Il limite dell’umano, tra teologia e cultura di massa

di:

stelarc

Il 4 marzo scorso è stato pubblicato Il documento della Commissione Teologica Internazionale intitolato Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano. Nasce da un lavoro di studio durato circa quattro anni (2022-2025) ed è stato pensato come aggiornamento della riflessione antropologica avviata dalla Costituzione dogmatica Gaudium et spes del Concilio Vaticano II, di cui nel 2025 è ricorso il 60° anniversario.

La Commissione ha ritenuto necessario chiedersi come quell’antropologia possa e debba essere ripensata nell’epoca delle trasformazioni tecnologiche e culturali contemporanee. In particolare il documento riflette su cosa significhi essere umani nell’epoca della tecnologia avanzata e dell’iper-urbanizzazione, che cosa accada quando si cerca di superare biologicamente il limite umano. In questo senso il documento affronta direttamente le teorie portate avanti dai movimenti del trans- e post-umanesimo.

È molto interessante che proprio il 4 marzo si sia conclusa anche la prima stagione di una serie TV che forse mai come prima ha sviluppato il tema dell’identità e il dramma della corporeità, mettendo in scena le estreme conseguenze della prospettiva trans- e post-umana, The Beauty. Ma andiamo con ordine.

***

Il trans-umanesimo e il post-umanesimo sono movimenti culturali che sostengono l’uso delle scoperte scientifiche e tecnologiche per aumentare le capacità fisiche e cognitive e migliorare quegli aspetti della condizione umana che sono considerati indesiderabili, quali la malattia e l’invecchiamento, in vista di una possibile trasformazione post-umana. Non del tutto sovrapponibili – come spiega anche il documento della Commissione Teologica Internazionale – i due movimenti sono da considerare però come conseguenti.

Il termine trans-umanesimo è stato coniato da Julian Huxley alla fine degli anni cinquanta del Novecento. Huxley auspicava una mutazione finale dell’uomo in un essere che non avrà più nulla a che fare non solo con l’uomo del passato, ma con l’uomo in quanto tale.

Si tratta di un vero e proprio salto ontologico che non può aspettare i tempi troppo lenti dell’evoluzione; spetta all’uomo scegliere la propria strada, sviluppando macchine che intensifichino le qualità in noi più proficue. Le conseguenze, così come le derive, di questa trasformazione, risultano evidenti su più livelli della realtà umana.

Secondo il filosofo americano Walter B. Pitkin, grazie alla mutazione della natura umana attraverso la tecnologia «impareremo che il mondo reale è qualche cosa di radicalmente diverso da quello che ci rivelano i nostri nudi organi del senso; troveremo che tutte le filosofie, tutti i codici morali, tutti gli atti politici basati su ingenuo empirismo devono essere inesorabilmente scartati come dimore poggianti sulle sabbie dell’illusione».[1]

***

È interessante però notare che i fenomeni del trans e post-umanesimo si sviluppano solo in un secondo momento come teorie scientifiche; la loro origine è infatti da ricercare nei territori dell’arte.

Nel 1992 ebbe luogo a Losanna una mostra dal titolo Post-human, curata dal critico d’arte Jeffrey Deitch, in cui gli artisti erano chiamati a rappresentare l’ormai totale «reversibilità» del corpo umano messa a disposizione dalla robotica e dalla manipolazione genetica. Ciascuno, secondo Deitch, «può migliorare se stesso grazie alla chirurgia plastica e alle mirabilia della biotecnologia. Ognuno quindi, è in grado di ricostruirsi un’identità senza badare al sua passato e alla tradizione».[2]

La perdita di una forma definitiva del sé, che diventa manipolabile e replicabile all’infinito, si traduce in un’inesauribile ibridazione tra uomo e macchina, uomo e animale. La conseguenza è una perdita pressoché totale di tutti i riferimenti etici: cambiata la natura, infatti, cambia anche la percezione del fine, che da predeterminato diventa soggetto all’arbitrio e alla libertà della manipolazione.

