Cronaca di una malattia

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Quante volte sentiamo raccontare le avventure sanitarie di una persona o dell’altra che magari fa parte delle nostre conoscenze o della nostra stessa parentela! Ma una cosa è sentirle raccontare e un’altra è viverle in prima persona. Questo è quello che è successo al sottoscritto in queste ultime settimane: uno stroke o ictus che mi ha colpito.

Ictus dice appunto una «bòtta», un terribile colpo di cui misuro giorno dopo giorno l’impatto negativo possibile che – fortunatamente – non si è pienamente realizzato e insieme il beneficio che esso mi ha procurato. L’ho detto a tutti quelli che ho incontrato i questi ultimi tempi: «L’ho scampata bella! È stata una brutta avventura, ma che non poteva finire meglio!

Trovarsi a terra

Che cos’è successo? È successo che il giovedì 10 febbraio alle 9.20 ero in episcopio a Como per partecipare al Consiglio episcopale. Sbarcato dalla mia macchina, l’ho lasciata in mezzo al cortile interno già pieno di altre macchine, lasciando al portinaio l’incombenza di parcheggiarla al meglio.

E mi sono avviato verso la scala che dal cortile, un acciottolato vecchio stile fatto alla maniera tradizionale di ciottoli rotondi sui quali si cammina male, conduce al primo piano dell’episcopio dove si trovano gli uffici della curia vescovile. In una mano avevo l’ombrello e nell’altra lo zainetto con il materiale del Consiglio.

Mentre cercavo di attaccarmi al muro per raggiungere il passamano della scala, alzato il piede sinistro sul primo gradino, mi sono trovato improvvisamente e inspiegabilmente a terra, crollato su me stesso, come un sacco di patate!

Non era la prima volta che inciampavo e cadevo (dopo l’operazione all’anca mi è successo varie volte) o che mi capitava di perdere l’equilibrio o di scivolare e trovarmi a terra… ma questa volta compresi subito che era una caduta diversa. Tentai di rialzarmi, ma quanto più mi sforzavo di farlo tanto più andavo indietro, incapace di riprendere la posizione verticale.

Mi resi presto conto che quella caduta era più grave del solito. Per mia fortuna poco prima di me era entrato nel cortile dell’episcopio anche don Andrea Salandi, vicario episcopale della Valtellina, il quale, accortosi di ciò che mi era accaduto, cercò di darmi una mano. Con tutte le sue forze, malgrado le mie dimensioni, mi tirò in piedi sicché, attaccandomi al passamano, mi trascinai fino al primo pianerottolo.

Arrivato là, mi resi conto che davvero le gambe questa volta non mi sostenevano proprio più o, meglio, che la gamba sinistra non aveva più nessuna forza: come non esistesse. Così mi appoggiai al muro.

Nel frattempo vennero fuori alcune impiegate degli uffici di Curia le quali, vedendomi in quelle condizioni, diedero l’allarme. In breve mi portarono una sedia, mi si fecero attorno vari consiglieri del Vescovo che già erano arrivati per il Consiglio, il Vescovo stesso scese allarmato, tutti sorpresi e impressionati dall’accaduto.

Ci volle tuttavia un po’ di tempo perché si rendessero conto della vera gravità delle mie condizioni. Così dopo qualche incertezza, chiamarono il 118. Gli infermieri dell’ambulanza, dopo essersi accertati delle mie condizioni, mi condussero per mia fortuna non al Sant’Anna o a Erba, come avrebbero forse voluto, ma al pronto soccorso del Valduce, la clinica più vicina, gestita dalle Suore Infermiere dell’Addolorata che io conosco perché sono il loro confessore ordinario.

In ospedale

In pochi minuti arrivai al pronto soccorso dove mi presero subito in cura. Ci rimasi una giornata intera. Interminabile. Le ore passavano… molti erano i pazienti già presenti nelle poche sale del pronto soccorso, in questa stagione sempre affollato. Mi fecero esami e radiografie, presero tutte le misure e tutti i parametri sanitari.

