
Karabash è una cittadina russa di diecimila abitanti sperduta ai piedi degli Urali, la periferia dell’impero: quasi 2000 km da Mosca, 2500 da Kyiv. Vive dell’estrazione e della lavorazione del rame ed è perciò la città più inquinata al mondo secondo l’UNESCO, un «disastro ambientale» secondo lo stesso governo russo. Qui il grigiore del paesaggio e il pallore della luce del sole sono in perfetta continuità con lo squallore degli edifici sovietici.
I cittadini di Karabash sono pienamente consapevoli dei gravi danni alla loro salute e della ridottissima aspettativa di vita di chi lavora nelle fabbriche del rame, ma quello hanno, e lo accettano fatalisticamente come un destino. Chi poteva andarsene se n’è già andato.
La scuola di Karabash, tuttavia, sembra in tutto e per tutto una scuola come le altre, simile a molte nostre scuole, in cui la desolazione degli edifici è riscattata dalla vivacità creativa di chi vi lavora. Lì il giovane Pavel Talankin lavora volentieri come incaricato degli «eventi» che coinvolgono l’intero istituto e come videomaker ufficiale della scuola.
Pavel, occhi buoni in un mite volto paffuto, è affezionato ai bambini che riprende e ai ragazzi che ospita spesso nel suo «ufficio», una piccola aula che offre agli studenti come oasi di libertà rispetto al generale intruppamento scolastico. Per Pasha, che vive solo, si tratta della sua famiglia.

Ma dal febbraio 2022, con l’inizio dell’«operazione militare speciale», il microcosmo scolastico viene invaso progressivamente da direttive del governo volte a imprimere un’impronta patriottica a tutte le attività educative e il lavoro di Pavel è completamente assorbito dalla ripresa di alzabandiera mattutini con studenti in marcia, canti patriottici, discorsi del responsabile del partito per la scuola (che spiega ai bimbi delle prime classi che non amare la patria russa è come non amare la propria mamma, e chi non è contento di vivere in Russia se ne può andare via), spiegazioni obbligatorie delle maestre, costrette a leggere testi del governo sulla patria e sul dovere di difenderla, fino a vere e proprie lezioni preconfezionate, in cui domande degli insegnanti e risposte degli studenti arrivano già scritte (ma bisogna fingere di non leggerle). Pasha deve registrare il tutto e caricarlo quotidianamente su una fantomatica piattaforma digitale, a riprova che la scuola ottempera alle direttive del governo.
Le guerre – parole di Vladimir Putin riportate in un servizio televisivo – non le vincono i generali, ma gli insegnanti.
Seguono, in un crescendo aberrante, esercitazioni paramilitari, «lezioni» di soldati della brigata Wagner che fanno imbracciare ai bambini veri fucili e mitragliatrici, il rinverdimento della storica associazione della Gioventù Comunista della Federazione Russa, con tanto di divise e manifestazioni pubbliche, non più però orientata al comunismo bensì al sostegno personale al presidente Putin, come non manca di osservare il povero Pasha, sempre più sgomento davanti a questa deriva, ma del tutto solo nel percepirne l’assurdità dei modi e la prepotenza dei contenuti.

Inizialmente Pasha tenta qualche piccolo gesto di protesta, pur simbolica: fa sentire a tutto l’istituto l’inno nazionale americano interpretato da Lady Gaga durante l’alzabandiera mattutino (subito zittito), espone nel suo piccolo ufficio quella che chiama la bandiera della democrazia anziché la bandiera russa, sostituisce sui vetri delle finestre la zeta, tracciata col nastro adesivo (che segnava i mezzi militari russi durante l’invasione dell’Ucraina), con la X, usata nei media come segno di sostegno all’Ucraina. Si rende conto tuttavia di essere sempre più isolato e poi anche sorvegliato, quando un mezzo della polizia sosta minacciosamente sotto casa sua, e non potendo parlare con nessuno decide di parlare almeno alla propria telecamera, come fosse la propria coscienza.
La svolta si ha quando Pavel, vagando sui social, trova l’appello da un profilo social sconosciuto a inviare documentazione di quel che succede in Russia. Da questo momento Pasha orienta le sue riprese a documentare la coercizione patriottica sulla scuola e salva tutto su un hard disk che tiene nascosto, progettando di fuggire all’estero. Ecco allora che acquistano un senso diverso anche le riprese delle feste d’addio dei giovani che partono per la guerra, tutti suoi ex studenti con prospettive poche o nulle nella desolazione di Karabash.
Non si capisce con che criterio vengano arruolati Vanja, Nikita, Sasha, di cui si riprende la rituale rasatura a zero da parte degli amici prima della partenza. Nemmeno loro sanno se sono volontari o no: alla domanda insistente di Pavel se abbiano «firmato” per andare al fronte, non sanno rispondere (È avvenuto tutto così in fretta…).

