Secondo, non nominare il nome di Dio invano

di:
II Comandamento

Foto di R. Fallahi

Il secondo comandamento è ben conosciuto perché, purtroppo, sentiamo bestemmiare Dio, la Madonna, i santi, anche quando non c’è alcun motivo. Esiste ancora qualcuno che, nel linguaggio comune, intercala il parlare con le bestemmie. Il vizio si prende da piccoli: forse per sentirsi grandi e importanti. Una pessima e terribile abitudine.

C’è una particolarità dettata addirittura dal Catechismo del Concilio di Trento. Dice infatti il testo: «Spiegando questo comandamento, non si dimentichi che la legge implicitamente mette, insieme alla proibizione, l’imposizione di ciò che gli uomini devono fare. Proibizione e imposizione devono essere spiegate separatamente. [Il comandamento] comanda che il nome di Dio sia onorato e con esso non si facciano che giuramenti santi; proibisce poi di offenderlo, di invocarlo stoltamente, di giurare con esso niente di falso, di vano e di temerario».

L’importanza del nome

È un’osservazione pertinente perché, con il nome si identifica la persona. Per questo disprezzare il nome di Dio significa offenderlo; al contrario, invocarlo significa onorarlo.

Il Catechismo della Chiesa cattolica suggerisce: «Dio chiama ciascuno per nome. Il nome di ogni uomo è sacro. Il nome è l’icona della persona. Esige il rispetto, come segno della dignità di colui che lo porta» (n. 2158).

Andrebbero valorizzate le invocazioni premurose nei confronti di Dio stesso. Il modo più dolce e completo è il segno della croce. Si invoca la Trinità e si inizia la giornata o altre azioni chiedendo la benedizione di Dio.

L’abitudine di segnarsi davanti ad una Chiesa, ad una statua, al cimitero; prima e dopo il lavoro e i pasti, prima di un viaggio, sono gesti che riconoscono la presenza di Dio nella vita.

Una presenza che accompagna il tempo e offre all’attività la certezza di sacro. Oggi si preferisce una visita in Chiesa, una candela da accendere, una carezza ad una statua della Madonna o di un santo, ascoltare la messa in tv; recitare il rosario. Gesti che mettono in relazione la santità di Dio e le piccole e grandi vicende della vita quotidiana.

Onorare Dio lo si può fare in mille modi: non perdere le tracce della dimensione spirituale influisce positivamente anche nelle questioni terrene. Si assume un atteggiamento diverso: più distaccato, più lungimirante; alla fin fine più vero.

Dimenticare Dio accentua il pericolo di gesti “banali”: non sconvenienti, ma nemmeno significativi.

Il Catechismo della Chiesa cattolica insiste sul nome di battesimo: «I genitori, i padrini e il parroco abbiano cura che non venga imposto un nome estraneo al senso cristiano», richiamando il can. 855 di diritto canonico. Quasi sempre la scappatoia è di aggiungere al nome scelto (già iscritto nell’anagrafe comunale) il nome della Madonna o di un santo.

Non si tratta solo di dettagli ma del clima di religiosità che investe l’esistenza della creatura. Clima religioso sempre più asfittico e problematico, anche se lasciare tracce di sacro, nonostante i dubbi, è cosa migliore.

La bestemmia

Fortunatamente, l’educazione e la civiltà (forse anche l’indifferenza) pone la bestemmia come qualcosa prima che religioso, volgare, anche se, almeno in alcune zone, rimane la presunta libertà di offendere Dio. Riflettendo bene, la bestemmia è una forma (cosciente o incosciente) di quell’antica superbia di cui le sacre Scritture parlano.

II Comandamento

Il piccolo e fragile uomo/donna si erge al centro dell’universo e, nonostante la sua pochezza, sfida addirittura Dio e i cieli. Basterebbe la semplice riflessione che la Lettera di san Giacomo ricorda: «E ora a voi, che dite: “Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni”, mentre non sapete quale sarà domani la vostra vita! Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare. Dovreste dire invece: “Se il Signore vorrà, vivremo e faremo questo o quello”» (Gc 4,13-15).

Il magistero ha fatto notare che c’è distinzione tra bestemmiare e imprecare. La bestemmia è rivolta direttamente a Dio, alla Madonna e ai santi. Con l’imprecazione si maledice o si desidera il male a se stesso o al prossimo.

Invocare Dio in atteggiamenti contrari alla giustizia e al rispetto dell’altro non ha senso.

Eppure – in momenti di rabbia – è frequente sentire imprecazioni del tipo «che tu possa…; che ti prenda…; possa io…».

Oltre al male augurato, si invoca la divinità perché il male possa avere effetto, con una logica assurda.

Sono atteggiamenti immaturi in quanto il male non si augura mai a nessuno: con le imprecazioni non si ottiene la soluzione delle difficoltà.

Il giuramento e il voto

Il comandamento impedisce anche di invocare Dio nei giuramenti. Il rischio è chiamarlo per cose non importanti o addirittura per materie che non sono lecite e giuste. Dopo il Discorso della montagna, tra le antitesi, il Vangelo di Matteo inserisce: «Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,33-37).

Il Catechismo della Chiesa cattolica conferma questa indicazione: «La santità del nome divino esige che non si faccia ricorso ad esso per cose futili e che non si presti giuramento in quelle circostanze in cui esso potrebbe essere interpretato come un’approvazione del potere da cui ingiustamente venisse richiesto. Quando il giuramento è esigito dalle autorità illegittime, può essere rifiutato» (n. 2155).

II Comandamento

«È spergiuro colui che, sotto giuramento, fa una promessa con l’intenzione di non mantenerla, o che, dopo aver promesso sotto giuramento, non vi si attiene. Lo spergiuro costituisce una grave mancanza di rispetto verso il Signore di ogni parola. Impegnarsi con giuramento a compiere un’opera cattiva è contrario alla santità del nome divino» (n. 2152)

Infine, nelle disposizioni del secondo comandamento è inserito il tema dei voti. Il Codice definisce il voto: «promessa deliberata e libera di un bene possibile e migliore fatta a Dio» (can. 1191 § 1). In genere, si riferisce alle persone in stato religioso, con le distinzioni di voto pubblico/privato; solenne/semplice; personale/reale. Il voto riguarda il soggetto che l’ha emesso; nel caso sia oneroso, può essere dispensato dall’autorità competente (romano pontefice, vescovo, superiore di un istituto religioso).

Vinicio Albanesi: I Comandamenti

Decimo, non desiderare la roba d’altri.

Nono, non desiderare la donna d’altri.

Ottavo, non dire falsa testimonianza.

Settimo, non rubare.

Sesto, non commettere atti impuri.

Quinto, non uccidere.

Quarto, onora il padre e la madre.

Terzo, ricordati di santificare le feste.

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