Il gender di Francesco

di: Lorenzo Prezzi

Ha fatto discutere il riferimento del papa al gender come guerra mondiale e colonizzazione ideologica. Coerenza di un pensiero, legame con il predecessore, conseguenze pastorali.

Dopo il viaggio in Georgia e Azerbaigian (30 settembre – 2 ottobre) è riemersa la domanda sulla presunta incoerenza di papa Francesco in ordine alle questioni di morale personale, in particolare verso l’omosessualità e, più in specifico, verso l’ideologia del gender. L’atteggiamento di comprensione e misericordia diventa per alcuni media una contraddizione con il giudizio severo su un impianto culturale non compatibile col Vangelo. Inquiete le reazioni del conservatori di casa nostra che devono apprezzare il rigore, ma non ne condividono l’apertura pastorale.

Parole secche

Il papa parla di «colonizzazione ideologica» a proposito del gender nella conferenza stampa in volo dalle Filippine  il 15 gennaio 2015.  Nel discorso a Napoli il 23 marzo 2015 lo indica come uno «sbaglio della mente umana». L’8 aprile l’esortazione apostolica Amoris lætitia (firmata il 19 marzo) contiene un numero dedicato alla questione, il 56. «Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che “sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare”. D’altra parte, “la rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna. In questo modo, la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie”. Una cosa è comprendere la fragilità umana o la complessità della vita, altra cosa è accettare ideologie che pretendono di dividere in due gli aspetti inseparabili della realtà. Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata».

In un passaggio del dialogo con i vescovi polacchi il 27 luglio 2016 scorso afferma: «In Europa, in America, in America Latina, in Africa e in alcuni paesi dell’Asia, ci sono vere colonizzazioni ideologiche. E una di queste – lo dico chiaramente con nome e cognome – è il gender. Oggi ai bambini – ai bambini! – a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. E perché insegnano questo? Perché i libri sono quelli delle persone e delle istituzioni che ti danno i soldi. Sono le colonizzazioni ideologiche, sostenute anche da paesi molto influenti».

Tiblisi e il seguito

Nell’incontro con preti e consacrati a Tiblisi (Georgia, 1 ottobre 2016) torna sul tema: «Tu, Irina, hai menzionato un grande nemico del matrimonio, oggi: la teoria del gender. Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio. Oggi ci sono colonizzazioni ideologiche che distruggono, ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee. Pertanto, bisogna difendersi dalle colonizzazioni ideologiche». E lo riprende nell’intervista al ritorno dal viaggio, il 3 ottobre, in risposta a una domanda sulla teoria di genere: «Prima di tutto, io ho accompagnato nella mia vita di sacerdote, di vescovo – anche di papa – ho accompagnato persone con tendenza e con pratiche omosessuali. Le ho accompagnate, le ho avvicinate al Signore, alcuni non possono, ma le ho accompagnate e mai ho abbandonato qualcuno. Questo è ciò che va fatto. Le persone si devono accompagnare come le accompagna Gesù. Quando una persona che ha questa condizione arriva davanti a Gesù, Gesù non gli dirà sicuramente: “Vattene via perché sei omosessuale!”, no. Quello che io ho detto riguarda quella cattiveria che oggi si fa con l’indottrinamento della teoria del gender. Mi raccontava un papà francese che a tavola parlavano con i figli – cattolico lui, cattolica la moglie, i figli cattolici, all’acqua di rose, ma cattolici – e ha domandato al ragazzo di dieci anni: “E tu che cosa voi fare quando diventi grande?” – “La ragazza”. E il papà si è accorto che nei libri di scuola si insegnava la teoria del gender. E questo è contro le cose naturali. Una cosa è che una persona abbia questa tendenza, questa opzione, e c’è anche chi cambia il sesso. E un’altra cosa è fare l’insegnamento nelle scuole su questa linea, per cambiare la mentalità. Queste io le chiamo “colonizzazioni ideologiche”. L’anno scorso ho ricevuto una lettera di uno spagnolo che mi raccontava la sua storia da bambino e da ragazzo. Era una bambina, una ragazza, e ha sofferto tanto, perché si sentiva ragazzo ma era fisicamente una ragazza. L’ha raccontato alla mamma, quando era già ventenne, 22 anni, e le ha detto che avrebbe voluto fare l’intervento chirurgico e tutte queste cose. E la mamma gli ha chiesto di non farlo finché lei era viva. Era anziana, ed è morta presto. Ha fatto l’intervento. È un impiegato di un ministero di una città della Spagna. È andato dal vescovo. Il vescovo lo ha accompagnato tanto, un bravo vescovo: “perdeva” tempo per accompagnare quest’uomo. Poi si è sposato. Ha cambiato la sua identità civile, si è sposato e mi ha scritto la lettera che per lui sarebbe stata una consolazione venire con la sua sposa: lui, che era lei, ma è lui. E li ho ricevuti. Erano contenti. E nel quartiere dove lui abitava c’era un vecchio sacerdote, ottantenne, il vecchio parroco, che aveva lasciato la parrocchia e aiutava le suore, lì, nella parrocchia… E c’era il nuovo [parroco]. Quando il nuovo lo vedeva, lo sgridava dal marciapiede: “Andrai all’inferno!”. Quando trovava il vecchio, questo gli diceva: “Da quanto non ti confessi? Vieni, vieni, andiamo che ti confesso e così potrai fare la comunione”. Hai capito? La vita è la vita, e le cose si devono prendere come vengono. Il peccato è il peccato. Le tendenze o gli squilibri ormonali danno tanti problemi e dobbiamo essere attenti a non dire: “È tutto lo stesso, facciamo festa”. No, questo no. Ma ogni caso accoglierlo, accompagnarlo, studiarlo, discernere e integrarlo. Questo è quello che farebbe Gesù oggi. Per favore, non dite: “Il papa santificherà i trans!”. Per favore! Perché io vedo già i titoli dei giornali… No, no. C’è qualche dubbio su quello che ho detto? Voglio essere chiaro. È un problema di morale. È un problema. È un problema umano. E si deve risolvere come si può, sempre con la misericordia di Dio, con la verità, come abbiamo detto nel caso del matrimonio, leggendo tutta l’Amoris lætitia, ma sempre così, sempre con il cuore aperto».

