Migranti: un futuro di disumanità

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Quanto è accaduto a Modena ha dato modo ai sovranisti nostrani di invocare l’espulsione degli stranieri colpevoli di reati. Punizione anziché integrazione.

Ogni avvenimento predatorio o di sangue, il cui autore abbia una assonanza aliena, scatena immediatamente l’alzata in volo degli avvoltoi patriottici che invocano punizioni esemplari e scacciate di massa, ribadendo l’equazione: straniero, potenziale portatore di devianze delinquenziali.

A partire da quanto è accaduto a Modena

Quello che è accaduto a Modena ha dato modo ai cosiddetti sovranisti nostrani di invocare l’espulsione degli stranieri colpevoli di reati, o persino la revoca della cittadinanza italiana acquisita sin dalla nascita da genitori stranieri naturalizzati italiani.

Questo governo continua ad emettere decreti sicurezza “a raffica” – come quello approvato il 25 aprile scorso, legge 24 aprile 2026 nr. 54 – e pensa che, incarcerando ragazzi e ragazzini, oltre che fustigare i loro genitori, si possa risolvere un disagio diffuso, frutto di carenza di strutture e di interventi educativi. Ma le galere non sono mai state in grado di risolvere i disagi sociali o le marginalizzazioni criminogene.

La città di Modena, dopo la tragedia dell’investimento dei passanti da parte di un giovane di seconda generazione, sta reagendo con dignità e pacatezza a quanto è accaduto: una tragedia dovuta probabilmente ad un disagio che ha causato altre tragedie e dolore in persone e famiglie, segnandone la vita per sempre.

Da parte sua, la magistratura affronterà il caso ed emetterà un giudizio sul responsabile. Ma il fatto, che ha messo in gioco la sicurezza della comunità, va affrontato non solo e unicamente con strumenti repressivi, punitivi e vendicativi: va promossa la tutela della coesione sociale.

La risposta della politica

La sicurezza non è la costruzione minuziosa di uno stato di polizia in cui i controlli preventivi e i processi alle intenzioni prendono il sopravvento sulla ragionevolezza. La legge citata prevede l’assunzione di 4.000 agenti di polizia, ma di nessun educatore di strada. Nei dibattiti in corso prende il sopravvento un impianto che trasuda ricette repressive e risolutrici dei problemi di convivenza, comprimendo il tempo in un presente “dal fiato corto”, senza prospettive di lungo termine necessariamente pensate e realizzate su più anni e con più risorse.

Non si tratta di risolvere la questione della devianza mettendo sotto la lente del giudizio e della riprovazione il singolo caso e il singolo autore, ma approfondendo lo sguardo sul contesto in cui i fenomeni si manifestano. Esistono colpevolezze individuali spesso connesse e latenti, ovvero patenti colpevolezze sociali, collettive.

Le politiche migratorie attuali, sia in Europa che in Italia, sono sotto l’effetto dell’ossessione compulsiva di trovare una soluzione definitiva, immediata, alle trasformazioni sociali, culturali e religiose che le migrazioni contemporanee portano con sé. Nuove migrazioni nascono da spinte connesse alle tendenze economiche di squilibrio tra continenti e stati, in un’epoca di trapasso di un ordine mondiale sinora dominato da assetti di stampo occidentale, e emergono nuove potenze economiche e militari.

L’Europa, anche se in declino, rappresenta pur sempre un luogo di alta capacità di consumo e di benessere diffuso, superiore ad almeno ai 2/3 dell’umanità. Non siamo perciò attrattivi solo per le élites che apprezzano la nostra cultura o la nostra industria della moda, ma lo siamo anche per chi pensa di avere chances di vita e di crescita, acquisendo competenze da poter spendere anche altrove.

Il rancore contro i migranti contemporanei, non si discosta molto dal rancore subìto dai migranti europei del passato, come quelli tedeschi, italiani o irlandesi, nonché svizzeri, diretti verso le Americhe.

Ogni ondata migratoria è lo specchio in cui riverberano le fragilità delle società di arrivo, oltre che di partenza: fragilità nella costruzione di equilibrati rapporti sociali, in una logica di interdipendenza; fragilità di sostenibilità generazionale delle dinamiche di sviluppo e di tenuta dei sistemi socioeconomici; fragilità – molto attuali – connesse all’invecchiamento delle popolazioni europee.

Gli “indici di vecchiaia” nell’Europa dei 27 – dati Eurostat e Istat – superano in media il 150%, con 150/160 anziani (over 65), per ogni 100 giovani; l’età media è di 44,9 anni. L’Italia, secondo il rapporto ISTAT 2026, nel 2025 ha contato un 11,9% di giovani a fronte di un 24,7% di anziani: per ogni giovane sotto i 14 anni ci sono, cioè, 2 anziani over 65, con un indice di vecchiaia del 200%. Inoltre, l’età media in Italia ha raggiunto i 47,1 anni, mentre l’età media del pianeta è di 31,1 anni; quella degli ultimi immigrati in Europa è di 29,7 anni. L’invito del ministro degli esteri italiano a fare più figli per ridurre i migranti, risuona solo per qualche discussione durante una partita di carte al bar.

