Covid, responsabilità vo’ cercando…

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situazione italia

Non raccontiamocela, non siamo immemori: anche la prima ondata che ci investì ci aveva provocato un trauma. Ma, generalmente, è vero che la reazione fu, per lo più, matura e concorde.

Effettivamente oggi è più difficile per ciascuno di noi e per chi – la politica – è chiamato prendere decisioni a nostra tutela. Più difficile per varie ragioni: la recrudescenza del virus in proporzioni inattese, il suo impatto sul paese già provato psicologicamente, economicamente, socialmente, l’esigenza di adottare misure restrittive selettive per settori e territori. Misure di loro natura più controverse rispetto al lockdown generalizzato.

La politica: un triste spettacolo

La crescita esponenziale dei contagi spazza via le obiezioni mosse alla dichiarazione dello stato di emergenza decretato da parlamento e governo. Stato di emergenza motivato e legittimo, contemplato dalla Costituzione e dalle leggi e necessario al fine di varare misure adeguate e tempestive seguendo passo passo la diffusione della pandemia.

Lo ha asserito neanche tanto implicitamente il presidente Mattarella in un discorso indirizzato all’Airc il 26 ottobre scorso: «il vero nemico è il virus, esso è il responsabile di lutti, sofferenze, sacrifici, rinunce, restrizioni alla vita normale… si sentono voci che spingono a comportamenti irresponsabili… Persino nel pieno di questa tragica pandemia (sembra) ci sia una perversa volontà di ingannare con la disinformazione».

Sorprendono la sordità, le resistenze, le polemiche a fronte di una drammatica evidenza: nelle cifre, nell’estensione mondiale della pandemia, nel paragone con i paesi europei a noi vicini, nel concorde allarme degli scienziati. Così come sfumano le obiezioni di chi levava grida contro l’attentato alle libertà individuali da parte dei pubblici poteri dipinti come paternalisti, invasivi, addirittura autoritari.

Dovrebbe essere un’ovvietà che si possa sacrificare una dose di libertà individuale a vantaggio di un chiarissimo, superiore interesse collettivo o bene comune che dir si voglia. Se tale elementare principio non è sufficientemente apprezzato dalla coscienza comune è perché la nostra cultura, intesa come sistema di valori che plasma convinzioni e comportamenti, ha conosciuto una distorsione che urge correggere.

La politica ne risente. Essa è, per definizione, arte delle scelte responsabili. Scelte che, dentro crisi di questa portata, attengono a drammatici dilemmi, laceranti antinomie. Tuttavia, chi teorizza il primato del valore della vita umana dovrebbe già disporre di una prima, decisiva bussola.

Di fronte a sfide di questa portata sconcertano e avviliscono le critiche strumentali e contraddittorie originate da angusti calcoli politici. Un solo esempio. Quello di chi mette sotto accusa l’assembramento nei mezzi di trasporto e poi bolla come troppo severe e restrittive le misure adottate circa la limitazione delle attività nelle grandi aree urbane. Come se non vi fosse un nesso di causa-effetto.

Ancor più censurabili sono altre due fattispecie che si rinvengono tra i “professionisti del dissenso o del mugugno”.

Primo: la gara a obiettare su questa o quella misura restrittiva, tutte per definizione discutibili e certo non risolutive, anziché sul senso complessivo dei provvedimenti. Ignorando la circostanza che, a fronte di un trend sostanzialmente comune, tutti i paesi europei adottano più o meno le stesse ricette.

Secondo: la critica sistematica mai accompagnata dall’onere di avanzare proposte alternative. Nel giudicare la serietà o meno di esperti e politici dovremmo, in cuor nostro, adottare quel criterio: non dare retta a chi si sottrae al dovere di proporre alternative alle misure oggetto di critica.

Altro criterio, a mio avviso, dovrebbe essere quello della cura di salvare l’essenziale e solo quello. Lo fisso in tre beni-parole: sanità, lavoro, scuola. So bene che vi sono altre attività importanti (dalla cultura allo spettacolo allo sport, dal turismo al tempo libero) e che esse coinvolgono milioni di addetti e di utenti. Ci torneremo su. Ma, nelle condizioni date, siamo costretti a concentrarci sullo stretto essenziale.

Scontando una drastica semplificazione, mi si consenta un cenno – ripeto, solo un cenno – alle attività e agli attori più esposti. Per i politici, basterebbero due pregnanti parole: responsabilità e unità.

Responsabilità, a sua volta, implica coraggio della verità e cura del bene comune, rinuncia alle convenienze di parte e alla facile demagogia.

L’unità sarebbe il minimo sindacale da parte di forze politiche responsabili ed essa non comporta la confusione di ruoli tra maggioranza e opposizione, ma, questo sì, la collaborazione per fronteggiare l’emergenza.

Istruttivo, al riguardo, il confronto con la Francia, che non è messa meglio di noi, nonostante una pubblica amministrazione notoriamente più efficiente, e che, in queste ore, ha decretato un lockdown generale avallato – merita notarlo – da un voto pressoché unanime del parlamento.

C’è poi il dovere di praticare il principio costituzionale della leale collaborazione tra le istituzioni e i vari livelli di governo, centrale e locale. Segnatamente nel rapporto tra Stato e Regioni. Qui si sono scontate contraddizioni che, fuori dall’emergenza, dovranno essere sanate con correttivi e riforme. L’autonomia regionale in materia di sanità non può contraddire il carattere eminentemente nazionale del Servizio Sanitario che non a caso si definisce appunto S.S. Nazionale. Con il suo compito di indirizzo, regolazione, controllo, tanto più necessari dentro l’emergenza.

Difficile anche non rilevare i guasti connessi alla retorica e al protagonismo dei cosiddetti “governatori”, espressione della quale non c’è traccia in Costituzione.

Per quanto attiene alla sanità, dovremmo avere appreso la lezione: essa è la priorità delle priorità, si dovrà ripristinare la centralità della medicina di base e dei presidi territoriali, va ripensato il rapporto tra pubblico e privato. Fuori dalle polemiche e dalla tentazione di farne materia di processi e tribunali (ad eccezione di comprovati reati), tuttavia, si dovrà pure mettere in discussione il celebrato modello lombardo.

Anche l’informazione si dovrà interrogare. Qui basterebbero due parole neglette: sobrietà e responsabilità. Cioè un’informazione asciutta, rigorosa, oggettiva che spesso è mancata. Penso all’ossessione dell’audience e ai suoi effetti, penso all’asservimento di una buona parte di essa agli schieramenti politici, penso alla tribuna offerta a personaggi da circo e campioni del negazionismo.

Distinguere, ristorare, condividere

C’è poi la questione cruciale dell’economia e della disperazione sociale, quella che si è espressa anche in mobilitazioni di piazza. Tre verbi sintetici anche qui: distinguere, ristorare, condividere.

Distinguere, nelle manifestazioni, il disagio delle categorie cui prestare ascolto dalle azioni degli estremisti che speculano su di esso praticando la violenza. Il primo è problema sociale e politico di prima grandezza, il secondo è questione di ordine pubblico, di contrasto e di repressione.

Ristorare significa un piano organico e di medio periodo che risarcisca lavoratori e imprese messi sul lastrico dai lockdown integrali o parziali. Con misure tempestive e mirate. Cioè consapevoli delle differenze e delle peculiarità del nostro paese, che lo fanno più vulnerabile di altri. Le differenze interne: è il caso – esemplifico – del diverso impatto della pandemia sui lavoratori rispetto ai pensionati, dei lavoratori del privato rispetto a quelli del pubblico, dei settori più esposti rispetto ad altri meno. Ma anche delle nostre peculiarità nazionali: tante piccole imprese, tanto lavoro autonomo, un basso tasso di attività delle donne e un’alta disoccupazione giovanile.

Ma, in generale, c’è un colossale problema che la politica di ogni colore si ostina a esorcizzare, ma che, più prima che poi, si imporrà senza scampo: la precarizzazione, la disoccupazione, la povertà di massa assumeranno – in verità, già ora – in dimensioni tali da prescrivere drastiche scelte di sistema, un colossale piano redistributivo, un vero e proprio nuovo patto sociale senza il quale la società, lo Stato, la democrazia si dissolverebbero. Politiche redistributive in chiave solidaristica delle quali il perno non potrà che essere il fisco. Altro che il mantra demagogico della riduzione delle tasse, altro che il dogma del “mai patrimoniali”!

Leggo che in Spagna e in Belgio, tra i paesi più colpiti, si comincia a ragionarne. Le tasse, piaccia o non piaccia, sono lo strumento privilegiato della redistribuzione del quale si è dotato lo Stato sociale moderno. Il fulcro concreto delle ragioni che tengono insieme una comunità. Di qui non si scappa.

Si irrise quell’economista-umanista che fu Tommaso Padoa Schioppa quando osò tessere l’elogio delle tasse, ma il senso era chiarissimo: la fedeltà fiscale è segno, strumento, misura della coesione sociale.

Bene il Recovery fund, ma trattasi soprattutto di prestiti da restituire; bene le decine e decine di miliardi di “ristori” in chiave di doverosa – sottolineo: doverosa – assistenza a chi non ce la fa, ma il debito che accumuliamo andrà pagato. Nei numeri che misurano le dimensioni di esso già è scritto che lo pagheranno figli e nipoti. Dovremmo pensare non in senso anonimo alle generazioni future, ma proprio ai nostri concreti figli e ai nostri concreti nipoti, che, nel privato-familiare, circondiamo di amorose attenzioni.

Quattro lezioni da imparare

Essendo ancora dentro il vivo della pandemia, è presto per un bilancio. Tuttavia, già possiamo ritenere quattro prime lezioni:

1) come ammonisce da tempo papa Francesco, siamo tutti nella stessa barca dentro un mondo malato fuori e dentro, senza che noi ce ne rendiamo conto;

2) l’uomo contemporaneo non è onnipotente, la scienza e la tecnica, tanto celebrate, non pongono rimedio a ogni male, non ci risparmiano l’esperienza del limite, della fragilità, della malattia, della morte;

3) la “globalizzazione dell’epidemia” prescrive la cooperazione internazionale, ma nel contempo restituisce centralità agli Stati nell’opera di prevenzione, contenimento, assistenza e ricostruzione di un patto di convivenza e dovrebbe suggerire di archiviare gli slogan consunti e fallaci di una stagione alle nostre spalle, slogan del tipo “più mercato meno Stato”, ma anche “più società meno Stato”, cui sostituire “più società più Stato”;

4) dalle grandi crisi si esce migliori o peggiori, difficilmente uguali. Al netto di un fatalismo deresponsabilizzante o di un ottimismo di maniera davvero fuori luogo dentro tale dramma epocale, è bene considerare che ancora la storia futura non è scritta e che, in parte, essa dipende da noi. Di quella parte dobbiamo rispondere.

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