Benedetto e Francesco: deduttivo e induttivo

Vi è una sostanziale coerenza con il suo predecessore, Benedetto XVI che, dopo una serie di documenti delle istituzioni vaticane (dal 1995 al 2014) vi accenna negli auguri alla curia romana per il Natale del 2008. Vi ritorna nel 2012: «La profonda erroneità di questa teoria, e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente, è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come un fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela». È una delle questioni sottintese nell’enciclica Caritas in veritate (nn. 69-74).

La coerenza del giudizio non significa identità di percorsi. Mentre Benedetto XVI rimonta ai processi culturali della modernità e al tema del rapporto natura-cultura, papa Francesco parte induttivamente dall’esperienza di un uomo del “Terzo mondo” che costata il condizionamento degli aiuti internazionali ad accettazioni culturali che la gente non condivide e che si pongono come aggressioni indebite. Esperienza confermata da numerosi episcopati “periferici”.

È indicativa la risposta del papa, sempre nel viaggio di ritorno dall’Azerbaigian, a una domanda di un giornalista americano sulla difficile scelta elettorale fra Trump e Clinton. Alla rozzezza del primo fa riscontro il consenso della seconda ad una diffusione della cultura del gender e di tipo agnostico. «Lei mi fa una domanda in cui descrive una scelta difficoltosa, perché secondo lei c’è difficoltà in uno e c’è difficoltà nell’altro. In campagna elettorale io mai dico una parola. Il popolo è sovrano, e soltanto dirò: studia bene le proposte, prega e scegli in coscienza! Poi esco dal problema e vado a una “finzione” [un caso immaginario], perché non voglio parlare del problema concreto. Quando succede che in un paese qualsiasi ci sono due, tre, quattro candidati che non risultano soddisfacenti, significa che la vita politica di quel paese forse è troppo politicizzata ma non ha molta cultura politica».

Spazi pastorali

Percorsi non identici e pratiche pastorali non sovrapponibili. Rispetto ai temi dell’annuncio la morale è seconda (non secondaria), i “principi non negoziabili” perdono di centralità, le pratiche normative cedono all’accompagnamento e al discernimento. Questo crea spazi di mediazione per i politici cattolici, impedisce il ritorno all’intransigentismo ottocentesco, non soffoca la discussione culturale e teologica, accetta la decisione democratica, investe sui processi pastorali e custodisce il deposito e la dimensione critica della fede.

Francesco non è interessato a guerre frontali di principio: «Non ho mai compreso l’espressione, “valori non negoziabili”» (Corriere della sera, 5 marzo 2014); «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate (alla morale) … Io non ho parlato molto di queste cose e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa del resto lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa» (Civiltà Cattolica, 19 settembre 2013). In Evangelii gaudium ricorda la gerarchia delle verità e la estende anche all’ambito della morale (nn. 34-39).

