Bose – Bianchi: lo Spirito e il maligno

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caso bianchi

Due fatti nuovi interessano la vicenda di fr. Enzo Bianchi e del monastero di Bose. Il primo è la dislocazione a Cellole (una delle fondazioni della comunità) di quattro fratelli. Il secondo è la pubblicazione di testi riservati: il decreto del 13 maggio 2020 che impone a Bianchi e a tre confratelli (fra questi una monaca) di abbandonare Bose e la lettera personale del papa a Bianchi con data 9 febbraio 2021 (ambedue sul sito Silere non possum).

Dopo la visita apostolica (dom León Arboleda Tamayo, p. Amedeo Cencini, sr. Anne-Emmanuelle Devêche) fra dicembre e gennaio 2019, la consegna del decreto agli interessati e alla comunità (13 maggio 2020), la proposta dell’affido a Bianchi e ai “suoi” del monastero di Cellole (8 febbraio 2021), l’udienza col papa del delegato pontificio, p. A. Cencini e del priore L. Manicardi (4 marzo 2021) e la successiva lettera del papa alla comunità (12 marzo), la protesta di Bianchi e la risposta di p. Cencini (6 e 16 marzo 2021), il dibattito esce dalle pagine dei media nazionali (eccetto Domani) e continua su siti e riviste di nicchia.

Cellole: un altro cammino

La dislocazione a Cellole di quattro fratelli risponde all’opportunità di sollevare la comunità delle voci più critiche per permettere loro di sperimentare una vita comune fuori di Bose. È la presa d’atto di strade che divergono e, allo stesso tempo, un aiuto perché Bose possa continuare senza troppe tensioni interne e Cellole abbia la libertà di fare il proprio cammino in autonomia.

Non particolarmente chiara, per ora, la configurazione che Cellole potrà darsi. Nel momento in cui si depositeranno le tensioni personali si potrà intuire se la scelta va nel senso di un ritorno all’origine o piuttosto verso una dislocazione più marcatamente esterna all’Ordo monasticum (perseguito a Bose). Non sembrano rilevanti la distinzione delle generazioni dei monaci, né viabile l’indirizzo di abbandonare l’appartenenza cattolica.

Molto dipenderà anche dal fatto se Bianchi li raggiungerà o se, come pare, prenderà a tempi brevi una dislocazione diversa, andando a vivere a Torino (dove si è stabilizzato uno dei monaci censurati, Goffredo Boselli). Cellole potrebbe diventare l’avvio di due storie diverse, come è successo molte volte nelle fondazioni ecclesiali.

Il decreto e le censure

Il decreto del 13 maggio 2020, che doveva rimanere segreto, è stato reso pubblico il 7 maggio di quest’anno. Si suppone per volontà dello stesso Bianchi. La supposizione è  ancora più fondata per quanto riguarda la lettera personale a lui indirizzata dal papa (con data 9 febbraio 2021). Ma, ad una lettura esterna, né il primo testo né il secondo suonano a suo favore. Il primo per la severità dei giudizi, mentre il secondo mostra la straordinaria vicinanza affettiva del papa più che un ripensamento sulla decisione presa e sulle sue ragioni.

Il testo del decreto, che interessa oltre a Bianchi, Goffredo Boselli, Lino Breda e sr. Antonella Casiraghi, tutti invitati a uscire da Bose, ha dei passaggi particolarmente duri nei confronti di Enzo Bianchi: «Fondatore della comunità monastica di Bose, dopo le dimissioni spontanee dalla carica di priore ha mostrato di non aver rinunciato effettivamente al governo, interferendo in diversi modi, continuamente e gravemente sulla conduzione della medesima comunità e determinando una grave divisione nella vita fraterna. Si è posto al di sopra della regola della comunità e delle esigenze evangeliche da essa richieste, esercitando la propria autorità morale in modo improprio, irrispettoso e sconveniente nei confronti dei fratelli della comunità provocando lo scandalo».

Per chi conosce il linguaggio ecclesiale e non solo quello giuridico si aprono squarci inquietanti. Soprattutto per quello a cui si allude, nello sforzo, da un lato, di motivare le ragioni delle censure e, dall’altro, di salvare il più possibile le persone e il loro futuro. L’uso insistente del termine «grave» e «gravità» è un segnale di allarme. E se le interferenze nel governo possono apparire non insormontabili a un lettore esterno, quando si parla di relativizzazione della regola, si indica uno stile di vita espressamente altro rispetto a quello che la comunità si è dato.

L’esercizio «improprio, irrispettoso e sconveniente» della propria autorità e autorevolezza non lascia molti spazi interpretativi in ordini ad abusi di autorità che possono ferire in profondità le vite dei consacrati e delle consacrate. La collaborazione richiesta a don Enrico Parolari e Anna Deodato, ambedue molto addentro nella cura dei casi di abuso, non può essere occasionale. A questo si aggiunge l’inquietante nota relativamente a G. Boselli a cui il decreto impone: «non potrà risiedere nello stesso domicilio di fr. Enzo Bianchi e dovrà interrompere i contatti con lui».

Il misconoscimento delle esigenze evangeliche è particolarmente appuntito per un monaco che ha fatto del Vangelo l’orizzonte definito della sua vita. Va tenuto conto che i rilievi fatti sono addebitabili come immediata e diretta responsabilità al segretario di Stato, card. Pietro Parolin, e al papa, ma che in realtà provengono dalle testimonianze personali e firmate dei monaci e delle monache della comunità.

