Penitenza: note sulla terza forma

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3 rito

Il processo di rinnovamento che ha avuto origine a partire dal Vaticano II ci ha lasciato, in riferimento al cosiddetto sacramento della penitenza o della riconciliazione, le sue note peculiari. Note che trovarono posto nel Nuovo Rituale approvato da Paolo VI (Ordo paenitentiae).

È stato il risultato di una ricerca di aggiornamento di vari elementi, che potrebbero essere sintetizzati in questo modo: una maggiore ricchezza biblica, quindi una visione più storico-salvifica; un migliore fondamento cristologico e antropologico; una dimensione più integrale degli aspetti ecclesiali e sociali.

Ciò ha arricchito non solo la comprensione del sacramento, ma anche quella delle sue componenti, cioè la comprensione del peccato in relazione alla grazia; la comprensione della priorità della misericordia all’interno di un processo costante di santificazione; la comprensione della celebrazione liturgica come incontro ed evento pasquale.

Nuovo Rito: una ricchezza non adeguatamente utilizzata

Tutto questo processo, con le sue luci e ombre, è rimasto al servizio della comunità cristiana e di ciascuno dei suoi membri, incarnato in una proposta pastorale all’interno di un Rituale che sembrava promettente. Purtroppo, per vari motivi, non è stato così. Per un mare di cause assai diverse, almeno due cose non hanno funzionato a dovere. Innanzitutto, la grande ricchezza del Rituale non è stata assunta nella sua interezza nella pastorale concreta; sono state recepite solo alcune parti più o meno adatte alla realtà o alla “praticità” di ciascun ministro.

D’altra parte, nella realtà della vita di fede, dal postconcilio ai giorni nostri, la crisi intorno alla questione del peccato e della confessione si è solo aggravata, sia per quanto si riferisce al senso sia per quanto riguarda l’utilità e lo stesso modo di “celebrare” la penitenza, o meglio il perdono.

Il Rituale della Penitenza presenta vari modi possibili per celebrare questo sacramento. Troviamo celebrazioni comunitarie con confessione personale (privata); celebrazioni comunitarie senza confessione personale (private); riti penitenziali preparatori ai sacramenti; celebrazione personale privata. Questa varietà ha cercato di sottolineare l’importanza della dimensione ecclesiale, che dovrebbe essere presente in ogni forma di confessione e che la celebrazione comunitaria dovrebbe rendere più evidente.

Inoltre, si nota dalle motivazioni e dalle stesse configurazioni dei vari riti che si è cercato di evitare il pericolo del formalismo e dell’automatismo, presenti nella concezione secondo la quale i sacramenti si “amministravano”, dove qualcosa si dava e si riceveva, come un mero scambio formale, dove la fedeltà alle rubriche era più importante del mistero che veniva celebrato.

Ma c’è da dire che anche questo cambiamento non ha garantito che non ci fosse la possibilità di cadere in riti standardizzati, formalistici, anonimi e spersonalizzanti. Simili deviazioni possono essere presenti in qualsiasi forma di celebrazione – e di fatto molte volte lo sono – perché la possibilità di evitarle dipende dall’atteggiamento pastorale fondamentale dei pastori e dei fedeli allo stesso tempo.

Con l’approvazione del Nuovo Rituale – si potrebbe dire – la Chiesa ha voluto, da un lato, incoraggiare le confessioni, poiché si preoccupava dell’allontanamento dei fedeli al riguardo, ma è anche venuta più volte a correggere ciò che era visto come una “deviazione” in certe celebrazioni comunitarie senza confessione privata, perché si pretendeva assurgessero a uso ordinario. Questa formula era prevista solo in casi molto specifici: imminente pericolo di morte, numero insufficiente di sacerdoti e impossibilità di celebrare degnamente il sacramento.

La prima cosa da notare è che, pur con tutta la buona volontà e il raggiungimento di un certo rinnovamento teologico-pastorale nella celebrazione di questo sacramento – più o meno come negli altri –, primeggiavano le preoccupazioni giuridiche e di liceità più che la verità teologica e la realtà del sacramento intesa come luogo teologico fondamentale.

È la stessa visione che riappare nel contesto attuale, quando, alla luce delle sfide della pandemia, si propone di potere, in alcune situazioni, utilizzare la terza forma del sacramento della Penitenza che prevede l’assoluzione generale. Qualcosa di simile era emersa già nel contesto dell’Anno giubilare della misericordia (2016).

Una riflessione teologica

Prima di entrare nel merito del soggetto di cui ci occupiamo, vorremmo dire qualcosa che ci sembra significativo come premessa teologica.

