Decimo, non desiderare la roba d’altri

di: Vinicio Albanesi

non desiderare roba altri

Siamo oramai sopraffatti dalle analisi che evidenziano la crescita in Italia e in Europa di odio, di razzismo, di offese, di disprezzo, con comportamenti sempre più aggressivi, contro i deboli e i vulnerabili. Politologi e sociologi hanno descritto ampiamente le caratteristiche di gruppi e di popoli che tendono a dichiararsi superiori contro ogni diverso per garantire la propria “identità”. La stessa esperienza quotidiana racconta il clima ostile in crescita. Mi sono chiesto che cosa succede al mondo cattolico che pure si dichiara fedele agli insegnamenti della Chiesa.

Recenti sondaggi hanno rilevato che i cattolici, in prevalenza, si adeguano al clima di paura e di rancore; per questo privilegiano opinioni di fermezza e di chiusura. Non a caso il presidente della Conferenza episcopale italiana, il card. Bassetti, in una recente intervista al quotidiano Avvenire (9 novembre di quest’anno) lancia l’appello a una nuova presenza in politica dei cattolici, parafrasando parole di papa Francesco.

Rileggendo le vicende dei nostri ultimi dieci anni, mi è venuto in mente – in verità non so nemmeno perché – il decimo comandamento che dichiara “non desiderare la roba d’altri”. Un comandamento dimenticato e poco commentato. Nei libri di morale (lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica ne parla) si evidenzia che il comandamento è contro i vizi dell’avidità, della cupidigia, dell’invidia e, alla fin fine, del potere.

Per chi ha un’età molto adulta queste parole hanno ancora significato, ma per la mentalità corrente e per le nuove generazioni sono incomprensibili.

Il problema vero non è il benessere che tutti invocano e cercano giustamente, ma nel “desiderare” la roba d’altri. Può apparire una tesi stramba, ma sono convinto che il rancore, la paura, la violenza odierne nascano dal tradimento del decimo comandamento. Proverò a dimostrarlo.

La storia recente 

La storia recente dei paesi sviluppati dimostra che il benessere, conquistato con fatica e onestà dai nostri padri e nonni, a cominciare dal dopoguerra, si è nel tempo tradotto in un benessere ampio e diffuso. Le conquiste in termini di rispetto, di parità, di tutele, di ricchezza individuale e collettiva si sono consolidate e sono state percepite con soddisfazione e godimento. Anche l’unico serio inciampo della crisi del petrolio, a metà degli anni ’70, è stato superato per proseguire nello sviluppo e nel progresso.

La crisi del 2008 è stata globale. Partita dagli Stati Uniti, si è diffusa nel mondo e non è stata ancora superata. Invece di leggere e correggere i motivi profondi della crisi causata dall’ingordigia e dalla disonestà di pochi, si è accentuata la scelta di scatenare i desideri. Il punto di rottura del rancore è nella ferita profonda che la cristi economica ha prodotto, innestata negli scenari della globalizzazione, dei movimenti dei popoli, nella comunicazione selvaggia.

Sono saltati gli equilibri personali, familiari e sociali che erano stati garantiti da uno sviluppo che, se aveva ancora delle falle, era però universale e positivo. Sono rimasti i desideri di felicità perduta (vera o presunta) accentuando i vizi dell’avidità, dell’invidia, del potere.

Leggendo controluce l’astio che la comunicazione globale alimenta e amplifica si evidenziano i desideri per una richiesta di soddisfazione personale. Gli esempi sono infiniti. Se la famiglia costituita in libertà non soddisfa più, scatta il “diritto” di costruirne una nuova. La giovinezza è un bene irrinunciabile: tutto ciò che può prolungarla è da ricercare e da ottenere. La ricchezza materiale è una base di sicurezza: è esigibile al di là dei propri meriti e onestà. La professionalità procura potere: è da ricercare anche con compromessi. La politica si basa sul consenso: tutti i linguaggi e le allusioni sono adeguate. La nazione dev’essere garantita: fuori chiunque la invade, fosse anche per bisogno.

