Sulla formazione al ministero

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Una prima bozza di un progetto di riconfigurazione del percorso di formazione al ministero ordinato, redatto da un gruppo di lavoro interno della Conferenza episcopale tedesca, ha dato l’avvio a un significativo dibattito, dai toni anche fortemente critici, nel cattolicesimo tedesco.

In sommi capi, il testo provvisorio prevede una concentrazione dei luoghi verso cui indirizzare i candidati al sacerdozio da parte delle singole diocesi del paese: uno per la propedeutica; uno per gli anni di studio della teologia; e infine uno per il periodo di pratica pastorale (in Germania accompagnato anche da studi corrispondenti). Il tutto mantenendo la forma del seminario come modello e spazio di introduzione formativa al ministero ordinato.

Si tratta, quindi, di un’operazione di accorpamento e concentrazione dei seminari finora esistenti (dalla quale rimane escluso il convitto di Sant Georgen a Francoforte, gestito dai gesuiti, dove attualmente vivono e studiano seminaristi di alcune diocesi tedesche del nord). La razionalizzazione, che porta anche a una forte de-territorializzazione, degli anni di formazione al ministero ordinato si impone soprattutto in ragione dei numeri bassi di candidati.

Le voci critiche mosse alla redazione attuale del progetto riguardano soprattutto tre aspetti: le conseguenze che la sua attuazione può avere sul mantenimento delle facoltà teologiche nelle università statali – a parte quella di Freiburg dove è previsto il periodo degli studi teologici (infatti, secondo i vari concordati con i Länder, vi è un diritto a mantenere la teologia strutturata internamente all’università come facoltà, con tutte le cattedre, in ragione della frequenza agli studi di candidati al ministero ordinato; venendo meno questo, vi è libertà da parte delle università di ristrutturare le facoltà in istituti con un numero minore di cattedre per la formazione degli studenti che andranno a insegnare religione nelle scuole); la perpetuazione del modello «seminario» come luogo/tempo separato ed esclusivo; un affievolimento ulteriore del legame con l’ambiente territoriale pastorale nel quale i candidati eserciteranno poi il loro ministero dopo l’ordinazione.

Riserve sono state mosse da alcuni vescovi soprattutto su questo ultimo aspetto, come sulla forte centralizzazione della formazione che sarà l’esito inevitabile del progetto se esso fosse attuato come previsto in questa bozza. A una prima lettura del testo si ha la sensazione di una marcata aura clericale, che rimane uno dei temi sui quali papa Francesco continua a ritornare con toni fortemente critici e talvolta volutamente polemici.

Dentro la storia del nostro tempo

Nel momento in cui si attua un progetto di revisione dell’itinerario di formazione al ministero ordinato, neanche la Germania sembra avere idee alternative al modello tridentino del seminario – geniale nella sua genesi, ma patologico in un tempo che non ha più nulla a che fare con quello in cui esso vide la sua istituzione. I numeri (scarsi) permetterebbero ora tutto un ventaglio di modi altri nella strutturazione e configurazione dell’itinerario formativo, ma i vescovi non sembrano avere la volontà di impegnarsi in un’impresa del genere.

Il mantenimento del modello «seminario» è quello più comodo, anche perché non chiede di entrare in dialettica con le linee guida vaticane. Ma è anche quello che, almeno in Occidente, mostra in maniera palese i limiti di una certa concezione del ministero ordinato, con tutte le ricadute che essa ha poi sul suo esercizio effettivo nel vissuto delle comunità cristiane.

Non si può più continuare a pensare che il luogo e il modo di formazione siano inerti rispetto al ministero che viene praticato e al come esso si esercita – le cui problematiche conseguenti ricadono comunque sulle scrivanie dei vescovi stessi (seppellite, spesso, da altre questioni senza venire prese effettivamente in carico). Al bisogno di un ministero umanamente sano nelle Chiese locali corrispondente una sostanziale inerzia dell’apparato ecclesiastico.

Le disfunzioni di questa stasi sono davanti agli occhi di tutti, e non fanno bene al vissuto della fede di tutti quanti; ma poco o nulla si fa per sperimentare percorsi innovativi congedandosi da un modello il cui senso si è esaurito da tempo.

Se le Chiese locali non riescono a trovare modi di formazione al ministero adeguati alla storia in cui il Vangelo deve essere annunciate, allora esse hanno in fin dei conti deciso di prendere congedo dall’Evangelo stesso.

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