I cattolici e la politica /3

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Su Domani del 4 luglio Marco Damilano ha presentato una ricostruzione di alcuni passaggi della storia dell’impegno politico dei cattolici italiani che, a suo avviso, sarebbe da riprendere in questo momento critico come contributo del cattolicesimo odierno al paese. Dopo l’editoriale della redazione e l’articolo di Franco Monaco, interviene nel dibattito Giuseppe Boschini.

Giuntella, Bachelet, Scoppola, Ardigò, Gorrieri, Prodi, Andreatta, La Pira, Mazzolari, Turoldo, Martini…

Il recente articolo di Marco Damilano dedicato a “il ritorno dei cattolici in politica” si apre, nelle prime colonne, snocciolando una serie di nomi che costituiscono per me una specie di sacrario, maestri, padri culturali che hanno influenzato non solo la formazione politica, ma quella umana e personale di una generazione di (ex) giovani cattolici democratici in Italia. Una generazione che inizia – più o meno – con i nati subito dopo la guerra, e termina con quelli della mia età, nati attorno al 1970. Quelli formatisi nella “Prima repubblica” e nella stagione conciliare.

«Nomi che forse dicono poco ai più giovani», osserva quasi en passant Damilano.

Ma proprio questo è il punto focale. Nessun normale giovane “di parrocchia” sa più chi siano questi “padri”.

Un vuoto generazionale

C’è un vuoto generazionale enorme nella tradizione cattolico-democratica italiana. Una cesura radicale. Determinata da tanti fattori, negli anni Novanta: il crollo – morale, oltre che politico – del partito cattolico; la fine dei “blocchi” e quindi del facile riferimento “anticomunista”; il conseguente – logico e inevitabile – pluralismo in politica dei “cattolici”; e infine – ultimo ma non ultimo – il periodo “ruiniano”, in cui la gerarchia episcopale, per oltre un ventennio, ha pensato di dovere e potere sostituire il ruolo dei laici impegnati, con una sorta di rappresentanza politica “lobbistica” del mondo cattolico verso le istituzioni repubblicane.

Sinceramente, non credo che a farmi percepire questo “vuoto” generazionale sia la classica miopia da “vecchio”, che non crede ai giovani o non li capisce. Anzi. Credo convintamente e profondamente che le attuali giovani generazioni, specie quelle “native digitali” (i nati dal 1990 in avanti, diciamo) siano portatrici di una innovazione, di una visione destinata a cambiare il mondo assai più – e forse assai meglio – di quanto abbiamo fatto noi, loro genitori o nonni.

Ma lo faranno a loro modo, con le loro categorie: e quella di “cattolicesimo democratico”, temo, non ne faccia parte o quanto meno non dica loro molto, se non come riferimento storico passato (per chi ancora, vagamente, lo conosce). «Toponomastiche mentali antiche di 60 anni», per citare don Matteo Zuppi, non sono più utili, oggettivamente.

Il crocevia essenziale per un rinnovato pensiero sociale cattolico –sull’intera società, si badi, non solo sui temi “di rappresentanza”– è fatto almeno di tre strade, sui cui – sono certo – le giovani generazioni di credenti potrebbero volentieri impegnarsi, in modo nuovo, creativo e sorprendente, con successo.

Tre strade

La prima strada è sicuramente quella dell’ecologia integrale che, come la declina papa Francesco, salda a fondo il tema ambientale con quello di uno sviluppo mondiale equo e di una nuova giustizia socioeconomica.

La seconda – ben declinata da Damilano – riguarda il tema del futuro della democrazia e della sua oggettiva necessità di rifondazione, nell’era dei social e dei populismi.

La terza strada – la più difficile e incerta per il mondo cattolico – è quella di trovare una posizione sensata e sostenibile per i giovani   credenti (e non solo per i giovani) nella società dei “diritti individuali”, del modello familiare “tradizionale” che si disgrega, della libertà nelle scelte sessuali, del fine-vita che si allunga e sfilaccia, e così via.