Più che mai, in un contesto impegnativo come l’attuale pandemia, dove le persone si sentono colpite, ferite, abbandonate, indifese, dove ricompaiono vecchie violenze, risentimenti e distanziamenti tra persone, famiglie, settori sociali, la preoccupazione della Chiesa avrebbe dovuto essere, facendo suo l’atteggiamento del prendersi cura, quella di trovare la migliore terapia per i suoi fedeli, cioè come offrire spazi per la riconciliazione, la guarigione, l’accompagnamento nella crisi.

Invece, si è occupata di come adattare giuridicamente il rito della confessione per salvare la situazione formale della confessione integrale dei peccati, ricadendo sulle classiche distinzioni e osservazioni, accentuando cioè la necessità della confessione privata (sebbene questa riguardi i peccati “gravi”), tralasciando la riconciliazione operata attraverso l’eucaristia (profondamente valorizzata da Trento) e proponendo, come quasi secondarie, le altre vie della riconciliazione, come le opere di misericordia, l’elemosina ecc.

Questa è una chiara manifestazione del fatto che ancora ci attende una seria e profonda riforma del significato, teorico e pratico, della vita sacramentale della Chiesa.

La terza forma è nata ed è stata mantenuta sotto il regime di “eccezionalità”, soprattutto per evitare ogni tipo di interpretazione arbitraria. Ancora una volta, di fronte alle paure a cui può portare l’apertura, si prediligono rigidità e controllo. Se non ci si allontana da questa logica, tutta la vita pastorale è destinata a fallire, a dedicarsi solo a “verniciare” senza andare in profondità.

In ogni modo, i tentativi in corso sono più timidi, quello che si chiede è tanto semplice quanto quasi innocuo, cioè, se si possa sfruttare l’attuale situazione di “deficit” affinché la cosiddetta terza forma possa far parte della prassi ordinaria della comunità ecclesiale, almeno in periodi liturgici forti, come la Quaresima, l’Avvento, le celebrazioni patronali.

Anche all’interno di questa logica, più giuridica che teologica, la risposta potrebbe essere affermativa. Accettare questo tipo di celebrazione eccezionale imposta dalla situazione pandemica (che, da quanto si vede, potrebbe protrarsi a lungo) e prevedere che questa pratica possa essere celebrata in modo ordinario almeno nei tempi liturgici forti, nella consapevolezza che, anche se non ci fosse la grave necessità, ci sarebbero comunque alcune difficoltà pastorali per una celebrazione pensata solo nella sua versione ordinaria auricolare privata.

Comunque sia, l’importante è ricordare che, all’interno di questa visione, (che insistiamo a definire più giuridica che teologica), la Chiesa vuole affrontare una situazione reale con una risposta favorevole e accessibile in modo che nessuno/a sia privato/a della grazia sacramentale.

Si valorizza e si dà luogo alla dimensione comunitaria del peccato e della grazia, permettendo così alla comunità di percepirsi in costante ricerca di purificazione.

Si accentua la dinamica salvifica della presenza di Dio in mezzo al suo popolo quando attraversa momenti personali e comunitari difficili.

Ogni persona ha la possibilità di assumersi le proprie responsabilità all’interno di un’esperienza comunitaria, rendendo più autentica la propria confessione personale, se si presenta il caso che possa o debba farlo (in caso di peccati “gravi” o “mortali”).

Proprio il quadro ecclesiale è quello che dovrebbe dare forza sufficiente perché si avvii un vero e profondo processo di conversione, che non deve dare l’impressione che si stia proponendo una “scorciatoia”, un cammino facile, meno impegnativo.

Le stesse dinamiche celebrative dovrebbero garantire che non si cerchi solo l’“assoluzione”, ma soprattutto la riconciliazione con Dio e con la comunità, riconciliazione convalidata dall’assoluzione generale che, allo stesso tempo, non è meno personale. Questo punto è da sottolineare, poiché occorre superare la contrapposizione tra personale (particolare) e comunitario (generale): in una sana ecclesiologia di comunione l’uno non può essere senza l’altro. Insomma, dovrebbe essere più che evidente che la terza forma non sostituisce le altre ma le completa (cf. Rituale della Penitenza, nn. 32-33).

D’altra parte, va ricordato che, più o meno, lo stesso accade con l’adorazione eucaristica (che non di rado ha parecchi fedeli) e la comunione eucaristica (alla quale, in genere, non accedono tutti i partecipanti alla celebrazione). Mi sembra che su questo atteggiamento incongruo non si faccia o non si dica molto.