Alla fine dei primi esami, prima di mezzogiorno, venne un medico, una donna, che mi fece molte domande strane e molte strane operazioni relative ai miei movimenti fisici e sensoriali e alla fine si presentò come la neurologa del pronto soccorso e della Clinica. Fu allora che iniziai a comprendere la serietà del mio caso. Mi sottopose alla trombolisi, un processo o un’operazione intesa a scoprire e sciogliere eventuali trombi o emboli, dopo la quale venne a rassicurarmi che non ne era rimasta alcuna traccia… nel cervello. Che cosa voleva dire?

Mi misero poi delle flebo di diversa natura, ma di tutto ciò ricordo poco o nulla. Sentivo solo passare il tempo, avevo fame, ma non desideravo neppure di mangiare. Pensavo o speravo ancora di poter ritornare a casa, ma non vedevo nessun segno in questo senso e questo mi faceva paura. Che cosa mi attendeva, e quale sarebbe stato il mio futuro?

Avevo bisogno di andare in bagno e non trovavo nessuno che mi desse attenzione. Quando finalmente potei far conoscere questo mio bisogno, degli infermieri o infermiere mi misero il pannolone e mi dissero di fare pure in quel modo i miei bisogni. Era la prima volta in vita mia, a 80 anni, che mi capitava di essere in quelle condizioni soggettivamente così umilianti.

Le ore passavano e io vedevo passare medici e infermieri che, finito il loro turno mattiniero, se ne andavano, ne arrivavano degli altri, parlavano tra di loro a voce alta di tutto meno che dei malati e delle loro condizioni – eravamo in carnevale e ormai si avvicinava il Festival di Sanremo – mentre io non capivo più nulla.

Quando Dio volle, l’infermiere caposala del pronto soccorso mi disse che mi avrebbero ricoverato e di fatto verso le 18 fui portato in reparto, in neurologia dove mi diedero un posto per la notte e dove rimasi otto giorni dal 10 al 19 febbraio. Questo il primo tempo della mia vicenda.

Con altri malati

Arrivato in reparto, mi dissero finalmente che avevo avuto un ictus e che dovevo essere trattato come uno che era in condizioni certamente serie se non gravi: stessi calmo, mi stavano curando … Ma io non dormii quella notte.

Pensavo ai miei confratelli a Tavernerio, agli impegni che rimanevano in sospeso (il giorno dopo avrei dovuto iniziare la predicazione di un triduo eucaristico al Monastero di Grandate), il pensiero correva alle mie sorelle a Rovereto e non potevo far nulla. Per fortuna Padre Piero, il rettore della comunità di Tavernerio, informato da Sr. Emanuela, la superiora del Valduce, mi fece sapere d’aver avvertito i miei Cari.

Quella sera mi trovai in camera con un vecchietto di nome Alfredo che piangeva e urlava, chiamando i suoi nipoti perché venissero a trovarlo e a portarlo a casa: voleva andare a casa e intervallata i lamenti con urli che squarciavano il silenzio del reparto e che mi impedivano di chiuder occhio. Due giorni dopo, per fortuna, lo spostarono di camera.

Poi ne venne un altro, Erminio, di Grandate che a causa di un ictus era rimasto improvvisamente muto. Dopo di lui ne venne un altro ancora di Menaggio, certo Gaetano Rampinini, molto discreto e amichevole con cui rimasi però solo poco tempo. Meno male che a sera passavano le suore, Suor Maria Cristina e suor Benigna che passavano ad augurare ai malati la buona notte.

Dopo qualche giorno, cominciarono a farmi muovere, a far qualche esercizio di deambulazione, ma sempre sostenuto dietro dall’infermiere… Esami su esami, tamponi e tamponi antiCovid. Alla fine della settimana seppi che dovevo essere ricoverato a Costa Masnaga (LC) per la riabilitazione. Dopo otto giorni di fatto fui traportato in ambulanza al Centro di ricupero e riabilitazione di Costa Masnaga (Lecco), una clinica dipendente dal Valduce e diretta sempre dalle Suore del Valduce e conosciuta in Italia per la sua efficienza nella riabilitazione.

