Ottavo, non dire falsa testimonianza

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ottavo comandamento

L’ottavo comandamento “non dire falsa testimonianza” oramai non si raccomanda più nemmeno ai bambini. È invalsa l’abitudine di introdurre distinzioni che prevedono bugie buone, bugie utili, addirittura indispensabili. Questa tendenza si spiega per aver escluso dalla propria condotta indicazioni che vengono da altri, siano essi Dio, la Chiesa, lo Stato: con parola tecnica, si respingono indicazioni eteronome (dettate da altri). La cultura moderna ha alimentato la tendenza a elevare a norma suprema la sintesi personale. I riferimenti esistono, ma risultano lontani, discutibili, comunque interpretabili personalmente. Si spostano i paletti della morale, così che la condotta ha margini molto ampi di interpretazione.

In ambito civile, il fenomeno si è trasformato in formalità: una cosa è sbagliata se qualcuno dimostra che è tale. Con prove esterne non confutabili. L’esempio più eclatante è l’evasione fiscale. Non sono obbligato al rispetto delle prescrizioni tributarie, salvo le verifiche dell’autorità preposta. Mille ragioni giustificheranno la trasgressione, senza la minima coscienza di aver tradito la verità.

Tali comportamenti scardinano ogni convivenza pacifica e civile. Si innesta una serie infinita di trasgressioni che diventano cultura, salvo poi invocare giustizia nel momento del bisogno. Il senso civico si abbassa, portando negligenze e caos, facendo sorgere diritti e doveri a proprio piacimento.

La sincerità

La virtù che impedisce la falsa testimonianza è la sincerità. Tale virtù è direttamente collegata alla verità: nei confronti di se stessi, degli altri e di Dio.

Chi è sincero con se stesso ha la capacità di onorare la propria dignità, in riferimento alle leggi morali e civili a cui crede. È una questione di serietà. La morale classica suggeriva una coscienza retta, anche se la rettitudine è difficile da definire. Il caposaldo è l’etica dei valori: possono cambiare i costumi, dimenticare l’imperativo della doverosità, ma rimane l’etica dei valori.

La sincerità richiama infatti i valori che ogni singolo – in età adulta – sceglie per sé. In ognuno esiste il patrimonio di valori a cui fa riferimento. Anche se non ne avesse alcuno, segue comunque uno stile di vita. Dal patrimonio morale personale si materializzano scelte pratiche che dirigono verso comportamenti e azioni concrete. La caratteristica che contraddistingue una persona adulta è il bagaglio di valori al quale non rinuncia.

L’esempio più autentico e drammatico è il martirio: la fedeltà alla fede e all’ideale non si interrompe perché tutta la vita ne è invasa. Un bene prezioso a cui non si può rinunciare, salvo smentire la propria identità.

La sincerità è doverosa anche nei confronti dell’altro; può variare di intensità a seconda dell’intimità delle relazioni; ciascuno difende la propria privacy; per questo un vecchio detto suggerisce: «le bugie mai, la verità non sempre». Le relazioni con il prossimo debbono essere comunque improntate al rispetto della persona e della verità. Elemento fondamentale del rispetto è l’ascolto. Non si traduce solo in attenzione, ma in riflessione su quanto l’altro comunica.

Infine, non si può mentire a Dio. Egli tutto vede e tutto comprende; in qualità di Padre vuole bene e perdona. Soprattutto è paziente: vuole la salvezza di ogni sua creatura. Barare con Lui, significa barare con se stessi e perdere ogni dignità.

Le offese alla verità

Le offese alla verità sono molte. La più grave è la menzogna: dire il falso per ingannare. È un peccato che sembra scomparso. Si è semplicemente trasformato, diventando addirittura tendenza.

