Amazzonia: le ferite e la resistenza

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Gianni Bordin con la moglie Sonia, dall’89 ha fatto una scelta di vita nelle missioni brasiliane con i nativi dell’Amazzonia. Gianni e Sonia hanno collaborato con p. Valber Diaz Barbosa, redentorista, che ha vissuto 15 anni con gli indios krahô. Oggi, dopo il decesso di p. Valber, continuano loro stessi la sua missione. Gianni ha recentemente partecipato alla 8ª assemblea del popolo Yanomami in Roraima.

Sono da poco tornato dall’8ª assemblea del popolo Yanomami in Roraima, tenutasi dal 15 al 20 giugno 2026 sul lago Caracaranà in terra Yanomami. Tutti gli indios partecipanti avevano scritto sulla maglietta “Xa temi xoa” (“sono ancora vivo”). Un grido. Una sfida. Una Speranza.

Il messaggio di papa Leone

Alla terza giornata ha partecipato anche dom Evaristo, vescovo di Boa Vista portando un bellissimo messaggio di papa Leone XIV, che Raffaele Luise, vaticanista, mio grande compagno di viaggio, aveva chiesto a Sua Santità. Il messaggio è stato letto in portoghese e in lingua yanomami da padre Corrado Dalmonego dei fratelli della Consolata, della Grande Missione Catrimani.

Col messaggio – come ha scritto Raffaele su l’Osservatore Romano – il Santo Padre ha assicurato le sue preghiere, affinché l’incontro contribuisse a rafforzare ulteriormente l’unione dei popoli nativi attorno ai loro valori e principi tradizionali, radicati nella dignità unica e incomparabile della comune magnifica umanità.

A conclusione del messaggio, Leone XIV ha invocato le «più abbondanti benedizioni del Cielo» sugli organizzatori e sui partecipanti all’evento e, in modo particolare, su tutto il popolo Yanomami.

Il papa ha dato forza a quella Chiesa fatta di donne e uomini che vivono a fianco dei popoli indigeni, che difendono i loro diritti, i loro territori, le loro culture e gli stilli di vita, in linea col cammino di “ecologia integrale” che papa Francesco aveva indicato e la sinodalità del popolo di Dio promossa in Amazzonia.

Un cumulo di problemi

I problemi del popolo Yanomami sono gli stessi di tutti i popoli nativi del Brasile. Anche degli indios krahô, con i quali mia moglie e io abbiamo vissuto e che visitiamo costantemente e che affrontano ogni giorno gli stessi problemi: l’estrazione illegale di diamanti, ad esempio, piuttosto che le miniere illegali dell’oro; poco cambia. Gli effetti sono gli stessi: invasione della terra con conseguente abbandono della foresta per vivere in città ed entrare nel giro della prostituzione e del traffico degli indios a scopi sessuali; ma anche il furto degli animali vivi e le scorribande di caccia organizzate dai bianchi.

E poi c’è il fenomeno della mafia delle tessere bancarie fornite dal governo ai nativi per pagamenti di pensioni o stipendi – o per semplice assistenzialismo – che i commercianti da anni, da subito, si sono fatti consegnare dai nativi e con le quali si arricchiscono in cambio di piccoli doni. La cosa terribile è che gli organismi statali ben conoscono il problema ma non lo risolvono.

E poi c’è il problema degli insegnanti bianchi nei villaggi indigeni. In assemblea i rappresentanti dello stato hanno fatto mostra di sapere che è stato decretato che i professori nelle terre indigene devono essere solo nativi e non hanno ascoltato gli yanomani quando hanno detto che non è vero. Ciò avrebbe dovuto accadere solo perché hanno decretato che gli insegnanti debbano essere indios? Senza aiutarli nella necessaria istruzione? In realtà gli insegnanti continuano ad essere per la maggior parte bianchi i quali, nonostante le grandi distanze, hanno accettato l’insegnamento nelle scuole indigene perché non hanno trovato posto nelle scuole delle città.

E quando un indio ha chiesto: «Dove è finito tutto l’oro sequestrato sino ad ora? Lo vogliamo indietro! È nostra proprietà», ha ricevuto in risposta la rassicurazione dell’autorità, perché l’oro sarebbe al sicuro, investito in aiuti per il popolo Yanomami. «Ma come?», mi sono chiesto: «Lo stato manda aiuti usando il loro oro? Allora non è un aiuto!».

Si capisce bene che, dal massacro fisico di 80, forse 100 milioni di esseri umani, nativi americani, in poco più di 500 anni dalla conquista, siamo passati al massacro culturale ancora in corso. Oggi. Ieri. Sempre. Un massacro che distrugge una cultura ancestrale di bene comune contaminata dalla cultura individualista occidentale, che sta purtroppo entrando nella testa e nel cuore dei popoli nativi: che sta entrando con l’educazione statale e la cultura della proprietà privata, trasmessa da chi “aiuta” per via burocratica, senza conoscere la vita del popolo, se non superficialmente.

Una Chiesa che lotta

Come può difendersi l’indio dal male dell’individualismo, meschinamente mascherato come aiuto? La Chiesa, con fratel Carlo prima, e padre Corrado oggi, parla la lingua Yanomami e capisce! E condivide la vita del popolo. Così tante suore e laici che ogni giorno, silenziosamente, accolgono, difendono, curano, si ammalano, per amore di questo popolo di Dio, con Dio e per Dio, oso dire.

