
– Gentile Professore, Piero Stefani, se le immagini d’arte sono formule di comprensione della vita (P. Florenskij) – e forse pure della storia – perché questa lettura dell’opera di Raffaello, proprio ora?
Comincio con una frase un po’ troppo sentenziosa: tutti sappiamo di dover morire, ma, quando l’esistenza scorre su binari consueti, non si sa mai quando il fatto avverrà. Ecco perché l’“opera ultima” di un artista (e non solo) è rivestita di un alone particolare.
Raffaello, morto a 37 anni, sapeva che stava dipingendo la sua ultima tavola? Non siamo sicuri che soggettivamente sia stato così, ma siamo certi che l’osservatore coglie l’opera in questo modo e la percezione lo aiuta nella sua “comprensione della vita”. Di fronte alla Pietà Rondanini del vecchio Michelangelo (morto quasi novantenne) si coglie lo straordinario messaggio trasmesso da quell’ultimo “incompiuto”; la Trasfigurazione del giovane Raffaello comunica invece l’“oltre” del compiuto. Il congedo dalla vita è spesso sospeso tra questi due poli.
Si tratta di messaggi che ci riguardano anche per il nostro tempo perché valgono per ogni tempo.
– Raffaello – come lei mette in evidenza – ha fatto una scelta iconografica inedita per il suo tempo: quella di accostare due narrazioni evangeliche solitamente lette in maniera distinta, rappresentandole in un “luogo alto” e in uno “basso” della stessa opera. Perché?
Nei tre Sinottici – più intensamente in Marco e Matteo, meno in Luca – si narra che, mentre Gesù si trasfigura sul “monte”, in “pianura” gli apostoli cercano vanamente di risanare un fanciullo indemoniato. La pittura, a differenza della narrazione verbale, è in grado di presentare in modo diretto la simultaneità. Per via documentaria, non siamo a conoscenza delle ragioni che hanno indotto Raffaello a compiere questa grande innovazione iconografica. Si possono avanzare solo delle ipotesi.
Sta di fatto che la grande tavola accosta, con ineguagliata efficacia, la trasfigurazione pasquale del volto solare di Gesù nel candore delle sue vesti e l’anti-trasfigurazione del viso stravolto del fanciullo, sorretto, ma non risanato, dalla pietà paterna. È una polarità che raffigura quel che siamo e, nella speranza, comunica quel che saremo.

– Il suo libro offre una accurata esegesi dei tre brani sinottici: per quali aspetti fondamentali “coincidono” e per quali si differenziano in maniera significativa?
Le coincidenze sono le più evidenti, Gesù sale sul monte, accompagnato da Pietro, Giacomo e Giovanni. È trasfigurato, e appaiono Mosè ed Elia. I tre discepoli sono sopraffatti dalla visione e una voce dalla nube proclama la divina figliolanza di Gesù; poi i tre apostoli ridiscendono con Gesù che li ammonisce di non dire nulla fino a dopo la sua risurrezione.
Ci sono differenze, solo apparentemente marginali, nella maniera di descrivere la stessa scena. Marco insiste sulla bianchezza delle vesti, Matteo sulla luce solare del volto; Luca è l’unico che accenna al contenuto del colloquio tra Gesù, Mosè ed Elia: stavano infatti parlando dell’«esodo» che si sarebbe compiuto a Gerusalemme, ossia della Pasqua.
Anche nel descrivere quanto avviene in basso sussistono diversità. Marco riporta le straordinarie parole del padre dell’indemoniato «Credo; aiuta la mia incredulità (apistia)»; Matteo invece insiste sulla «poca fede (olipistia)» dei discepoli.
È un messaggio qualificante: l’“incredulità credente” è parte vera di ogni vita di fede, la tiepidezza di una fede piccola e pallida è invece destinata all’insignificanza.
– L’autore, in quest’opera, quali caratteri dei testi assume più chiaramente?
Se restiamo alla lettera del quadro, si dovrebbe rispondere che Raffaello segue Matteo in quanto lo raffigura, in un angolo, con un libro in mano: il primo evangelista, a differenza di Marco e Luca, secondo la tradizione faceva parte dei Dodici. Tuttavia, la drammaticità con cui è resa la parte bassa e la presenza in essa della mirabile figura femminile, (non presente nei vangeli) – probabile simbolo di una fede “serpentinata” (come la postura della donna) – sembra accostarlo piuttosto a Marco.
Per approssimazione si potrebbe affermare che, sul monte, nello splendore del volto, prevale Matteo, mentre in basso, nell’invocazione di aiuto, l’impronta è soprattutto marciana.
– Come traspare l’Antico Testamento, attraverso le figure di Mosé ed Elia?
Le due figure dell’Antico Testamento sono presenti in modo esplicito nelle narrazioni evangeliche e quindi compaiono in tutti i quadri dedicati alla Trasfigurazione. Se li confrontiamo con altri dipinti, più o meno coevi, vediamo una diversa tipologia: c’è chi (per esempio, Giovanni Bellini e Lorenzo Lotto) raffigura Gesù, Mosè ed Elia, tutti e tre con i piedi poggiati per terra; mentre altri (per esempio, Perugino) rappresentano tutti e tre i protagonisti sollevati da terra.
Raffaello opta per questa seconda soluzione, e lo fa in modo accentuato facendo librare in aria le tre figure e, così facendo, pare sottolineare maggiormente la funzione di preannuncio di Gesù assegnata a Mosè ed Elia, quest’ultimo insolitamente raffigurato con un libro in mano.