La seconda generazione

Un monaco di grande prestigio ed ecclesialmente vicino a Bose ci scriveva l’8 marzo scorso: « Posso dire due cose. La prima è questa. Se un superiore dà le dimissioni dopo aver occupato a lungo quel posto è assolutamente necessario che abbandoni la comunità per un tempo relativamente lungo per lasciare campo libero al suo successore. Se resta sul posto, il successore non sarà libero nei suoi movimenti e potrebbero nascere conflitti…

La seconda cosa è che tutti noi conosciamo dei moti interiori che non vengono dallo Spirito. Essi sono controllati dai normali strumenti della vita monastica. Ma possono venire “liberati” se non si fa attenzione. Sono stato spesso a Bose e ho fatto dei corsi ai giovani negli anni ’80 e ’90. Non mi sembra dubbio che fr. Bianchi abbia un ego estremamente forte, ma sufficientemente controllato per conservare l’unità della comunità. Ho l’impressione che, non essendo più contenuto dalla sua funzione, egli abbia lasciato debordare il suo ego arrivando a frustrazioni che ora constatiamo. E quando il male è esploso come arrestarlo?

È all’inizio che bisognava agire, ma questo non lo si  è avvertito. Penso che una nuova comunità è veramente fondata dalla seconda generazione, dopo la scomparsa o il ritiro del fondatore. Si riconosce allora meglio il destino legato al progetto di Dio, rispetto a quanto appariva nel periodo di fondazione».

La lettera personale del papa è carica di affetto e vicinanza e potrebbe legittimare la percezione di una diversa sensibilità con gli estensori del provvedimento e con lo sforzo del delegato apostolico. Papa Francesco si dichiara «compagno di vecchiaia, con gli acciacchi dell’età». Dice di conoscere le incomprensioni e le ferite, ma aggiunge: «So che tu hai fatto e farai tanto bene alla Chiesa (anche a me personalmente)».

«Ma la cosa più importante che so, e che è più essenziale, quello che come fratello devo dirti, è che tu sei in croce. E quando si è in croce non valgono le spiegazioni, soltanto ci sono il buio, la preghiera angosciante». «Quando si è in croce quelli che non ci vogliono bene sono contenti, tanti amici fuggono e spariscono, rimangono soltanto tre o quattro amici più fedeli, che non possono fare nulla per salvarci. Rimane solo l’obbedienza, come Gesù». «Ti sono vicino con amore di fratello, di “figlio spirituale” e di padre nella fede. Caro fratel Enzo, non scendere dalla croce. Sarà il Signore a risanare la situazione».

Francesco: fra simpatia e governo

In realtà il papa vive, con molti che si considerano vicini a Bianchi e a Bose, un doppio registro. Da un lato, la simpatia e la cordiale vicinanza a quanto è stato costruito e testimoniato in questi decenni e, dall’altro, la sorprendente gravità delle ferite interne e dei comportamenti.

Non c’è alcuna smentita delle disposizioni prodotte e non c’è alcuna volontà di ingabbiare o censurare Bose (come mostra le lettera inviata ai monaci il 12 marzo). È una sorta di anticipo affettivo di una soluzione auspicata e attesa.

Oltre alla sensazione sgradevole di chi pubblica, a dispetto di ogni riservatezza, una lettera personale del papa in un momento di acuto conflitto, vi sono accenni indiretti e sgarbati nei testi dello stesso Bianchi. Scrivendo sull’obbedienza nel numero di marzo di Jesus ricorda ai pastori «Guai a chi presiede e pensa che l’obbedienza gli sia dovuta; guai a chi presiede e instaura una relazione di asservimento nei confronti dei fratelli e delle sorelle a lui affidati; guai a chi comanda ma senza ascoltare… guai a chi presiede minacciando sanzioni, o aumentando leggi e osservanze».

Dimenticando quando lui scriveva su L’Osservatore romano (28 gennaio 2017): «Credo che un fondatore debba mostrare con un atto di distacco che la comunità non gli appartiene, perché essa resta comunità del Signore».

E un monaco come Guido Dotti, in tempi non sospetti (febbraio 2017), così presentava l’obbedienza alle monache: «La regola di Bose acquista così una maggiore ricchezza perché una persona, e ancora più un monaco, compie tanti gesti di libertà quanti sono i suoi gesti di obbedienza. Ogni volta che si obbedisce, si decide liberamente di obbedire… Se l’obbedienza si vive come una volontà di fare la volontà del Padre, ogni volta che si accetta di obbedire, lo si fa liberamente, senza sentirsi schiavi» (Vita consacrata, n. 2, 2021, p. 143).

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16 Commenti

  1. Maria 24 luglio 2021
  2. Cesare Pavesio 28 maggio 2021
  3. Sara Lazzarini 26 maggio 2021
  4. Silvia Camaiori 26 maggio 2021
    • Adelmo li Cauzi 27 maggio 2021
  5. Adelmo li Cauzi 25 maggio 2021
  6. Roberto Savino 25 maggio 2021
  7. Gregorio Narboni 25 maggio 2021
    • Gian Piero 25 maggio 2021
      • Virginia 27 maggio 2021
        • Alan 30 maggio 2021
  8. Maria Casalini 24 maggio 2021
    • Alfredo Bianco 25 maggio 2021
  9. Cesare Pavesio 24 maggio 2021
  10. Virginia 24 maggio 2021
  11. don Marco Bassani 24 maggio 2021

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