Quelle voci scomode dall’Est

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critica europa

La caduta del muro di Berlino e della cortina di ferro non cancella la diversità degli approcci sia storico-civili che ecclesiali. Risuonano spesso voci critiche e denunce dirette alla cultura occidentale e, indirettamente, alle sue Chiese.

Cito alcune di esse: il card. Tamkevicius (Lituania), mons. Gadecki, presidente della Conferenza episcopale polacca e i vescovi d’Ungheria. In singolare assonanza con le posizioni della Chiesa russa.

Il cardinale testimone

In una rara e lunga intervista all’agenzia Delfi.lt (3 aprile) il card. Sigitas Tamkevicius (82enne) denuncia la cultura occidentalizzante del paese come un individualismo «che si lascia sopraffare dal denaro, dal divertimento, dal sesso irresponsabile che ormai viene promosso ovunque e non porta da nessuna parte. La cultura attuale, anche grazie ai media irresponsabili, è piena di “spazzatura”… l’uomo del presente riduce la sua vita al denaro, al piacere, allo sport, alla birra».

Prende di petto la Convenzione di Istanbul (2011) promossa dal Consiglio d’Europa. Dentro l’apprezzabile difesa della donna è stata introdotta la teoria di genere, che rende il maschile e femminile oggetti di scelta «e, cosa più importante, l’educazione dovrebbe  avvenire indipendentemente dal fatto che i genitori lo vogliano. È inaccettabile». Sull’omosessualità: «L’atteggiamento della Chiesa nei confronti delle persone omosessuali è inequivocabilmente positivo. Ma la Chiesa non può mai approvare azioni che considera peccato. Se tali gesti peccaminosi sono compiuti da omo o eterosessuali la Chiesa dirà sempre di no… Si condanna il peccato, non la persona».

Si respira aria di una nuova ideologia che ricorda quella marxista dei decenni passati «se non ti adeguavi, sapevi che avresti ottenuto una “ricompensa”. Nel mio caso sono stati dieci anni di campo di concentramento». Senza l’alimentazione dei valori che la forma democratica non è in grado di produrre autonomamente, «temo che tra dieci o quindici anni la Chiesa rimarrà l’unica istituzione che difenderà la democrazia».

Il voto mariano della nazione

Il 3 maggio, festa della “Madonna nera” a Jasna Gora (Polonia), in una lunga omelia dedicata alla figura del card. S. Wyszynski e al suo voto di «schiavitù» verso Maria, mons. S. Gadecki affronta il tema della schiavitù scelta e della schiavitù subita, della libertà pagata e della libertà irresponsabile.

«Da un lato, l’amore intenso per la libertà e la ricerca di essa da parte di singoli e di nazioni è un segno positivo dei nostri tempi… Dall’altro lato, molte persone credono che ci sia libertà assoluta, anche dalle leggi della logica e dai fatti… Anzi molte persone sembrano pensare che la vera libertà richieda l’indipendenza dai principi morali. Questa “superstizione” è particolarmente comune nel mondo della scienza e dell’arte».

Si avvertono subito le crisi economiche, sociali e politiche, molto meno quelle culturali, spirituali e morali. Queste ultime, le più pericolose, sono già egemoni in Europa «e stanno già rovinando  la Polonia. Così quando nelle forme estremizzate di economia e politica, nell’istruzione, nella scienza, nella cultura e nei media si pretende di determinare la coscienza dei nostri contemporanei e di plasmare – attraverso le istituzioni – persone formalmente libere da tutto e in realtà schiavizzate, allora è opportuno ricordare i benefici della dedizione a Maria, nostra Madre e Regina, nella “schiavitù” volontaria dell’amore».

In un successivo intervento ha ricordato che «il ruolo della Chiesa non può essere limitato alla sfera privata. I fedeli non possono rinunciare alla dimensione politica della loro esistenza, che implica un’attenzione costante al bene comune e una sollecitudine per lo sviluppo integrale dell’uomo secondo i principi del Vangelo».

