speranza di potersi poco per volta risollevare, ma ora l’aver perso la casa sta togliendo ogni speranza.

– In che termini la situazione economica in Siria era già compromessa?

La situazione economica è davvero drammatica. Anche quei pochi che prima del terremoto stavano un minimo bene, ora stanno male. La difficile situazione economica e l’inflazione stanno avendo riflessi negativi sulla vita delle persone. Fino a 10 anni fa servivano 48 lire per avere 1 dollaro, se il cambio andava oltre 49 la situazione cominciava a essere complicata. Oggi il cambio è di 7.300 lire per 1 dollaro. C’entrano le sanzioni economiche imposte al governo siriano, ma è soprattutto la povera gente a subire le conseguenze più dure.

Dopo il terremoto qualcuno nei giornali faceva notare che Aleppo è rimasta due giorni senza corrente elettrica. Ma questo ci fa ridere, perché sono 10 anni che Aleppo è senza corrente elettrica continua. Abbiamo una o due ore al giorno di corrente pubblica. In comunità abbiamo un generatore privato a gasolio per integrare la corrente, che costa moltissimo, a un prezzo maggiorato di 10 volte rispetto al normale.

La gente che non può avere il generatore privato si accontenta oppure compra altri 1 o 2 ampere da alcuni generatori privati integrativi in alcuni quartieri, ad altissimo costo, per far funzionare due o tre lampade, oppure il frigorifero, spegnendo tutto il resto. C’è da scordarsi la lavatrice e l’acqua calda.

Il primo anno di invasione di Aleppo la città è rimasta senza corrente per un anno intero e la gente usava candele e batterie. Talvolta siamo stati anche 4 o 5 giorni senza corrente, perché, a causa delle sanzioni, non arrivava il gasolio nelle stazioni elettriche.

– Perché la Siria è così isolata, tanto da sembrare fuori dalla mappa geografica del mondo?

Nonostante sia in una posizione così centrale, tra l’Africa, l’Asia e l’Europa, la Siria continua a rimanere nell’ombra e nell’oppressione.

C’è anche un problema di equilibrio geo-politico della zona mediorientale: tutti i Paesi intorno a Palestina e Israele non hanno un equilibrio stabile, possono accendersi in qualsiasi momento. Prima ancora del terremoto, ma ancor più dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, la situazione della Siria è stata messa su uno scaffale, non se ne parla più.

– Effettivamente si parla molto della guerra in Ucraina, ma della guerra in Siria ora cosa si dice?

Non se ne parla, ma la guerra non è ancora finita, la gente sta soffrendo molto, soprattutto dal punto di vista dell’economia. I pozzi di petrolio in Siria sono stati occupati dagli americani: l’80% del petrolio siriano viene trasportato fuori dalla Siria, ma nessuno si scandalizza più.

C’è un proverbio indiano: «Quando gli elefanti combattono, l’erba viene schiacciata». La guerra in Siria non è una guerra dei siriani: non lo è stata prima, non lo è ora e non lo sarà dopo. È sempre stata la guerra degli altri ma sul territorio siriano, in nome di una maggiore libertà politica e religiosa.

Non si può da un giorno all’altro cambiare un Paese che ha vissuto per tanti anni secondo un certo stile politico, sociale e culturale. Per un cambiamento ci vuole del tempo. Non eravamo nel paradiso terrestre, ma non eravamo nemmeno nell’inferno.

È sempre stata la guerra tra Occidente e Oriente, una guerra tra diverse etnie sul territorio siriano: basti pensare che sono stati collezionati passaporti di terroristi da oltre 86 Paesi diversi venuti a combattere in Siria, perché questa è una guerra vicaria.

– Leggiamo dai giornali che non si scava più ad Aleppo, perché?

Non si scava più perché è tardi, ma soprattutto perché non ci sono gli attrezzi per scavare. È arrivato qualcosa dai Paesi arabi: squadre di soccorso per scavare dall’Algeria e dagli Emirati Uniti, hanno aiutato i primi dieci giorni, poi sono andati via perché, dopo un certo tempo, non c’è più probabilità di trovare persone in vita.

Dopo il terremoto, i primi soccorsi sono stati molto limitati. A causa delle sanzioni, le compagnie private e pubbliche del governo non hanno potuto comprare attrezzi per poter aiutare le persone. Ad esempio, abbiamo perso un prete della chiesa greco-cattolica: ci hanno messo due giorni per trovarlo, ma era già morto sotto le macerie.

– Ricostruire Aleppo sarà possibile?

Ricostruire Aleppo, senza togliere le sanzioni, sembra una sfida difficilissima. In questo momento le sanzioni sono state tolte solo parzialmente, per far arrivare aiuti umanitari di prima necessità (cibo e medicine) e solo per sei mesi. Ma è chiaro che per un Paese colpito da un terremoto non basteranno sei mesi per risolvere i problemi.