Damilano centra il punto esattamente quando delinea la cultura delle libertà individuali come la sfida centrale per il futuro delle nostre democrazie. Libertà (termine che trovo più appropriato rispetto a “diritti”) che sono talmente permeate nell’identità giovanile da non lasciare per nulla esenti i giovani credenti: parlate con loro, in parrocchia, di omosessualità, fine-vita, aborto, per rendervi conto di quanto siano ormai lontani – con eccezioni solo per quelli toccati dai movimenti più radicalisti – dalle posizioni ordinariamente attribuite alla Chiesa cattolica. E inderogabilmente permeati dalla cultura dominante del loro tempo.

Una Chiesa dialogante

Cosa hanno questi giovani cattolici, nel loro bagaglio educativo e culturale, che li renda fecondi – se non alternativi – rispetto all’idea ormai dominante che “ognuno si fa legge da sé”, idea che consuma ogni spazio politico nell’implicito assunto che la democrazia sia soprattutto riconoscere e dare spazio a queste libertà individuali assolute, con pochissimi margini per costruire o ricercare ancora un “interesse generale”?

Che opportunità offre loro il Magistero della Chiesa per non arroccarsi sulla posizione dei “valori non negoziabili” e della condanna in toto della società contemporanea, della loro società e di quella in cui vivranno in questo secolo? C’è qualcuno che fornisce loro, magari in nuce, una posizione anche critica, anche esigente, non lassista, ma che sia dialogante, comprendente e auto-interrogante (anche sul piano teologico e morale): ossia, una nuova sintesi con la modernità del XXI secolo?

Perché, dopo aver trovato – a stento – nel corso del ’900 e col Concilio la sintesi con la modernità scientifica e industriale, ora è evidente che la Chiesa cattolica italiana (e non solo) non sta trovando una “posizione” e un dialogo con la nuova modernità, quella della rivoluzione digitale e del suo “violento” processo di disintermediazione e individualizzazione.

Non basterà certo una posizione fatta solo di “no” a fondare una nuova presenza sociale dei cristiani. I “no” fonderanno solo una dicotomia insanabile nel cuore dei giovani cattolici, che continueranno a frequentare (in piccolo numero, come ora) messe e incontri di preghiera, ma non riusciranno mai a ricollegare quello che qui vivono e sentono spiritualmente con la loro esistenza quotidiana, professionale e sociale. Mancando quindi quella sintesi, quel dialogo con la propria realtà quotidiana – di studio, lavoro, impegno – che è il presupposto di qualsiasi “ritorno” dei cattolici in politica, e anche di qualsiasi loro servizio progettuale alla società, alla sua evangelizzazione e umanizzazione.

Sto dicendo, insomma, che al “ritorno dei cattolici in politica” manca proprio il motore, la base. Ossia quella formazione diffusa, nelle parrocchie, che un tempo sensibilizzava e orientava all’impegno politico – dai più piccoli consigli comunali fino a Palazzo Chigi – intere generazioni di giovani credenti. Non tanto perché oggi, nelle parrocchie, o nella maggior parte di esse, dopo il ventennio ruiniano, parlare di impegno politico nei gruppi giovanili (se ci sono ancora) è una rarità. In fondo, alcune diocesi con governi “illuminati” e alcuni movimenti – l’Azione Cattolica e l’Agesci sicuramente  – pur con piccoli numeri, questo lavoro educativo ancora lo fanno: disperatamente, residualmente, ma lo fanno.

Il punto è che in questi percorsi formativi si sente totalmente la mancanza della “benzina”: una sintesi teologica e morale credibile, nuova, accattivante, sfidante, non banale e stereotipa, non “antica di 60 anni”, che si faccia carico fino in fondo della sfida dell’incontro tra modernità digitale e messaggio evangelico. Una infrastruttura di pensiero come quella che i giovani “cattolici democratici” trovarono in De Gasperi e Dossetti, quando fu ora di capire – nel 1945 – come potevano stare insieme democrazia e cristianesimo. Ma che sia attuale per il 2030.