E c’è una Chiesa che lotta. Che lotta con noi per la demarcazione delle terre, per le scuole statali, per gli ambulatori (assenti, nonostante la malaria, l’influenza, il morbillo, l’ameba e la verminosi e tutti i malanni comuni a tutti gli esseri umani come il diabete, i traumi, il mal di testa, il mal di schiena, il cancro…).

Una Chiesa che lotta con noi per l’acqua, avvelenata dai prodotti chimici usati per la soja e il granturco precoce, coltivati per dare da mangiare ai 70 miliardi di animali negli allevanti intensivi nel mondo, per la carne. Che lotta con noi contro i fuochi appiccati per conquistare nuove terre e cacciare i nativi che si frappongono alle grandi aeree da disboscare: un ostacolo per i lauti affari dell’agro-business.

Un latrocinio di dimensioni mondiali

L’inganno è la propaganda con cui si vuole convincere che gli indios, i nativi, sono esseri “intoccabili”, esseri della foresta che non hanno bisogno di nulla e di nessuno: hanno già molta terra! Mentre le multinazionali vogliono “solo” le ricchezze che sono sotto la terra, in diritto di accaparrarsele come hanno sempre fatto sino ad oggi.

Non si tratta solo di oro e di diamanti, ma anche di argento e di rame, di stagno e di bauxite, di ferro e petrolio, e di acqua per i bacini elettrici, e di strade e ferrovie che attraversano i territori indigeni. La razzia degli animali vivi è l’ultima frontiera della rapina criminale. I telefonini con internet sono poi le “bombe atomiche tattiche” esplose nelle riserve.

E non c’è niente di più ingannevole della differenza tra quello che pensa l’occidente dei nativi e la realtà. Il nostro modo di pensare occidentale asseconda gli scopi di chi sta invadendo le loro terre generando disadattati ed emarginati, pensando che siano ancora felicemente inseriti nella foresta e protetti da essa.

Invece si moltiplicano i bambini indigeni nelle città ove vivono di stenti, dove non hanno da mangiare, dove vengono prostituiti per i soldi, per l’alcol, per il cibo. Dove diventano vittime del traffico di organi. Chiedo: «Non è il caso di parlare di una struttura sociale mondiale criminale e mafiosa!?».

La “rivoluzione verde” è l’altra maschera escogitata dal sistema per fingere di compensare le emissioni di “gas serra” degli allevamenti intensivi e l’emissione di anidride carbonica dagli incendi. Da alcuni anni è in corso un progetto di forestazione e di riforestazione che prevede incentivi statali per i grandi proprietari con l’obiettivo di ridurre l’emissione di carbonio. Il progetto, iniziato dall’ex presidente Bolsonaro, prevede piantagioni infinite della monocultura di eucalipto, per trasformarla in carbone, cellulosa, legname e biocarburante.

Il profitto che deriva dal “business del carbonio” – mascherato da “rivoluzione verde” – ha trasformato la savana e la foresta in un “deserto verde”. L’eucalipto, infatti, abbisogna di molta acqua per la crescita, molta di più di quella che ne richiedeva la vegetazione naturale, acqua che viene sottratta alle falde sotterranee che alimentano le fonti che da sempre offrono l’acqua alle comunità rurali locali.

L’impatto sociale, economico e culturale della nuova pratica agricola si somma e si intreccia all’impatto ambientale in atto, con effetti di desertificazione e di deterioramento paesaggistico, con perdita, pressoché totale, di biodiversità vegetale e animale, contaminazione di suolo, di aria e di falde acquifere.

Mentre noi europei “crediamo” ancora alla riforestazione dell’Amazzonia!

Sì, è vero! Anche gli indios, nelle poche scuole esistenti, possono avere internet. E, dalla foresta, possono vedere le nostre città caotiche. I gioielli. Possono sognare di avere cibo in una cucina che non hanno. Andare in un bagno che non hanno. Farsi la doccia in una doccia che non hanno. Aprire un rubinetto che non c’è. Il prezzo che pagano per questo sogno è la trasformazione della loro proprietà comune ancestrale in proprietà privata.

La rete li sta convincendo, quindi, ad essere, anche loro, finalmente, parte dello sfruttamento insensato del pianeta e dell’essere umano sull’essere umano, a prendere parte al massacro, alla prostituzione e allo sfruttamento sessuale, anche minorile, soprattutto minorile: nelle case d’asta per minori vergini, ad esempio, indigene e non solo. Inimmaginabile, vero?

Ma “siamo ancora vivi”

Ma siamo ancora vivi! si leggeva in assemblea sulle tante magliette rosse portate da donne e uomini yanomami. Nonostante lo sfruttamento della loro terra. Nonostante la sottocultura delle scuole indigene. Nonostante l’acqua inquinata. Nonostante gli indios non possano portare in città il figlio ammalato perché non hanno più la canoa e perché non possono comunicare.

Povere creature. Meravigliose creature che sopravvivono da millenni con la natura e il bene comune. Poveri noi succubi conniventi nel vuoto di una politica mondiale e locale cialtrona e meschina asservita alla finanza.

Povero me, che non trovo la strada della rivoluzione. Perché? Forse perché… la vera rivoluzione è solo quella dell’amore. Ma non voglio mollare, perché conosco una piccola Chiesa che è davvero popolo di Dio, che non molla.

E sono ancora vivo! Xa temi xoa!

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