La Chiesa polacca, che è il riferimento delle Chiese del centro ed est europeo, è alle prese con un forte rigurgito anti-ecclesiale. Esso ha suggerito ai vescovi, nel loro consiglio permanente, di chiedere a tutti la moderazione nei dibattiti e l’uso di «un linguaggio inclusivo, soprattutto davanti a crescenti divisioni, aggressioni verbali, incitamento all’odio e ad azioni di esclusione».

La gravità della situazione è stata sottolineata da Adam Michnik, uno dei leader della rivoluzione democratica polacca, che ha ammonito i media a non disprezzare la Chiesa, senza la quale «rimangono solo il vuoto e le sette» e ha invitato i vescovi a sintonizzarsi con papa Francesco per non essere travolti dallo scandalo degli abusi.

Sintonia con Mosca

Più prudenti, ma sulla stessa linea, i vescovi ungheresi che non esprimono alcuna distanza rispetto all’orientamento di V. Orban e della sua «democrazia illiberale», preoccupati di portare a termine il congresso eucaristico internazionale del prossimo settembre e forse anche delle divisioni che il governo è riuscito a introdurre nella piccola comunità ebraica fra liberali e conservatori (filo-Orban).

Nel documento di preparazione al congresso si dice: «Nei trent’anni trascorsi dal 1989 molte cose sono cambiate anche in senso negativo. Come negli altri paesi post-comunisti, così anche in Ungheria il quadro della vita religiosa e di fede si è indebolito a causa della secolarizzazione, della laicizzazione, della ricerca del benessere materiale, del relativismo, dell’agnosticismo».

Posizioni che rivelano una sintonia immediata con la scelta di una cultura anti-occidentale da parte della Chiesa russa.

«Siamo profondamente preoccupati – ha scritto Sergiy Zvonarev sul sito mospat.ru il primo maggio –  per il fatto che la liberalizzazione della legislazione nel campo dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’ulteriore promozione dell’ideologia LGBT, dell’identità di genere, del diritto all’aborto e all’eutanasia, non siano solo un’iniziativa di associazioni civili e di alcune forze politiche, ma siano diventati parte della politica nazionale dei governi di un certo numero di paesi occidentali e dell’agenda di organismi internazionali».

Del resto, già in un documento comune dell’episcopato polacco e del patriarcato di Mosca del 2012 si diceva: «I principi morali basati sui dieci comandamenti sono messi in questione sotto il pretesto di affermare il principio del secolarismo o la protezione della libertà. Siamo di fronte alla promozione dell’aborto, dell’eutanasia e delle relazioni omosessuali, insistentemente ostentate come una forma di matrimonio; è favorito uno stile consumistico, i valori tradizionali sono rigettati, mentre i simboli religiosi sono rimossi dallo spazio pubblico».

Conquiste, non imposizioni

L’Unione Europea dovrebbe essere più accorta nel pretendere l’adeguamento legislativo: un conto sono i fondamentali equilibri democratici (parlamento, governo e magistratura; col corollario della libertà dei media), altro è la pretesa di uniformare le convivenze omosessuali alla famiglia.

«Ciò che l’Europa centro-orientale vuole – ha detto l’ex nunzio a Varsavia e a Mosca, ora a Parigi, mons. C. Migliore – è di potersi sentire un membro a pari dignità nel club europeo, senza doversi adeguare a un nuovo livellamento culturale».

E mons. C. Guggerotti – ex nunzio in Ucraina, oggi a Londra – aggiunge: «È evidente che l’atteggiamento servile nell’acquisire i valori su cui si basa la convivenza della società non può costituire un segno di progresso, anche se molti dei contenuti possono essere oggettivamente validi: l’imporli fa perdere ad essi il sapore della libera conquista culturale».

Sul versante delle Chiese la differenza è nel modello; fra una Chiesa che si sente interprete di valori non negoziabili, di riferimenti “naturali” indiscutibili, e che si comprende come alternativa alle istituzioni civili rispetto a una presenza che da priorità al Vangelo rispetto alle norme (non per questo secondarie)  e si coinvolge nel flusso delle istituzioni e del dibattito civile proponendosi al consenso/dissenso. Il patrimonio evangelico e valoriale è comune ed è più rilevante delle differenze, che pur ci sono.

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