«Non esiste un modello dell’io assolutamente corretto ed esatto»[3], dice Deitch, quanto piuttosto una pluralità di modelli, tanti quanti ne può immaginare la fantasia. Si capisce allora come l’arte diventi uno dei modi per celebrare «le possibilità pressoché illimitate di ricreare noi stessi e di liberarci dalle costrizioni della nostra vicenda genetica».[4]

stelarc

L’opera dell’artista australiano Stelarc è una delle massime espressioni di questa ibridazione. Stelarc è convinto che il corpo umano sia ormai obsoleto e che sia nostro compito amplificarne le prestazioni attraverso i mezzi che la tecnologia mette a disposizione: strumenti medici, protesi, robotica, sistemi di realtà virtuale, Internet e biotecnologie per esplorare i limiti e le nuove possibilità del corpo.

Nel 2007 si fece impiantare sotto pelle, sul braccio sinistro, un orecchio artificiale creato in laboratorio con le sue cellule. Non perse l’occasione per creare intorno all’evento (una vera e propria operazione chirurgica) una performance, in cui, attraverso un microfono, gli spettatori potessero ascoltare via internet ciò che il suo nuovo orecchio sentiva durante l’impianto.

L’idea di Stelarc è quella che il corpo debba diventare il più connettivo possibile, una sorta di postazione internet corporea, integrando in se stesso le parti per amplificare la portata delle sue connessioni.

***

Tutte queste prospettive hanno trovato il loro massimo sviluppo nella letteratura e nel cinema. Il cosiddetto body-horror è forse il genere che negli ultimi anni ha conosciuto maggior fortuna tra film e serie TV, segno di come sia centrale anche nella cultura di massa il tema del corpo, e più in generale la riflessione sui limiti fisici della condizione umana.

tetsuo

Registi come D. Cronenberg e J. Carpenter sono stati i pionieri di questo genere e pellicole come Videodrome (1983), La Mosca (1986) o La Cosa (1982) hanno mantenuto inalterato il loro valore profetico. Mentre in Tetsuo: The Iron Man (1989), film diretto da Shin’ya Tsukamoto, nuovamente distribuito nelle sale italiane nell’aprile 2025, assistiamo a una delle fusioni tra uomo e macchina più sconvolgenti che il cinema di genere abbia mai conosciuto, con la creazione di qualcosa di visivamente e concettualmente insuperato: un monito angosciante per la società di oggi e di domani.

Sempre nel 2025 ha fatto parlare di sé il pluripremiato The Substance, della regista Coralie Fargeat. Il film segue le vicende di un’attrice in declino che entra in possesso di un trattamento capace di trasformare radicalmente il suo corpo – che diventa migliore sotto ogni punto di vista – ma con effetti a lungo termine devastanti. Proprio questa pellicola è il riferimento principale di The Beauty, serie TV statunitense creata da Ryan Murphy e Matt Hodgson, disponibile su Disney +, di cui si accennava all’inizio.

Ryan Murphy non è nuovo nel campo delle serie horror e a lui si deve la paternità, oltre che della fortunata American Horror Story (una delle serie che per prime evidenziava le derive della chirurgia plastica), anche della seminale Nip and Tuk (2003-2010). La serie rifletteva, oltre che sull’estetica, sul rapporto tra corporeità e vita interiore, aspetto portato all’estremo nella nuova The Beauty.

the beauty

Nella serie di Murphy seguiamo le vicende di diversi personaggi che hanno assunto, o contratto, il trattamento estetico denominato appunto The Beauty. Iniettato o trasmesso per via sessuale, il trattamento riscrive il codice genetico del paziente trasformando completamente il suo corpo, curando malattie o difetti fisici precedenti. Naturalmente non mancano gli effetti collaterali che rendono il trattamento miracoloso ma letale.

Cercando a tutti i costi di stabilizzare il prodotto per venderlo sul mercato, il plurimiliardario Byron Forst oltrepasserà ogni limite: Forst è convito che il trattamento sia un «filtro instagram iniettabile»; il suo scopo è spingere al massimo «l’economia dell’attenzione», la gratificazione immediata e «lasciarci alle spalle i quesiti più sconcertanti che ci tormentano, i limiti che ci impone il nostro corpo».

