
Si è svolto a Rimini il convegno “Potere e poteri. Un contributo della teologia” (27-28 febbraio), promosso dall’ISSR A. Marvelli insieme al Coordinamento Teologhe Italiane.
Il convegno è stato preparato da un seminario che ha coinvolto studenti, docenti e teologhe, dove sono emersi nodi e domande relative all’esperienza del potere nella nostra vita civile ed ecclesiale, considerando le profonde trasformazioni culturali e istituzionali che stiamo attraversando e le preoccupazioni connesse per il rispetto del diritto e di ogni singola vita.
La ricchezza delle riflessioni, impossibile qui da sintetizzare, è stata il frutto non solo delle singole competenze, ma soprattutto di un approccio volutamente plurale, il più possibile intersezionale; anche gli interventi di due studentesse hanno mostrato la fecondità dell’interazione tra competenze personali in ambito educativo e giuridico con gli studi teologici.
La contaminazione dei saperi è stato un esercizio concreto di quanto gli interventi stessi, in vario modo, hanno cercato di proporre: un potere accettabile può essere solo quello esercitato da un soggetto collettivo plurimo, che non produce scarti, non sacrifica vite, ma viene riconsegnato alle vite per la loro promozione e autorizzazione. La tradizione cristiana, composta di pratiche e saperi, è stata criticamente ripresa mostrandone le potenzialità per immaginare percorsi possibili in ordine a un potere e a istituzioni redente.
Le due sessioni di lavoro e la serata in ascolto dell’esperienza di Lucia Paterniti nel mondo dell’informazione sono state un viaggio che ha allargato gli orizzonti e condotto in profondità. In diversi modi, relatrici e relatori hanno mostrato come l’esercizio del potere non possa mai dirsi innocente. Esso può generare istituzioni democratiche ed ecclesiali che, paradossalmente, pervertono il potere del diritto in diritto del potere di alcuni (D. Horak) e producono soggetti sovrani non disponibili a condividere un “comune” (M. Neri), spettatori rassegnati di un potere introiettato; le donne, in particolare, hanno imparato ad assorbire i colpi del potere per salvare altre vite, rischiando di non spezzarne il meccanismo perverso (L. Vantini).
Insieme alla lucida denuncia, relatrici e relatori hanno mostrato possibilità di cambiamento. La vicenda di Gesù rivela un’antropologia nuova, che viene dal movimento di kenosi di un soggetto che si autolimita e fa spazio (Vantini). Anche la denuncia profetica attuata da Gesù, nella forma del rîb, non si presenta come giudizio definitivo, ma come appello a una relazione riconciliata (D. Arcangeli). Questo rîb è tutt’ora in atto per la chiesa, come occasione per la sua trasformazione (E. Buccioni). La sinodalità, in particolare, può essere la via per rigenerare un soggetto collettivo, dove ciascuna e ciascuno è autorizzato in un esercizio plurale del potere (Neri e Horak).
Infine, V. Rosito ha aiutato ad immaginare poteri e istituzioni redente laddove si ricostruiscono a partire da soggetti collettivi che «assemblano e alleano» le vite precarie. Proprio l’avventura del cristianesimo è cominciata da un collettivo di donne e uomini, radunati intorno ad una vita precaria che il potere non ha potuto estromettere definitivamente.
Al termine di questo viaggio, ciascuna e ciascuno è chiamato a prendere consapevolezza dei propri piccoli o grandi esercizi di potere e ad avere il coraggio di uscire fuori dalle porte della città, insieme ad ogni vita esclusa (E. Palladino).