E poi arrivano i morti, caduti soprattutto a partire dall’estate 2024, quando la strategia militare russa è quella di mandare allo sbaraglio interi battaglioni sul fronte ucraino. Durante il funerale dell’amico di infanzia Artem, Pavel ritiene troppo pericoloso registrare le immagini e si limita quindi a una registrazione audio. Si ha così il momento più straziante del documentario, con la sola voce di dolore della madre del giovane Artem su un fondo nero.
Nasce così, dopo che Pasha lascia la Russia dichiarando un viaggio all’estero di una settimana, il film documentario Mister Nobody against Putin, produzione danese, tedesca e ceca per la regia di David Borenstein (Stati Uniti) e dello stesso Pavel Talankin.
Il materiale di registrazione, tutto originale, è presentato e commentato in prima persona dallo stesso Pavel, con l’aggiunta di alcuni spezzoni di telegiornale delle emittenti russe di stato e poche sobrie note di colonna sonora.
Alle riprese della vita scolastica e dei ragazzi diplomati si alternano le «confessioni in telecamera» dello stesso Pasha, sul fondo della carta da parati a fiori rosa della sua camera, per cui la forza comunicativa delle immagini ha l’impronta dell’autenticità documentaria, certo confezionata da chi sa, per mestiere, selezionare e presentare le evidenze di realtà.

Che questo film documentario sia stato premiato dalla British Academy Film Awards e abbia avuto l’Oscar 2026 come miglior documentario è una buona notizia, sia per la qualità espressiva dell’opera sia per il suo valore civico e politico di testimonianza.
E anche se qualcuno ha trovato troppo tranquillizzante la scelta di premiare «Mister Nobody against Putin», in cui vediamo almeno un «russo buono», piuttosto che «2000 metri ad Andriivka» (produzione ucraina per la regia di M. Chernov; cf. SettimanaNews), in effetti molto più disturbante, è importante da un lato far sapere dall’interno come agisce un regime totalitario in piena regola, dall’altro capire come reagisce la popolazione russa a tutte queste forme di coercizione. A parte pochi fanatici infatti (come il responsabile scolastico del partito, la cui faccia è così cinematograficamente espressiva che la diremmo eccessiva se fosse una scelta della regia), almeno gli adulti sono consapevoli di ciò che sta accadendo, dell’assurdità dell’indottrinamento, dell’esplicita falsità delle verità di regime.

Tuttavia nessuno reagisce.
La madre di Pasha, bibliotecaria esageratamente obesa ed esageratamente brutta (se fosse il personaggio di una fiction), dice che è sempre stato così, i nostri giovani sono sempre andati in guerra, noi russi siamo fatti così, ci piace spararci addosso. Gli insegnanti spiegano agli alunni prima della ripresa che la collega è costretta a leggere queste cose: aiutiamo la collega, per favore. E la giovane Masha, che a scuola volentieri frequentava l’ufficio di Pavel per dar sfogo alla sua vivacità controcorrente, alla notizia della morte dell’amato fratello al fronte reagisce semplicemente spegnendosi e smettendo di frequentare Pasha.
È importante capire (pur senza pretendere di spiegare) questa passività, questa rassegnazione, questa sfiducia che non genera nemmeno rabbia, su cui poggia il regime, in contrasto stridente con la vivacità, la reattività e l’ostinata speranza di una società civile ucraina disposta alla resistenza, non solo contro Putin ma contro ogni forma di coercizione.
Ed è importante capire quanta paura faccia al regime (e quanto utile sarebbe alla popolazione) la libertà di informazione. Tant’è vero che – è notizia recente [1] – le autorità russe si apprestano a un controllo di internet ancora più soffocante in vista di una probabile mobilitazione generale per sostenere la guerra sul fronte ucraino.
Tant’è vero che alla notizia della premiazione di «Mister nobody against Putin» le direttive impartite dal Cremlino, che come ogni istituzione totalitaria pretende di dettar ordini alla realtà, sono che Pavel Talankin non esiste, questo film non esiste.
Nobody, appunto.

[1] https://www.avvenire.it/mondo/la-russia-offline-da-giorni-cosa-ce-dietro-la-decisione-di-mosca-di-spegnere-internet_106786