L’esempio più eclatante è l’uso di internet. Per interessi deplorevoli si immettono in rete fake news. Per attutire l’impatto si usa la lingua inglese, invece spesso si scrivono e si propongono menzogne, pensate, scritte e comunicate per danneggiare, dichiarando il falso. Nemmeno le leggi penali degli Stati hanno predisposto strumenti adeguati che le condannino. In nome della privacy – in realtà per interessi economici –, si creano danni verso singoli, gruppi, nazioni. Si innestano processi che determinano un modo di sentire comune, spingendo verso la non obbligatorietà della verità e quindi sdoganando la menzogna. Salvo poi piagnucolare, quando qualcuno viene colto in fallo.

La nostra cultura, con richiami morali fermi alle epoche antiche, stenta a chiamare con il vero loro nome la menzogna.

È un peccato gravissimo perché, facendo leva sulla buona fede delle persone, crea un costume che lascia sospeso il riferimento morale.

Sono numerosi anche i peccati contro la buona fama del prossimo: il giudizio temerario si verifica quando si ammette come vera una presunta colpa di un altro. La diffamazione può esprimersi in maldicenza (dire male dell’altro), in mormorazione (compiuta senza che l’altro lo sappia) e, infine, la calunnia (attribuire difetti ad altri) (cf. Catechismo della Chiesa cattolica 2475-2480). Sembrano peccati caratteristici delle “comari” che bofonchiano su tutto e su tutti. In realtà, sono spesso adoperati per invidia, per garantire il proprio successo, per semplice cattiveria d’animo, frammisto spesso ad acidità e a rivendicazioni.

C’è un modo più subdolo di non dire la verità: è la lusinga che può diventare adulazione per arrivare alla compiacenza. La pubblicità, di cui siamo circondati giorno e notte, adopera richiami, desideri, emozioni che servono ad ottenere compiacenza. Tutti i mezzi sono buoni pur di attirare attenzione e vicinanza. Si fa pubblicità per tutto: cose, persone, cibo, vacanze, studi, salute, risparmi, successo.

Chiamare la pubblicità peccato non si può: ma non è lecito solo esaltare virtuosità, senza mai accennare a limiti e difetti. D’altronde, per dire una bugia è sufficiente non raccontare tutta la verità. Si dimentica che la pubblicità nasconde interesse: qualcuno sussurra che serve al progresso, allo sviluppo, alla modernità. Se esagerata, incessante, ossessiva intorpidisce il valore delle cose. Una pubblicità recente, nell’ambito della telefonia, dichiara “cerca l’infinito”. Quale infinito? Delle cose, del panorama, della conoscenza, della amorevolezza…, di Dio?

Rimanere nella verità

Difficile oggi rimanere nella verità: il clima è artefatto, le pressioni sono enormi, le occasioni di superficialità quotidiane.

Solo un grande sforzo di vivere una spiritualità alta, attenta ai valori, al rispetto degli altri, permette di non trasgredire l’ottavo comandamento.

Tale atteggiamento può essere riassunto nell’umiltà. La capacità di comprendere prima di tutto i propri limiti, che, a sua volta, si traduce nella correttezza dei rapporti. Questa posizione aiuta ad essere leali, senza indulgere in perdoni superficiali. Vengono in mente le parole del Maestro, suggerite dall’evangelista Matteo, nel commento alle beatitudini: «Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5,33-37).

La prospettiva evangelica richiama la limpidezza. La libertà di essere fedeli alla verità, ma anche la sua ricerca e il coraggio di professarla. Nel tempo del pensiero globalizzato è un utile richiamo alla giustizia, alla comprensione, alla costruzione di un’identità coraggiosa e trasparente.

Il personalismo che tanto si proclama diventa virtù di persone leali, sincere e coraggiose.

Vinicio Albanesi: I Comandamenti

Decimo, non desiderare la roba d’altri.

Nono, non desiderare la donna d’altri.

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2 Commenti

  1. Massimo Marsico 18 luglio 2021
  2. Erasmo Costanzo 29 maggio 2020

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