(Il) Migliore a Mosca

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Mons. Celestino Migliore è stato nominato nunzio apostolico nella Federazione Russa il 28 maggio. Lascerà  quindi la sede di Varsavia (Polonia) per Mosca. Un passaggio rilevante per un ruolo assai complicato.

Il sorriso contagioso e la facilità di rapporti non nascondono l’acuto giudizio storico-civile, la lunga esperienza diplomatica, la trasparente testimonianza cristiana. Nato a Cuneo nel 1952, formato nel seminario di Fossano è ordinato prete nel 1977, entra nella Pontificia accademia ecclesiastica nel 1977 e si avvia al lavoro diplomatico  tre anni dopo. Passa diverse sedi (Angola, Organizzazione degli Stati Americani, Egitto, Varsavia, Consiglio d’Europa) per rientrare in un delicato servizio di curia come sottosegretario nella seconda sezione della Segreteria di Stato. Dalle sue mani passano molti dei dossier più delicati. Viene ordinato vescovo nel 2003 e dall’ottobre 2002 è osservatore permanente della Santa Sede all’ONU. Sette anni dopo viene nominato  nunzio a Varsavia e ora a Mosca.

Si forma alla scuola di Paolo VI, Casaroli e Silvestrini, con una visione della diplomazia pontificia legata al Vaticano II e sollecitata dalla visione globale di Giovanni Paolo II. Alle sue spalle l’Ostpolitik, la decolonizzazione e il processo di Helsinki, mentre si apre la dimensione dell’Europa a due polmoni del papa polacco. Partecipa del profondo mutamento nel servizio diplomatico espresso dal passaggio dei concordati confessionali dell’Ottocento e primo Novecento, ai nuovi strumenti: trattati, dichiarazioni e nuovi concordati.

Ha lasciato il segno in alcuni passaggi. Fra questi emergono l’attenzione all’Asia, la profonda convinzione europeista, la re-invenzione del ruolo della Santa Sede all’Onu e l’accompagnamento del trapasso polacco dopo la lunga stagione di Giovanni Paolo II.

I suoi viaggi in Vietnam e Corea del Nord fra il 1999 e il 2000 segnano le premesse per il progressivo miglioramento nel contesto ecclesiale vietnamita, una coraggiosa apertura anche verso la Corea del Nord, ma soprattutto un’attenzione “sottotraccia” alla Cina. Alla chiusura totale del regime nordcoreano si contrappone l’esito del lavoro in Vietnam e il complesso e contraddittorio cammino verso la Cina di cui molti attendono un segnale positivo nei prossimi mesi.

Dal lavoro presso il Consiglio d’Europa ha tratto la convinzione della centralità e della preziosità dei legami fra i paesi del continente e il superamento dei nazionalismi. Ha sostenuto con forza il processo dell’Unione Europea sia nell’apertura ai nuovi paesi dell’Est, sia nell’auspicio verso un trasferimento all’Unione di alcuni poteri nazionali, riconoscendo il filo rosso della continuità dei papi del ’900 in proposito e, in particolare, di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Avvertendo tuttavia i pericoli dello snervamento della visione umanistica dei padri dell’Unione a vantaggio di approcci economicistici, burocratici e ispirati a una laicità incapace di inclusione.

Ne è un esempio la critica espressa da osservatore permanente all’Onu verso una proposta dell’Unione Europea (2008) che, a partire da una condivisibile condanna delle discriminazioni contro gli omosessuali, faceva entrare i radicalismi della teoria di genere nelle indicazioni legislative suggerite agli stati membri. La contrapposizione all’aborto non più inteso come stato di necessità ma come «diritto», la difesa della famiglia a fondamento della società e la denuncia delle persecuzioni verso le fedi delle minoranze lo hanno posto al centro delle critiche di una parte delle Organizzazioni non governative che, nel 2004, hanno tentato di ridurre il rilievo della Santa Sede da osservatore a semplice organizzazione. La reazione degli Stati rappresentati all’assemblea ha visto una votazione pressoché unanime a difesa del ruolo della Santa Sede.

A Varsavia ha assistito con preoccupazione alla crescente contrapposizione fra l’attuale maggioranza di destra e la minoranza di sinistra, con discutibili e acritici consensi di una parte significativa del mondo cattolico ai nuovi indirizzi nazionalistici. Senza tuttavia ignorare i limiti della precedente maggioranza, incapace di rappresentare l’istanza etica della gran parte della popolazione del paese. La cura maggiore è stato il sostegno alle Chiese locali nei rapidi processi di secolarizzazione sociale. L’erosione dei frequentanti non cancella la popolarità e le fecondità di una Chiesa che il nunzio ha sentito come casa propria e ambiente vitale.

A Mosca troverà tensioni non minori e sfide non facili. Si possono intuire sulla falsariga della Dichiarazione congiunta tra papa Francesco e il patriarca Cirillo (Cuba, 12 febbraio 2016). La conferma del cammino ecumenico e dell’apertura alla Chiesa ortodossa dovrà fare i conti con le sue rigidità, con la ripetuta accusa di proselitismo verso l’attività delle quattro diocesi cattoliche, con le diffidenze verso Roma di una larga fetta dell’episcopato e del monachesimo. Delicatissima la relazione con le Chiese ucraine che, sia sul versante ortodosso come cattolico, sono tentate, a causa dell’intervento militare russo in Crimea e nelle aree orientali, ad assumere la bandiera del nazionalismo. Mentre, per la Chiesa russa, la salvaguardia del rapporto con Kiev è considerato vitale.

Non minori le preoccupazioni sul versante europeo. Non solo per le sanzioni dell’Unione alla Russia e per l’invito dei paesi vicini alla Nato in ordine a una difesa muscolosa davanti al presunto pericolo russo, ma anche per l’opposizione della Chiesa ortodossa ai valori occidentali, presentati spesso nella loro formulazione più laicizzata e formalistica. La vicinanza «sinfonica» fra Chiesa ortodossa e poteri statali, fra «anima russa» e ideologia imperiale è un’ulteriore sfida vista la necessità di una testimonianza comune del cristianesimo nel continente e l’obiettiva azione di sostegno alle minoranze cristiane in Medio Oriente da parte del potere russo.

Per un lettore italiano la presenza di un Migliore a Mosca richiama quella di P. Togliatti (chiamato appunto «il Migliore») fra il 1934 e il 1943. Ma il nunzio non attraverserà tempi così drammatici e non avrà bisogno né di appartenenze ideologiche né di chiedere la nazionalità russa per portare a termine la sua missione.

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