Perché dunque questo rancore nei confronti dei migranti, mentre lamentiamo la mancanza dei giovani? Non è forse l’istinto di sopravvivenza di “noi” anziani a giocare un ruolo non indifferente nelle dinamiche sociopolitiche attuali? Autoconservazione? Abbiamo paura del futuro?

Normative insensate

Ecco allora che le ultime decisioni normative della Commissione e del Parlamento Europeo in materia di asilo e di immigrazione hanno eretto un buon piedistallo all’ideologia della remigrazione, nata nella Germania impoverita che, disorientata, ha dato spazio e visibilità ad un populismo dallo sguardo rivolto verso i regimi autoritari del passato, sia di sinistra, che, soprattutto di destra, mentre tutti i discorsi politici si stanno spostando sugli armamenti e le leadership militari. La concausa dei rigurgiti è certamente da individuare nelle guerre scatenate negli ultimi quattro anni e tuttora in corso.

Il 12 giugno 2026 entrerà, dunque, in vigore il Patto Europeo sulla migrazione e l’asilo, un dispositivo normativo che andrà a sostituire i cosiddetti Regolamenti di Dublino: un insieme di misure mirate a restringere gli spazi di legalità che invece andrebbero sempre garantiti ai migranti e richiedenti asilo.

L’accelerazione dei meccanismi decisionali, da attuare già in frontiera sulle richieste di asilo, legittimerà, sempre più, la possibile esclusione aprioristica dalle procedure di riconoscimento della protezione internazionale per i cittadini dei cosiddetti paesi sicuri (Bangladesh, Egitto, Marocco, Tunisia, India, Kosovo, Colombia). È prevista una eventuale deportazione in un paese terzo, cioè non quello da cui provengono, bensì in un paese di transito, come la Libia, o in uno non europeo in cui esistano relazioni parentali (e se ne avessero in Europa?).

Se non collaboranti alla definizione della propria identificazione, i migranti potranno essere trattenuti, da 12 a 18 mesi, in Centri per il Rimpatrio, ove è previsto il sequestro di ogni mezzo di comunicazione con l’esterno: lasciati – dunque – alla mercé del sistema carcerario senza aver commesso reati. Ci si affida a trattenimenti ad alto costo economico a fronte di poche possibilità effettive di espulsione/deportazione.

Nel 2025 l’Italia ha emesso circa 25 mila decreti di espulsione riuscendo a realizzarne a malapena, secondo dati Eurostat, 4.780. milioni di euro buttati al vento. Come non pensare – legittimamente – che un’operazione di questo tipo non porti ad angherie e deportazioni illegittime, nella “liberale” e “democratica Europa”? Strategie tipo ICE – l’agenzia governativa per il controllo dell’immigrazione statunitense – in versione europea?

Ricordiamo, nel recente passato, l’esempio fallimentare dell’ex premier inglese Sunak, che voleva portare i richiedenti asilo e irregolari in Ruanda, gettando al vento centinaia di milioni di sterline. E ricordiamo pure i Centri predisposti dall’attuale governo italiano in Albania; oppure, ancor peggio, i Centri – o, meglio, i lager – libici finanziati dall’Italia con il nefasto Memorandum Italia-Libia del 2017 tuttora in vigore.

La disponibilità a pagare degli autocrati per detenere – con ogni strumento e modalità – i migranti deportati dall’Europa aprirà, dunque, un moderno mercato degli schiavi, in cui a pagare sarà chi “vende” e non chi “compra”. Facile prevedere che questa postura sottoporrà l’Europa a continui e facili ricatti. Si tratta di sperperare soldi col solo obiettivo di disincentivare le migrazioni verso l’Europa, offrendone un’immagine cattiva e inospitale: un investimento suicida per un continente vecchio, incapace di pensare al futuro, senza più equilibri generazionali e con squilibri sempre più divaricanti di tenuta sociale.

Domande di asilo e attraversamenti irregolari delle frontiere in calo

Stando agli ultimi dati consolidati del 2025, l’agenzia europea, EUAA, European Union Agency for Asylum, dichiara che i dati delle domande di asilo in Europa sono state 822.000, calate di un quinto rispetto al 2024 (-19%). Ora, qual è l’emergenza, se c’è uno 0,18% di richiedenti asilo su una popolazione di 450 milioni?

Nello stesso anno sono stati respinte alla frontiera 80.865 persone, nel 2024 sono state 120.000, mentre gli attraversamenti irregolari sono stati 239.000, in calo del 38% rispetto all’anno precedente.

Quale ingresso regolare? Decreti flussi inefficienti

La carenza di capitale umano nell’Unione viene rabboccata con i decreti flussi, strumenti che dovrebbero permettere alle imprese di reperire manodopera all’estero e favorire l’ingresso di personale da dedicare all’assistenza domiciliare di anziani e diversamente abili: un dispositivo che, da anni, “fa acqua da tutte le parti”.

Il Decreto flussi 2024 aveva programmato in Italia 146.850 ingressi per altrettante posizioni: si sono registrate 720.000 domande, i nulla osta rilasciati sono stati 72.704, mentre i visti di ingresso effettivi sono risultati solo 35.287, cioè il 48,5% dei nulla osta concessi.

Le quote 2025 sono state previste nella misura di 165.000 su 181.450 istanze complessive da parte dei potenziali datori di lavoro, ma, ad oggi, solo il 7,9% della quota ha ottenuto il visto di ingresso. Il sistema, così, evidentemente, non funziona e le aziende, soprattutto piccole-medie, aspettano un incontro tra domanda e offerta di lavoro che non trova, quasi mai, il “luogo” dell’appuntamento.

Remigrazioni?

Le migrazioni moderne hanno dimostrato una grande mobilità tra continenti e stati. Una circolarità sempre in aumento. Già in passato gli emigranti italiani approdati dapprima in Francia o in Svizzera sono riemigrati in Germania o in Inghilterra, o viceversa. I giovani migranti italiani dei nostri giorni scelgono, in maggior parte, i paesi dell’Europa Occidentale, favoriti dalla libera circolazione degli “spazi Schengen”: si muovono ormai, liberamente, da un paese all’altro in base alle opportunità.

Nel 2025 sono espatriati 144.000 italiani, di cui 1 su 5 è cittadino italiano con retroterra migratorio. È già in atto, quindi, una forma di remigrazione di neoitaliani verso altri paesi europei e oltre. Il passaporto italiano favorisce questa circolarità in quanto permette di entrare in 194 paesi senza bisogno di particolari visti. Per assurdo, se venisse favorita l’acquisizione della cittadinanza italiana ai nati in Italia, probabilmente, molti altri neocittadini utilizzerebbero il passaporto italiano per spostarsi in altri paesi: una remigazione volontaria senza scomodare nessuno.

Se poi prendessimo per fattibile la “purificazione etnica” in ogni paese europeo, da taluni auspicata, dovremmo considerare che – dati Eurostat febbraio 2026 alla mano – i cittadini residenti all’interno dell’UE al 1° gennaio 2025, nati in uno stato non-UE, erano 46,7 milioni su 450,6, ossia il 10,4% del totale; da aggiungere altri 18 milioni, nati in un altro stato UE, ancora un 4%. Sommando i due dati si raggiungono 64,7 milioni, il 14,4 % della popolazione dell’Unione; i cittadini residenti stranieri, erano 30,6 milioni ossia il 6,8% della popolazione totale.

Dunque, perseguire la fantomatica remigrazione vuol dire ritenere buona parte dalla popolazione europea minus habens. Ma, per chi propugna la remigrazione, l’importante è fomentare la paura e raccogliere consensi attraverso un’opera di manipolazione della realtà. Alcune formazioni politiche europee e italiane non aspettano altro, perciò, che accada qualche tragedia da attribuire a cittadini “stranieri”, ancor meglio se islamici, come nel caso di Modena.

Organi apicali dello stato italiano si sono dati ben da fare per utilizzare il teorema della paura indotta invece di espletare una funzione di vero governo di una comunità per renderla più coesa e solidale. La funzione di servizio è stata tranquillamente tramutata in strumentalizzazione del potere.

Un governante che non ha a cuore la costruzione solidale delle relazioni tra i cittadini – tutti i cittadini a vario titolo – non ha alcuna visione della convivenza civile quale bene primario, tramutando tutto in sospetto e odio, indebolendo così la struttura stessa dello stato.

Chissà come mai quando le vittime sono di altro colore e passaporto, l’esecrazione si attutisce e le responsabilità vengono addossate alle vittime, perché si sono trovate in un posto o in una situazione che avrebbero dovuto evitare.

Il barbaro e gratuito omicidio di Bakari Sako, 35 anni, un bracciante nero, colto sulla via del lavoro e massacrato da giovani bianchi locali – giustificati da una colpevole indifferenza di adulti – non ha destato grandi reazioni istituzionali: solo un parroco e alcuni “buonisti” hanno alzato lo sguardo.

I tragici naufragi che, anche in questi giorni, accadono nel Mediterraneo vengono ancora presentati dai ministri come esecrabili incidenti, di cui gli stessi naufraghi portano la “colpa”, mentre nulla più si sta dicendo delle impostazioni ideologiche – disumane e senza scrupoli – che hanno portato persino a “fare la guerra” alle Organizzazioni umanitarie che cercano di salvare vite in mare. Così, l’Europa e l’Italia stanno preparando il loro futuro di disumanità, nella decadenza etica. I decenni a venire presenteranno il conto.

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