***

Ma qual è il vero limite del corpo?

In questo senso risulta centrale il personaggio della moglie di Forst, Franny, un’anziana modella interpretata da Isabella Rossellini. Quest’ultima, a differenza di tutti i personaggi coinvolti, ha ben chiaro quale sia il segreto della bellezza: il tempo, proprio quel nemico che il trattamento perfezionato dal marito vuole invece sconfiggere. Ogni ruga, ogni piega della pelle è una conquista, dice Franny, e solo il tempo ci dà la possibilità di esprimere e perfezionare ciò che ci rende unici e riconoscibili, la nostra interiorità.

Il vero limite del corpo allora non è tanto quello di invecchiare e morire ma piuttosto quello di non essere capace di mostrare compiutamente la realtà della nostra anima, che per profondità e dimensioni eccederà sempre l’estensione del nostro corpo fisico.

In The beauty non è tanto in gioco la ricerca del corpo perfetto, quanto la drammatica ricerca della perfetta corrispondenza tra interno ed esterno. Il corpo che possiedi non è l’immagine completa di te stesso, dice in fondo The Beauty, il limite del corpo è di non corrispondere mai al mondo interiore.

the beauty

Da questo punto di vista la serie intercetta snodi fondamentali dell’antropologia teologica sviluppati anche dal documento della Commissione Teologica Internazionale.

Nel cristianesimo è in gioco la risoluzione della «tensione polare» tra anima e corpo, la redenzione di questa unità-opposizione sarà il corpo spirituale del futuro, espressione chiara e non ambigua dell’uomo immagine di Dio.

Il corpo spirituale può essere solo corpo della bellezza pienamente manifestata, della visibilità dello spirito. Il dramma tra interiorità e corporeità è un dramma che coinvolge il linguaggio umano prima ancora che il corpo, poiché l’uomo non può mai dire compiutamente se stesso, perché incompiuta e mai raggiunta è la coincidenza tra l’anima dell’uomo e il suo corpo.

Per concludere dobbiamo chiederci: c’è un luogo antropologico comune alle fedi e al mondo dal quale è possibile partire per dire più compiutamente l’umano – mescolanza di materiale e spirituale – e immaginare il nostro destino?

Il progresso tecnologico è parte della natura umana, ma ogni tecnologia rimane buona quando favorisce l’uomo e lo rende libero di affrontare in modo autentico la propria ricerca. Ciò rivela anche l’importanza di mettere a disposizione di tutti e in egual misura gli strumenti per perfezionarsi.

Il fatto è che siamo lontani da un’elaborazione unanime e condivisa di che cosa debba essere tale perfezionamento e di che cosa intendiamo con termini quali: libertà, persona, natura ecc.

***

Lo scrittore e diplomatico francese Jacques Attali scriveva che se non vogliamo che l’uomo sia solo un «parassita marginale» della storia, occorre ridefinire i nostri limiti.[5]

Sempre Attali riscontra che il problema fondamentale dell’umanità affacciatasi sul terzo millennio è la perdita totale dell’idea del sacro, che poneva un limite alla «perfezione del profano». «Con la scomparsa del sacro […] sorge una delle più pericolose illusioni della nostra civiltà, secondo cui non ci sarebbe limite ai cambiamenti che la vita umana può subire […]. Perché rigettare il sacro è rigettare i limiti che ci sono propri. È anche rigettare l’idea del male».[6]

Nell’idea del sacro è contenuta l’idea di uno spazio inviolabile, di un limite che può essere valicato solo a patto di precise condizioni.


[1] http://www.transumanisti.it/1.asp?idPagina=2

[2] A. Trimarco, Post-storia. Il sistema dell’arte, Editori Riuniti, Roma 2004, 55.

[3] Cf., Ibidem.

[4] Cf., Ibidem, 66.

[5] J. Attali, Millennium, Spirali/Vel, Milano 1993, 24.

[6] Ibidem.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto