La parrocchia: solida, liquida o… processuale? /3

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biemmi1

Dopo i due articoli precedenti (cf. SettimanaNews: 1/qui; 2/qui), l’autore presenta un’ipotesi di lavoro per il Triveneto, ma in realtà il discorso riguarda tutte le aree della Chiesa italiana che sentono l’urgenza di dare una risposta adeguata alla propria situazione, al proprio territorio e alla sua gente.

La scelta di una posizione o di un’altra, che porta a orientare diversamente la pastorale, tanto più quanto si è responsabili di una parrocchia o di una diocesi, dipende da diversi fattori: dalla formazione che si è avuta, dalle convinzioni teologiche, dall’esperienza da cui si viene (come dicevo prima per i preti giovani), ma soprattutto dal contesto sociale e culturale che ci è proprio.

Un’indagine che continua

Il nostro contesto del Triveneto non è quello dell’area europea totalmente secolarizzata, neppure del mondo anglosassone protestante, tantomeno del nord America. Questo non significa non mettersi in reale ascolto di quanto ci viene da queste aree culturali, ma richiede un discernimento per una risposta adeguata alla propria situazione, al proprio territorio e alla sua gente.

È per questo motivo che il percorso che abbiamo iniziato e che procederà per i prossimi due anni percorre la seconda prospettiva di cambiamento missionario. Scommette sul fatto che il binomio parrocchia-missione non sia un ossimoro. Scommette sulla possibilità che la parrocchia possa essere questo spazio stabile e in cammino dietro al Signore che renda possibile sperimentare la prossimità di Dio per tutti i livelli di fede, tutte le culture, tutte le storie di vita delle persone, a servizio della fede elementare e, quando possibile, della fede discepolare.

Certo, questo richiede alla parrocchia di non essere gelosa di altre forme di accesso alla fede, di lasciarsi da esse interrogare, di ospitarle, sapendo che, alla fine, tutte le forme di accesso alla fede hanno necessità di strutturarsi, devono trovare un approdo sufficientemente stabile e ordinario, hanno bisogno di un riferimento non esclusivo, di un luogo che dica la cattolicità della Chiesa e dove l’eucaristia celebri e educhi a questa cattolicità.

Non è una scelta ideologica. È un’ipotesi di lavoro aperta. Non si tratta tanto di prendere posizione tra due visioni diverse, ma di metterci in ascolto di quello che accade nelle nostre comunità, di imparare dai racconti delle parrocchie che camminano, due dei quali abbiamo analizzato in questi giorni. Altri sette sono stati raccontati e accuratamente analizzati dal Progetto Parrocchia della Toscana e dell’Emilia-Romagna.

In questi racconti si vedono parrocchie che stanno diventando missionarie senza liquefarsi e senza sparire. Si vede soprattutto che non c’è più “la parrocchia” (monomodello) ma ci sono “le parrocchie”, non solo perché molte sono diventate unità pastorali, ma perché si stanno configurando in modalità molto diverse a seconda del territorio e della situazione culturale.[1] Queste parrocchie stanno integrando una pluralità di forme di accesso alla fede, rimanendo però un riferimento allo stesso tempo stabile e in cammino.

Senza, quindi, farne una scelta ideologica, riteniamo che sia questa la via da seguire verso una conversione missionaria per il nostro contesto del Triveneto. Proviamo dunque a lavorare per una parrocchia che faccia della “processualità” la sua modalità di conversione missionaria. Questa parrocchia può ospitare e favorire altre forme di accesso alla fede anche imperfette, senza che diventino esclusive. Di questo infatti si tratta: non sono tanto forme alternative di Chiesa (o “Chiese emergenti”) ma esperienze diversificate di accesso alla fede.

Dentro questa scelta possiamo allora valorizzare fino in fondo i criteri emersi dai racconti e dai gruppi e quelli che emergeranno nei prossimi due anni, dedicati all’ascolto di pratiche secondo l’angolatura della ministerialità/sinodalità e della presenza di prossimità al territorio.

Come sarà la situazione fra vent’anni?

Questa scelta rimane però aperta. Non è un modo rassicurante per dire: tranquilli, la parrocchia tiene, continuiamo così senza ascoltare altre sirene. È la scelta che oggettivamente ci sembra la più adeguata per il nostro contesto e la sua storia, ma è basata sulla consapevolezza che la riforma non la faremo noi, ma ci arriverà dalle sorprese di Dio.

Come saranno le cose fra vent’anni? Pur assumendo questa posizione, che ci sembra la più corretta, dobbiamo mettere in conto che ci siano delle conversioni e delle sorprese che non possiamo immaginare. I cambiamenti sono così veloci che non possiamo dominarli.

Ma quello che possiamo fare e che ci consola – e non è poco – è il fatto che l’agire pastorale da mettere in atto per questo cambiamento della parrocchia in prospettiva missionaria è il risultato di uno «sguardo non solo analitico, né esclusivamente missionario, ma essenzialmente contemplativo» (la famosa domanda di don Dario su dove è in tutto questo la spiritualità).

Alla luce della Evangelii gaudium

Terremo bene insieme le affermazioni di due numeri di EG.

«Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie» (EG 28).

«Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. … Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata» (EG 71).

Scriveva Martini: «lo Spirito c’è, anche oggi, come ai tempi di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo, né svegliarlo ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro» (C.M. Martini, Tre racconti dello Spirito, Centro Ambrosiano, Milano 1997, p. 11).

Questa è la postura giusta dentro l’impegno di ripensamento delle nostre parrocchie: andare dietro ai percorsi che il Signore sta già facendo nel cuore delle persone.

«Solo Dio può generare qualcuno che possa partecipare alla sua vita. Allora la domanda che dobbiamo farci non è: come farà la Chiesa a suscitare nuovi cristiani? Quali strategie pastorali dovrà essa adottare per diventare più efficace? […] Dobbiamo invece porci su un altro piano: cosa accade fra Dio egli uomini e le donne che vivono all’alba di questo secolo? Quali percorsi prende Dio per incontrarsi con essi e farli nascere alla sua vita? E quindi cosa chiede alla Chiesa di cambiare, trasformare nella sua maniera tradizionale di credere e vivere, per assecondare quell’incontro?».[2]

Assecondare l’incontro tra Dio e gli uomini di oggi, incontro già in atto prima che noi arriviamo, è un bel modo di pensare con responsabilità ma anche senza ansie la conversione missionaria delle nostre parrocchie.


[1] Molto significativa a questo proposito è l’analisi fatta da Augusto Bonora, prete di Milano, che dialogando con l’articolo di Arnaud Joint-Lambert citato sopra, ritiene che la proposta di una parrocchia liquida non sia adeguata e propone invece di rafforzare quanto è già in atto: la presenza di parrocchie con tipologie diverse a seconda della situazione territoriale e culturale. Augusto Bonora, Sul futuro della parrocchia nella città. Attualità dei modelli della Chiesa apostolica, «Rivista del Clero Italiano», ottobre 2015.
[2] Henri Derroitte, Iniziazione e rinnovamento catechetico. Criteri per una rifondazione della catechesi parrocchiale, in ID. (ed.), Catechesi e iniziazione cristiana, Elledici, Torino 2006, p. 53.

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2 Commenti

  1. Giuliana Babini 28 settembre 2021
  2. Giuseppe 25 settembre 2021

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