Ora occorrerebbe un “maestro” di pensiero cristiano che dica come possono stare insieme Vangelo, difesa del creato e giustizia (e fin qui papa Francesco ci aiuta tantissimo); ma anche Vangelo e una rinnovata idea di democrazia, nella stagione delle “libertà” individuali estreme e della rivoluzione digitale disintermediante.

Almeno, questa sintesi culturale cristiana, la si potrebbe e dovrebbe tentare su quei “diritti individuali” che meglio si coniugano col Vangelo, sui (dimenticatissimi) “diritti sociali”, capaci cioè di progettare nuova socialità, non solo di disarticolare il tessuto sociale e democratico in monadi individuali animate da volontà assolute insindacabili.

Il tema dello ius scholae – come suggerisce Damilano – sarebbe un ottimo banco di prova, ma pensiamo anche ai diritti (individuali e sociali insieme, oltre che molto evangelici e umani) del “diritto al lavoro di qualità”, del “diritto a fare figli”, del “diritto alla non–povertà educativa”, tanto per fare altri esempi.

Pensate che bello se i cristiani italiani fossero capaci di una proposta alta sul disastro educativo italiano, sull’integrazione dei cittadini stranieri, sulla denatalità, sul lavoro povero, sull’ambiente: basata su una teologia rinnovata e insieme su una seria e pragmatica iniziativa politica.

Ma su questi e altri temi, in assenza di una sintesi magisteriale efficace, o da creare come sfida comune, generazionale, temo che nessun processo formativo all’impegno sociale produrrà alcuna influenza reale del cattolicesimo italiano – in quanto tale – sulla società e le istituzioni, anche solo locali.

Dove trovare questa sintesi? C’è in giro un vero “maestro”? Ci sono in giro almeno dei modesti “maestri di strada” che ci provano, che cercano e offrono localmente queste sintesi e proposte?

Le sfide contemporanee

Poche domeniche fa, con un Vangelo che parlava di tutt’altro, in una chiesa qualsiasi della mia diocesi in cui sono capitato casualmente, ho ascoltato la fervente omelia di un parroco “importato” dall’estero, da altre culture, che rivendicava come un grande successo del mondo cattolico la sentenza della Corte Suprema americana sull’aborto.

Sono personalmente del tutto contrario all’idea stessa dell’aborto, lo dico senza infingimenti. Ma, finché la strada seguita sarà questa, quella di affidare le comunità cristiane a figure che assicurano il ministero liturgico, ma che non hanno più la statura e la formazione culturale per problematizzare le sfide contemporanee oltre la negazione frontale, non ci sarà più nessuno spazio significativo, diffuso, per la presenza cattolica in politica. Nessuna nuova identità. Nessuna risposta creativa cristiana alle “convulsioni populiste e individualiste”, di destra e di sinistra.

Ecco perché il richiamo diretto di Damilano, nella sua bella riflessione, alla “missione” del card. Zuppi alla guida della CEI appare davvero centrale.

Servono urgentemente “iniziatori di processi”, e una Chiesa che non solo lasci loro spazio, ma li cerchi, li sostenga, li incoraggi, non li lasci soli.

Per assurdo, una nuova stagione del cattolicesimo politico italiano, un rinnovato servizio dei cristiani alla democrazia sfiancata di questo paese – e vediamo tutti quanto ce ne sarebbe bisogno – dovrà nascere non direttamente in politica, o nei partiti (semidistrutti), ma più a monte, da una seria riforma ecclesiale, da un rinnovamento attuativo del Concilio, da un nuovo slancio teologico e spirituale, da un ruolo a tutto tondo dei laici più formati nei ministeri e nei carismi ecclesiali, andando oltre le tutele tradizionali di una gerarchia – oggettivamente – sempre più infeconda e disarmata culturalmente sul piano dell’educazione all’impegno sociale delle future generazioni di credenti.

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Un commento

  1. Tobia 16 luglio 2022

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