Trauma e consolazione

Tra Como e Costa Masnaga sono stati trentun giorni fuori casa, in ospedale, giorni segnati da situazioni diverse dalle più traumatiche alle più consolanti.

Tra le prime ricordo le notti insonni a causa del vicino di letto che urlava o piangeva, sia a Como che a Costa Masnaga, e tra le altre la gentilezza di Erminio, il vecchietto reso muto dall’ictus e soprattutto l’edificazione che ho avuto da Samuele Di Ruocco, un quarantenne valdese di Biella che è stato mio compagno distanza negli ultimi giorni di Costa Masnaga, con cui ho potuto parlare di Dio, della Parola di Dio, con lui ho pregato prima dei pasti e insieme abbiamo condiviso la bellezza delle letture bibliche e patristiche della Liturgia delle Ore.

Egli mi salvò dalla “tirannia della televisione” che altri tenevano accesa fino a tardi per vedere programmi tanto vuoti quanto insignificanti che a me non interessavano affatto.

Riflettendo a tutto quello che ho vissuto in questi trentun giorni non posso che stupirmi di come si è svolta questa storia. Già nella maniera con cui lo stroke mi è venuto e di come sono stato subito assistito e curato; non ho perduto mai conoscenza e non sono finito paralizzato come succede a molti.

Per questo continuo a chiedermi che cosa significa questa vicenda per me e la mia vita e quali siano i messaggi che questo avvenimento intende trasmettermi. Ne segnalo qui alcuni, quelli che riguardano soprattutto la vita interiore ma anche l’impostazione della vita in generale.

La vita fragile

Anzitutto ho toccato con mano come la vita sia davvero un dono gratuito, immeritato e immeritabile, un dono splendido che viene da Dio, dall’amore di un Padre che ha sicuramente un disegno per la mia esistenza, che io scopro giorno dopo giorno e che in questo momento ho visto come un progetto d’amore su di me, tanto che mi ha preservato la vita in questa circostanza.

Se avessi avuto lo stroke in macchina, che cosa potevo fare e che danni avrei combinato? E se l’avessi avuto nel mio studio mentre lavoravo al computer… cosa mi sarebbe successo? Non riuscivo a dimenticare un carissimo mio confratello, padre Simone Vavassori, che a Bukavu in RDC una mattina è stato trovato morto davanti al suo computer acceso.

Così sarebbe bastato un ritardo o poco più per rimanere, come si dice, offeso nella parola o nel movimento della braccia e degli arti inferiori, bloccato da un’emiparesi … Nei giorni di Costa Masnaga ne ho visto tante di persone «conciate male»… per cui non posso non concludere che la vita che vivo ora, è una grazia continua, un dono, che mi permette di vivere ancora e di portare a termine la volontà amorevole del Padre.

Questo mi fa anche concludere che questo ictus ha segnato nella mia vita un prima e un dopo e mi fa, in un certo senso, ricominciare la vita proponendomi un cammino di maturazione interiore.

Sento infatti il bisogno di rinnovare il mio modo di vivere, come se l’ictus mi avesse fatto maturare interiormente, chiedendomi di rifare il programma della mia vita, cercando di essenzializzare e ordinare i molti impegni che strutturano oggi il mio modo di vivere e le mie giornate e facendo germogliare soprattutto una nuova vita alla luce della grazia, segnata dalla gratuità che ho potuto riconoscere oggi nel tessuto della mia esistenza.

Apprendere dall’esperienza

Una seconda considerazione. La vita che riconosco di avere ricevuto di nuovo in questa occasione, dovrà essere una vita «eucaristica», vissuta cioè in continuo rendimento di grazie, insieme con quella di Gesù, e che, coerentemente con lo spirito eucaristico, devo mettere al servizio di tutti, perché essa non è un bene o un possesso personale, ma un dono gratuito ricevuto da Dio che voglio vivere alla maniera di Gesù: egli non ha considerato la sua vita e la sua natura divina come un «tesoro geloso», ma se ne è spogliato assumendo la condizione di servo e facendosi simile a noi uomini, obbediente fino alla morte di croce (cfr. Fil 2.6ss).