La stessa aggressività per le risposte non date (si tratti di scuola dei figli, di salute negli ospedali, di interventi pubblici nella propria città) dimostra una frustrazione che si traduce spesso in violenza. Il desiderio unico è che tutto si muova, nei tempi e nei modi, ritenuti giusti per sé.

I desideri sono alimentati ad arte da chi ha potere finanziario, tecnologico, politico. Gli strumenti di soddisfacimento dei desideri sono diventati planetari, con l’accortezza di crearne di nuovi e di personalizzarli. Monitorati, accuditi, accompagnati, ognuno si sente re di un regno inesistente. In attesa di questo regno si materializzano rabbia, rancore, aggressività. Un mondo di frustrati, tenuto in piedi da altri desideri.

All’infinito: abitazione, cibo, tempo libero, scienza, cultura, arte: un unicum che non ha fine anche se alcuni risultati, nella scala dei desideri sono stati raggiunti. Vengono in mente gli dèi dell’Olimpo greco e del Pantheon romano: esistevano le divinità della bellezza, della guerra, del vento, dell’amore, con, al di sopra degli altri, il signore degli dei (Zeus o Giove)… Desideri umani personificati in miti che si alleavano, si odiavano, si vendicavano.

La storia non dimentica e non perdona

Che cosa succederà è facile da prevedere. L’insaziabile desiderio della roba d’altri si prolungherà, ma sarà fermato, nel tempo e nello spazio, dalle leggi della natura. Il mondo, ha i suoi equilibri: chi li viola ne pagherà le conseguenze. È avvenuto nel passato, avviene ancora oggi. Stagioni stravolte, inondazioni, straripamenti, terremoti, difficoltà di convivenze, libertà violate, inquinamento, rumorosità costituiscono il risultato della dissennata violazione di equilibri di natura.

Nelle metropoli è più veloce la bicicletta di una Ferrari; gli immigrati saranno ricercati quando nessuno sarà disposto a raccogliere insalata e legumi di domenica per rifornire il lunedì i mercati di verdura fresca; l’ambiente sarà più salubre quando si moltiplicheranno malattie fatali; il desiderio di mangiare pesce fresco porterà a rispettare il mare con la sua fauna.

Se l’intelligenza umana riuscirà a frenare il desiderio di cose possibili e non indispensabili, la terra ritornerà al suo equilibrio. Occorrerà molto tempo; maggiore di quanto è stata devastata.

L’insegnamento dimenticato 

Il decimo comandamento nasce dal brano del Deuteronomio che raccomanda: «Non desiderare la casa del tuo prossimo… né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Es 20,17).

Il problema dei desideri materiali e immateriali era evidente già dall’antichità.

Nei Vangeli e in san Paolo i richiami al distacco dal denaro e dal potere sono molti ed evidenti. Ricordiamo: «Badate di tenervi lontano da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni», a cui segue la parabola dell’uomo ricco che non sa dove riporre i suoi raccolti (Lc 12,15-21). «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarlo e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarlo né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano» (Mt 6,19) «L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali – dice san Paolo –; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti» (1Tm 6,10). La conclusione: «Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21) e, infine: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» (Mt 16,26).

Con un po’ di saggezza, senza invocare la fede, la nostra religione in fondo vuole suggerire equilibrio e vivibilità per la vita di tutti.

Oggi, sembra, senza successo.

In futuro

A chi ha un po’ di responsabilità non resta che offrire riflessione e comportamenti adeguati. I mali collettivi sono sotto gli occhi di tutti. Si può essere solidali con chi sostiene giuste cause. All’inizio sembrano bizzarrie: con riflessione ogni nuovo atteggiamento, essendo “rivoluzione”, fa paura. Eppure, lasciandosi interrogare dai pochi che intuiscono novità e buoni percorsi, si può migliorare la vita.

Né, purtroppo, le “novità” sorgono sempre dalla comune coscienza religiosa. Nel dialogo con Nicodemo, Gesù fa presente: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,8).

Credo che non desiderare la roba d’altri sia un soffio dello Spirito.

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