È, per così dire, un clima che ricorda liberamente l’episodio di Emmaus nel quale, lungo la via, Gesù spiegava ai due discepoli che, secondo la Legge (Mosè) e i Profeti (Elia), lui doveva patire per entrare nella gloria.
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– Del suo testo, mi ha coinvolto in particolare il pensiero della “incredulità peculiare dell’esperienza credente”: dove coglierla nel dipinto?
Come accennato, l’espressione «credo; aiuta la mia incredulità» è posta da Marco sulle labbra del padre del fanciullo posseduto dal demonio. Faccio una piccola digressione: nella traduzione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in vigore fino al 2008, si traduceva «Credo, aiutami nella mia incredulità». Era una versione, dovuta a una precomprensione “devota”, che tradiva lo spirito del testo.
Gesù aveva appena detto al padre «tutto è possibile a chi crede». Se la nostra fede non è capace di risanare, vuol dire che ha in sé stessa una componente di apistia (ossia di non fede), ma è proprio questo vuoto a sospingere a credere nell’azione di chi può tutto. Questa dialettica la si trova nel quadro o è solo nel nostro modo di interpretarlo?
La seconda alternativa è più certa della prima. L’appiglio – presente nella tavola – è riscontrabile, tuttavia, nella figura della “donna serpentinata” che, da un lato, guarda agli apostoli e, dall’altro, addita il fanciullo. È raffigurata sia l’impotenza a sanare, sia la fiducia che ci sarà la guarigione, una volta sceso Colui che ora è sul monte.
– Cos’è dunque l’”olipistia”?
È la «poca fede» che Gesù, secondo Matteo, imputa ai discepoli – ma non al padre del fanciullo – chiamata in causa per spiegare la loro incapacità di risanare l’indemoniato. In senso proprio, il passo non trova riscontro nella tavola; infatti è un commento-rimprovero che Gesù pronuncia dopo, a guarigione avvenuta, in risposta alla domanda dei discepoli del perché sono stati incapaci di risanare.
Proprio tale collocazione narrativa, posta quando il fatto si era già compiuto, attesta la sua minor pregnanza rispetto alla dialettica rappresentata tanto dalla figura femminile quanto dal gesto dei due apostoli che, in basso, indicano l’alto. In particolare, va segnalata la figura di maggiori dimensioni, rosso vestita, che, da un lato, guarda il fanciullo mentre, dall’altro, ha la mano protesa verso il monte.
– Questa è l’ultima opera di Raffaello: perché “ultima”, non solo in senso cronologico?
Riprendo quanto detto. È ormai accertato che il dipinto – che secondo alcune fonti sarebbe stato posto davanti al letto di morte del sommo pittore – è stato portato a termine nella sua interezza da Raffaello. Anche in questo senso è possibile parlare dell’“oltre” del compiuto.
A detta del Vasari, l’artista avrebbe dedicato le sue ultime pennellate al volto di Gesù. Raffaello, quindi, avrebbe deciso di ritrarre il vertice solare della Trasfigurazione solo alla fine.
In questa luce è dato di cogliere un’opera che è ultima non solo, quindi, in senso cronologico. Si sarebbe indotti a citare il Salmo 80: «fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi».
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– Come è possibile presentare il volto di Gesù, con parole?
Non richiamandosi direttamente alla Trasfigurazione di Raffaello e allargando il riferimento anche a Correggio, Arthur Schopenhauer scrisse che i volti dipinti da questi due grandi artisti sono «un vero e certo vangelo». La declinazione puramente estetica della frase ne denuncia il limite.
Quanto colpisce – nel volto di Gesù di Raffaello – è che lo sguardo è rivolto verso l’alto, quasi che la Trasfigurazione anticipasse in sé stessa anche l’Ascensione.
Il fatto che Perugino e Lotto dipingano Gesù con gli occhi rivolti in basso verso i tre apostoli è un particolare che ci tocca da vicino: anche quando è trasfigurato, il Figlio si prende cura di noi. Tuttavia, lo sguardo diretto verso il cielo ci riguarda anch’esso; quegli occhi sono la “primizia” di una realtà che, nella speranza, coinvolge ogni credente.
Il pensoso sguardo di Gesù rivolto verso l’alto riguarda noi e non solo lui.
– Vuol forse completare, infine, la risposta alla mia prima domanda: perché le è caro – e ci è caro – questo capolavoro, in questo momento così drammatico delle vicende umane?
Facendo irrompere nella tavola la parte bassa, Raffaello potenzia il dramma delle forze che si impossessano e stravolgono l’umano. Dal punto di vista clinico, è certo lecito ricondurre i fenomeni che toccano il fanciullo a forme epilettiche e quindi derubricare il demoniaco a pura e sorpassata mitologia. In prospettiva simbolica, le cose stanno diversamente.
La potenza del male è ancora all’opera nella nostra umanità e oggi la cogliamo più che mai nell’erompere di violenze di ogni tipo. Bisogna raffigurarla, non negarla. Ma per non essere preda della disperazione, occorre rappresentare anche quanto avviene in alto, avendo fede che c’è chi scenderà di nuovo per guarirci. Sulle labbra del padre del fanciullo è dato immaginare le parole con cui si chiude la preghiera per eccellenza del cristiano: «liberaci dal male».
- Piero Stefani è l’autore del volume Trasfigurazione. Lettura evangelica dell’ultima opera di Raffaello, Pazzini Editore 2026.