È vero che la Turchia ha avuto più morti e più distruzione della Siria, ma la Siria arriva da 12 anni di guerra e da anni di sanzioni che la Turchia non ha. L’economia è stata distrutta: Aleppo è la capitale economica e industriale della Siria. I turchi, appena iniziata la guerra, dopo il 2013 hanno iniziato a rubare le fabbriche, svitando i macchinari e mettendoli su camion enormi anche di 20 metri per trasportarli in Turchia, colpendo così l’economia del Paese in modo drastico.

– Pensi ci sarà ora un nuovo esodo di persone?

Certamente, sia dentro sia fuori la Siria. Prima della guerra, ad Aleppo c’erano 250/300 mila cristiani di vari riti e confessioni. Ora, dopo 12 anni di guerra, siamo meno di 15 mila.

– La Chiesa cosa può fare ora?

La Chiesa ha fatto la prima accoglienza, in più offre viveri, medicinali, vestiti e sostegno economico, un po’ di energia elettrica.

L’altro giorno è venuto il prefetto del Dicastero per le Chiese orientali mons. Claudio Gugerotti, ha celebrato la Messa nella chiesa latina e ha incontrato i vescovi, portando il saluto, la vicinanza e la preghiera del papa, che sentiamo vicino.

– Avverti solidarietà tra le Chiese?

Aleppo è sempre stato un unico tessuto di convivenza tra cristiani di diverse confessioni e tra cristiani e musulmani. Ad Aleppo ci sono sei vescovi dei vari riti cattolici: latino, caldeo, maronita, armeno-cattolico, siro-cattolico, greco-cattolico. Tre sono i vescovi ortodossi: greco-ortodosso, siro-ortodosso e armeno-ortodosso. In più abbiamo le confessioni protestanti, tra cui gli armeni protestanti, siriaci protestanti, evangelisti e battisti con i loro pastori.

C’è stata grande solidarietà, basata su quel poco che la gente ancora ha. Anche i siriani all’estero hanno cercato di aiutare come potevano, anche se, a causa delle sanzioni internazionali, oggi è impossibile inviare bonifici privati dall’estero in Siria.

– Come salesiano sei a contatto con molti giovani. Cosa riesci a cogliere da loro in questi giorni?

Disperazione, ieri durante il terremoto, tutti sono tornati a piangere. Hanno paura di quello che ancora potrà capitare, non sentirsi sicuri e protetti è difficile. Già prima del terremoto, per i giovani universitari abbiamo cercato di rafforzare il loro curriculum vitae con alcuni corsi specialistici in vista del mondo del lavoro e continueremo anche ora, anche se percepisco che purtroppo molti di loro hanno il desiderio di andarsene.

– Qualche testimonianza di speranza c’è?

È difficile. Qualche giorno fa, dopo 12 giorni dalla prima scossa, ci siamo incontrati come salesiani per condividere come stavamo; avevamo bisogno anche noi di un respiro.

Ora la sfida più grande è quella di trasmettere un po’ di speranza, perché c’è tanta disperazione e paura da parte della gente. Cerchiamo di farlo ogni giorno con la santa Messa, con chi viene in oratorio. Dopo cena, abbiamo iniziato a fare una serata di canti per cambiare il clima, cercando di sciogliere la paura e questo ghiaccio di disperazione, trasmettendo un po’ di speranza e gioia.

– Come allora si è prete in questi giorni?

Con l’ascolto, e cercando di trasmettere speranza. Durante la giornata c’è la possibilità di stare con le persone, chiacchierare con loro e aiutarli ad abbassare la paura, soprattutto con gli anziani. Abbiamo avuto oltre 80 anziani con diverse malattie e fatiche.

Non tralasciamo la liturgia e ci occupiamo di molte faccende pratiche, dalla preparazione del cibo e la sistemazione degli sfollati, alla collaborazione con enti pubblici e privati per far arrivare materassi e coperte.

Abbiamo aperto ogni singola stanza dell’opera per trovare un posto per tutti, riservando le camere ai più anziani. Abbiamo occupato tutte le sale, l’atrio della chiesa, la sala computer, i corridoi. Io dormo in un corridoio con alcuni giovani.

L’unico posto che non abbiamo occupato è la chiesa, perché si sono rotti i vetri ed è troppo freddo.

– Inizia la quaresima, come sarà vissuta ad Aleppo in questo contesto difficile?

In oriente la quaresima è iniziata già lunedì. Abbiamo vissuto una celebrazione con i pochi fedeli che c’erano, esattamente un’ora prima dell’ultima scossa.

Alle persone ho detto che il digiuno quest’anno non è legato a quello che mangeranno o non mangeranno, ma soprattutto è un’opportunità per fare un salto di qualità e ripartire con speranza, volendo vivere e non sopravvivere, volendo continuare ad amare la vita, anche se sembra impossibile.

Dico alla gente che non è sola, che ci sono tante persone che pregano per noi.

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