Il sacramento è per i fedeli

Ci permettiamo solo di richiamare alcune precisazioni che, sebbene siano semplici e – crediamo – note a tutti, è importante non dimenticare.

Per coloro la cui preoccupazione è la validità di questo tipo di confessione, ricordiamo che si richiede di accusare nuovamente i peccati appena si renda possibile una celebrazione ordinaria del sacramento. Sebbene, a prima vista, ciò possa apparire un po’ incoerente, all’interno di questa logica non lo è: se c’è pentimento e viene data l’assoluzione, qual è il significato del successivo bisogno di un’ulteriore confessione?

L’obbligo assoluto – lo abbiamo già ribadito – è solo per i peccati cosiddetti “gravi” o “mortali”, ma, se si ritiene che la maggior parte dei fedeli non sappia fare questa distinzione con coscienza formata, sarà compito dei pastori fornire chiarezza al riguardo.

Ci si aspetta che sia rassicurante riconoscere il valore dell’assoluzione generale, confidando che si dia priorità all’azione di Dio, che soprattutto Dio perdona sempre e lascia la porta aperta affinché i suoi figli e figlie continuino a convertirsi.

Forse, anche senza volere, si può scoprire che non è questa terza forma a mettere in “disordine” il solito ritmo celebrativo, dove prima si fa la confessione e poi si assolve (struttura giuridica), ma dove prima si riceve il perdono e poi si matura un cammino di conversione a partire dal perdono ricevuto (struttura teologica).

Diciamo – per inciso – che lo stesso dovrebbe accadere nella celebrazione eucaristica, dove sarebbe interessante prima ascoltare la Parola e, alla luce di essa, fare la supplica di perdono/riconciliazione, e non come accade oggi, dove il rito penitenziale appare quasi come un’abluzione che ricorda i riti antichi di purificazione, per poter accedere “puliti” e dunque “degni” alla celebrazione.

Forse è il momento di ricordare

  • che il sacramento è per i fedeli e non il contrario;
  • che è la Chiesa come comunità ecclesiale che celebra e rende operativa la vita della grazia, intesa come il passaggio pasquale della liberazione di Dio attraverso il mistero della vita concreta dei suoi membri;
  • che la Chiesa deve sempre anteporre il rispetto per le coscienze delle persone a ogni norma, favorendo l’incontro personale e comunitario con la grazia di Dio e celebrarlo piuttosto che dettarlo, lasciarlo agire piuttosto che controllarlo;
  • che la Chiesa è più un ospedale da campo che una dogana;
  • che nei confessori è la Chiesa che confessa e Dio sempre colui che perdona;
  • che i confessori sono sempre soprattutto padri, medici e maestri e poi alla fine “giudici” (termine molto improprio) ma solo delle disposizioni dei penitenti.

Quindi, mediante questo tipo di celebrazione, la Chiesa dovrebbe fare in modo che questa disposizione sia la migliore possibile.

Sarebbe opportuno, anche se questo non è indicato direttamente nel Rituale, che queste celebrazioni avvenissero all’interno di un itinerario penitenziale; ciò contribuirebbe a garantire una migliore preparazione e disposizione di coscienza nelle persone e nella comunità stessa. Ciò vale in due sensi: in senso teologico, perché è ciò che richiede la dinamica del sacramento, e in senso antropologico, perché oggi, forse più che mai, la Chiesa può aiutare a recuperare la dimensione comunitaria contro una certa tendenza individualistica e privatistica nel vivere la vita e la stessa fede cristiana.

Come suggerimento pastorale potremmo, infine, aggiungere quanto segue. La prassi migliore e maggiormente rispondente alle sfide epocali, seguendo la logica del Vangelo, sarebbe quella di cercare di dare anzitutto maggior risalto alla riconciliazione all’interno dell’eucaristia, anche con l’attuale collocazione. Questo permetterebbe di riprendere il valore della riconciliazione attraverso la celebrazione eucaristica, producendo senz’altro dei buoni frutti nei fedeli assidui all’eucaristia, sia feriale sia domenicale.

E poi offrirebbe uno spazio maggiore a favore di chi non partecipa regolarmente all’eucaristia, facendolo sentire accolto in un clima di preghiera celebrativa. In questo senso, si potrebbe proporre lo schema delle celebrazioni penitenziali, già previsto dall’Ordo paenitentiae o da altri simili ordinamenti, con assoluzione generale, e, nello stesso tempo, offrendo la possibilità, in giorni e orari stabiliti nelle comunità, a coloro che hanno bisogno, di poter accedere alla confessione ordinaria.