Più che di teoria di genere si dovrebbe parlare di studi o teorie di genere. Il loro percorso viene in genere scandito in tre tappe. La prima è la ricerca sulla parità di genere, con la rivendicazione dell’eguaglianza fra maschile e femminile, alla scoperta della peculiarità dell’essere donna. La seconda tappa è la costruzione del genere: non è più un dato di natura, ma è costruito dalla società e dalla cultura. Il genere va fatto, non ereditato. La terza tappa è la decostruzione del genere. L’essere maschi o femmine va lasciato alla libera determinazione dell’individuo. L’idea stessa di genere va annullata. Si è quello che si vuole essere.

È l’indicazione offerta da J. Butler secondo la quale l’individuo deve disfare il genere impostogli dalla società al fine di poterlo reinventare come scelta personale. Le possibilità offerte dalla chirurgia e dagli artifici cibernetici aprirebbero lo scenario post-umano. Si può certo usare il plurale (teorie di genere) ma è difficile negare quanto ampiamente sia condivisa la conclusione di Nicla Vassallo: «La femmina e il maschio, la donna e l’uomo, non esistono». In altri termini la corporeità non ha alcun ruolo. La complessità di quello che indichiamo come sessualità (identità biologica, ossia corpo sessuato; identità di genere, percezione sessuata di se stessi; ruolo di genere, comportarsi come maschio o femmina; orientamento sessuale, modello stabile di attrazione verso uomini o donne o entrambi) se non viene declinata nel suo insieme può rovesciare la logica tradizionale dell’eterosessualità e ha conseguenze forti sulla famiglia. Percepire la sfida non significa omofobia (mancanza di rispetto e accoglienza verso le persone), ma semplicemente non accettare di annullare le differenze e la loro base biologica.

Cultura del gender, teoria debole, sistema forte

Tenendo presente che la teoria di genere intercetta un’esigenza di uguaglianza, rispetto e autonomia personali non necessariamente negativi, la sua forza di “ideologia” è nell’interpretare la moltiplicazione dei modelli familiari, la complessità delle filiazione (eteronoma, utero in affitto, artificiale ecc.), l’individualismo auto-normativo, oltre e fuori ogni quadro trascendente e ogni ordine naturale. Essa si candida all’interpretazione del post-umano: superare l’omologazione della specie ovvero l’unicità del progetto umano, per dar vita a una multiformità di sub-specie umane più o meno differenti nelle funzioni, nei comportamenti, nelle vocazioni. In un futuro dove l’uomo avrà sempre meno proprietà condivise, tanto da trasformare la categoria uomo in una galassia di categorie.

La sua forza non è paragonabile alla reinterpretazione complessiva del sapere da parte dell’illuminismo, né alla mobilitazione storica delle masse delle rivoluzioni del ’900. Non sta quindi nella sua dimensione teorica o di concezione generale di vita. Essa sembra accogliere e coprire cambiamenti che avvengono altrove. Il gender trova subitanea compatibilità nella debolezza di una politica “dell’immediato”, che falsamente riconosce nella sessualità l’ultimo spazio per un gioco dei possibili per l’esercizio della libertà. Non comprendendo la contraddizione fra individualismo-nichilismo espresso con la funzione propria di un progetto collettivo e di una visione condivisa del futuro.

La forza della teoria di genere sta, in ultima istanza, nella funzionalità rispetto alla cultura civile della globalizzazione, a quello che si potrebbe chiamare, con Mauro Magatti, il capitalismo tecno-nichilista. Cioè un modello di accumulazione economica che, in questa fase storica, fa dipendere la crescita sempre più direttamente dalla capacità di innovazione tecnica e che, di conseguenza, necessita di una cultura nichilista, cioè non resistente, per disporre liberamente di qualsiasi significato in modo da non avere ostacoli di sorta al suo pieno dispiegamento.

Una spirale nichilista che non ha necessariamente l’aspetto aggressivo di un potere minaccioso, ma quello sorridente di chi smonta e sminuisce il patrimonio simbolico senza mai farsi carico di alimentarlo. La sfida è assai più ampia della teoria di genere. Alla dimensione sociologica si aggiungono il giudizio storico-civile e la difesa della politica come sapere e come prassi. E, non ultima, la capacità del cristianesimo di attraversare i nuovi contesti con la trasparenza del Vangelo, senza essere prigioniero della sua (invidiabile) storia.

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Un commento

  1. Fabrizio Rinaldi 7 ottobre 2016

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