Questo mi impone di mettere ordine negli obiettivi del mio vivere: prima di tutto Dio, poi il bene dei fratelli/sorelle mettendo questo dono al diretto servizio del regno di Dio. Non so se ci sarà ancora per me un’altra chiamata, ma posso legittimamente pensare che questa sia l’ultima chiamata e quindi è bene che metta in ordine le cose come uno che sta per partire per un lungo viaggio.

In questi giorni ho potuto rendermi conto di certi aspetti della vita che non avevo mai percepito con la chiarezza di questi giorni. Ho sentito personalmente ed esperimentato sulla mia pelle l’imprevedibilità delle situazioni, l’insicurezza e la precarietà dell’esistenza.

E questo sentimento di insicurezza e di non-programmabilità mi ha fatto toccare con mano che io sono ancora molto attaccato a me stesso, incapace di portare pazienza nelle avversità, incapace di attendere e di lasciarmi guidare dalla mia piccola storia personale, atteggiamenti che alla mia età dovrebbero essere ormai acquisiti come tratti caratteristici della condizione umana, che io devo ancora elaborare e vivere più consapevolmente.

Così ho compreso di dover coltivare sentimenti di compassione e di misericordia per le altrui debolezze che invece mi irritano forse perché mi ricordano le mie personali debolezze e insufficienze.

Ho sofferto non poco l’isolamento per la mancanza di relazioni a causa delle restrizioni imposte dal Covid-19 che impediscono di ricevere visite e ho quindi apprezzato molto le telefonate ricevute e fatte. In questo modo ho fatto esperienza del bisogno che ho degli altri e mi sono reso conto di come gli altri abbiano bisogno di sentirsi appoggiati e accompagnati.

Spesso io faccio conto solo dei miei bisogni e, senza accorgermene, mi chiudo in me stesso e costruisco attorno a me una specie di bozzolo con il rischio di rimanervi dentro e di isolarmi dagli altri.

L’ultimo tratto

A più riprese durante queste settimane ho sentito il richiamo se non l’annuncio della «fine», come l’«ultima campana», il suono che mi avverte di essere arrivato all’ultimo giro della mia corsa. Già l’anno scorso in occasione della prima fase della pandemia ho iniziato a pensare seriamente alla realtà della morte, pensiero che fino allora avevo inconsciamente rimosso.

Oggi questo pensiero è ritornato con insistenza richiamandomi alla «verità» dell’esistenza: sono un essere destinato a chiudere questa fase della vita. Ottant’anni, oggi, non è più la misura estrema come si legge nel salmo 90: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti». I tempi si sono dilatati, ma il termine è e rimane ora più vicino di qualche tempo fa. Voglio e devo tenerne conto non per paura, ma per vivere consapevolmente il tempo che mi resta.

Forse ho ancora qualche anno da vivere, ma non posso pensare di andare molto al di là. Non mi resta quindi che prendere come guida la massima della saggezza dei vecchi monaci, memento mori (ricordati della morte), oppure in altre parole «vive quasi cotidie moriturus» (vivi ogni giorno come uno deve morire). Il pensiero e la previsione della prossima fine e della morte non mi rattrista.

Credo che già sto andando verso la pienezza della Vita, so che incontrerò Lui, il Padre che mi ha creato perché mi ama, e in Lui ritroverò tutti i miei Cari. Sto avvicinandomi alla Vita che Gesù chiama la «vita eterna», la vita piena di Dio che Gesù ha avuto nella risurrezione e questa prospettiva mi chiede solo di vivere bene questi pochi o tanti anni che ancora mi stanno davanti.

Ecco perché questo ictus è stato per me un’esperienza unica ma insieme benefica.

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Un commento

  1. Antonio Rampinini 27 marzo 2021

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