Questi schemi non sono una novità, perché hanno già avuto una certa presenza nella pastorale negli anni ’70, soprattutto nei giorni di Avvento e di Quaresima, così come in gruppi speciali, come giovani, bambini, anziani, persone diversamente abili ecc.

Riprendere queste strade potrebbe non solo estendere l’orizzonte pastorale, ma anche riprendere la ricerca di migliori fedeltà creative per la vita della comunità ecclesiale.

  • P. Antonio Gerardo Fidalgo è un religioso della Congregazione del Santissimo Redentore ed è professore straordinario di antropologia sistematica presso l’Accademia Alfonsiana di Roma.

Si è evitato di inserire note e riferimenti, quindi se necessario si suggerisce la seguente bibliografia:

Paolo VI, Paenitemini, Costituzione apostolica (17.02.1966), in AAS 58 (1966) 177-185.

Paolo VI, Ordo Pænitentiæ, EditioTypica, Città del Vaticano 1974.

Giovanni Paolo II, Reconciliatio et paenitentia, Esortazione apostolica post-sinodale sulla riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa oggi (02.12.1984), in AAS 77 (1985) 185-275.

Giovanni Paolo II, Misericordia Dei, Lettera apostolica in forma di «motu proprio» su alcuni aspetti della celebrazione del sacramento della penitenza (07.04.2002), in AAS 94 (2002) 452-459.

Francesco, Misericordiae Vultus, bolla di indizione del giubileo straordinario della misericordia (11.04.2015), in AAS 107 (2015) 399-420.

Francesco, Misericordia et misera, lettera apostolica a conclusione del giubileo straordinario della misericordia (20.11.2016), in AAS 108 (2016) 1311-1327.

Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Norme pastorali circa l’assoluzione sacramentale generale (Normae pastorales circa absolutionem sacramentalem generali modo impertiendam) (16.06.1972), in AAS 64 (1972) 510-514; EV, 4, 1042-1053.

Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera al Presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti d’America circa le condizioni e le norme dell’assoluzione sacramentale comunitaria (14.01.1977), in Origins 6 (1977) 595-596; LE, 4487.

Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Risposta riguardante l’assoluzione generale (Responsum ad quaesitum circa absolutionem sacramentalem generali modo impertiendam) (20.01.1978), DOCUMENTA 32, Notitiae 14 (1978) 6-7.

Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, «Per riscoprire il Rito della Penitenza», in Notitiae 51 (2015/2) 307-325.

Penitenzieria Apostolica, Decreto circa la concessione di speciali Indulgenze ai fedeli nell’attuale situazione di pandemia (20.03.2020), in https://press.vatican.va/content/ salastampa/it/bollettino/pubblico/2020/03/20/0170/00378.html [27.01.2021]

Penitenzieria Apostolica, Nota circa il Sacramento della Penitenza nell’attuale situazione di pandemia (20.03.2020), «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20).

Commissione Teologica Internazionale, La riconciliazione e la penitenza (29.06.1983), in La Civiltà Cattolica 135/I (1984) 57-72.

Conferenza Episcopale Italiana, Rituale della Penitenza (Ordo Poenitentiae), Roma 1974.

Codice di Diritto Canonico, Testo latino con traduzione italiana a fronte, U.E.C.I., Roma 1984 (nn. 961-963).

Busca Marco, Verso un nuovo sistema penitenziale? Studio sulla riforma della riconciliazione dei penitenti, Edizioni Liturgiche, Roma 2002.

Ferrari Luca, Misericordia per tutti. Il sacramento della Riconciliazione come cammino, San Paolo, Cinisello Balsamo 2016.

Gerardi Renzo, Il sacramento del perdono per la riconciliazione dei penitenti, EDB, Bologna 2015.

Grillo Andrea, «La ritualità della Penitenza ecclesiale. Intrecci e interferenze tra dimensione rituale, giuridica e teologica dell’esperienza del perdono», in Synaxis 2371 (2005) 117-134.

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Mazza Enrico, «La riforma del Rito della Penitenza. Elementi per una reinterpretazione», in Rivista Liturgica 78/5 (1991) 507-532.

Sacco Filomena – Amarante, Alfonso V. (a cura), Riconciliazione sacramentale. Morale e prassi pastorale, Messaggero, Padova 2019.

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Due siti italiani dove si vede la pratica recente:

Diocesi di Torino, https://www.diocesi.torino.it/liturgico/una-esperienza-straordinaria-la-terza-forma-della-penitenza/ [27.01.2021].

Diocesi di Fossano, http://www.diocesifossano.org/diocesi-notizie/la-terza-forma-del-rito-della-penitenza-dal-16-dicembre-al-6-gennaio/ [27.01.2021].

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