
Era appena avviata ma già si annunciava come un “fatto di Vangelo”: la riconciliazione fra la comunità di Bose con il suo fondatore, Enzo Bianchi (3 marzo 1943-1 settembre 2026).
Il giorno della morte sul sito del monastero è stato pubblicato il breve carteggio fra Bianchi e l’attuale priore, fr. Sabino Chialà. Enzo scrive qualche giorno prima di morire: «Vorrei proprio che in questi ultimi giorni si ritrovassero cammini di riconciliazione con voi e che fosse possibile incontrarci e vederci… Spero che questo avvenga prima che io me ne vada. Troviamo una via perché io possa morire in pace e riconciliazione con voi ».
Immediata la risposta di fr. Sabino: «Sono contento di sentirti, soprattutto in questo giorno in cui facciamo memoria della nostra alleanza con il Signore e tra di noi […] Il tuo desiderio di incontro raggiunge anche il mio, nella speranza che possiamo scambiaci parole di riconciliazione. Ho chiesto più volte di rivederti. Ora accolgo con gioia la tua richiesta. Credo sia bene, come tu dici, che ci vediamo… per immaginare insieme il modo in cui potresti incontrare e fratelli e le sorelle… Fammi sapere quando ti è possibile».
È facile immaginare che ci sia stato un tentativo di vista in ospedale non andato a buon fino per il rapido aggravamento. È indicativo che nella stessa comunicazione i monaci di Bose ricordino «anche i fratelli e le sorelle che gli sono stati vicini negli ultimi anni alla Madia (la sede della nuovo fraternità voluta da Bianchi ndr.) e i fratelli di Cellole (la presenza monastica affidata ad alcuni fratelli vicini al fondatore)».
Veniamoci incontro
Alcuni monaci di Bose sono andati alla preghiera per i defunti alla casa della Madia e una quindicina hanno presenziato, senza prendere parola, al funerale a Castel Boglione il 3 settembre.
Il cronista del Fatto quotidiano, Alex Corlazzoli, si sorprende perché Bianchi «per anni ha detto che non avrebbe gradito la loro presenza al suo funerale». Se è successo significa che il curatore testamentario e la comunità della casa della Madia hanno ritenuto che il desiderio di avvicinamento andasse onorato. Lo conferma un passaggio del congedo pronunciato da Goffredo Boselli alla fine del funerale.
Senza rinunciare a toni non privi di asprezza e denuncia, ricorda lo scritto al priore di Bose per chiedere riconciliazione e incontro. «Ma la morte non lo ha permesso nei tempi e nei modi che tu avresti desiderato. Sta ora a noi, tuoi figli e figlie spirituali – e lo dico ai monaci e alle monache di Bose qui presenti -, portare a termine questo tuo desiderio. È l’Evangelo che ce lo chiede e nient’altro che l’Evangelo».
A ulteriore conferma la nota di Bose del 4 settembre: «Come fratelli e sorelle di Bose continuiamo a rendere grazie al Signore per quello che Enzo è stato per ciascuno di noi, per la comunità, per la Chiesa e per gli uomini e le donne del nostro tempo; è per noi benedizione poter fare memoria di quanto la sua duplice passione – il Vangelo e l’umanità – abbia segnato le nostre vite, sia quelle personali che quella del corpo comunitario. Sono queste le tracce spirituali di cui continuiamo a fare tesoro nel nostro cammino monastico e cristiano che si intreccia con i vostri (degli amici ndr), un cammino che proprio da Enzo abbiamo imparato a non incentrare su una persona, ma a orientare ogni giorno di nuovo alla sequela del Signore Gesù».
All’apertura del convegno su Pacomio, padre del monachesimo anacoretico, che si terrà a Bose (8-11 settembre) si farà memoria di Bianchi che dei convegni ecumenici di spiritualità ortodossa celebrati in questi trent’anni è stato il promotore.
Il rinnovato cammino di Bose
Dopo la bufera interna, ecclesiale e mediatica che ha travolto la comunità fra il 2019 e il 2021, le cui tossine agiscono ancora in diversi protagonisti e commentatori, la comunità monastica (per l’informazione rimando al nostro sito alle voci Bose o Bianchi) ha ripreso il cammino eleggendo il nuovo priore, Sabino Chialà, il 30 gennaio 2022, accogliendo la visita dal Segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, il 1 maggio 2022, portando a termine la funzione e il compito del delegato pontificio, p. Amedeo Cencini, il 27 gennaio 2023 e valorizzando l’accompagnamento spirituale di un monaco amico come Michel Van Paris, accogliendo due nuovi fratelli il 5-6 agosto 2023.
Qualche giorno prima, il 29 luglio 2023 il vescovo di Biella, Roberto Farinella, d’intesa col il Dicastero della vita consacrata, ha riconosciuto Bose come monastero sui iuris di diritto diocesano. La qualifica è ad experimentum per cinque anni, lasciando alle spalle l’ormai inadeguata associazione privata di fedeli. La comunità ne ha dato notizia con molta discrezione, ma il passaggio è rilevante.
Come monastero sui iuris a Bose è riconosciuto ciò che costituisce la sua identità, frutto di una storia di oltre cinquant’anni: l’appartenenza monastica, il carattere ecumenico, il doppio monastero (maschi e femmine), la liturgia propria, oltre alle numerose attività (editoriale, ospitalità, cultura, produzione artistica e agricola ecc.).
Il fruttuoso lavoro interno
Sono anni di intensa, dolorosa e coerente ricerca su molti aspetti della vita comune. C’è stato un processo di integrazione del passato con lo sue ferite grazie all’aiuto di diversi psicologi e soprattutto l’impegno a rivedere e ridisegnare la vita liturgica e la revisione dello statuto.
Presumibilmente sofferto e insistito è stato il lavoro sul tema dell’obbedienza, delle strutture interne di governo e delle Consuetudini fissate dopo il capitolo del 2004. Vi era da chiarire il rapporto fra priore, il vice, la responsabile delle sorelle, i formatori e gli organi collegiali (consiglio, capitolo, discretorio, commissione economica) in conformità alla Regola e da innestare tutto questo nel diritto canonico che disciplina la vita monastica.
Vi sono alcuni guadagni non rinunciabili nella vicenda di Bose – a ciò hanno partecipato tutti, dal fondatore all’ultimo arrivato – che si possono sintetizzare con: Vangelo, monachesimo, liturgia, ecumenismo, rapporto con il mondo. L’attenzione alla Scrittura e la pratica delle lectio trovano nuova centralità. Il monachesimo di Bose fa forza non tanto sui voti (che vengono tuttavia praticati), quanto sul binomio «vita comune-celibato per il Regno di Dio». Il rimando più insistito non è solo alla tradizione occidentale benedettina, ma anche alle radici orientali, in particolare Basilio e Pacomio. Nella vita comunitaria un ruolo particolare lo ha il lavoro, che può essere sia materiale (orto, agricoltura, materiali) sia intellettuale (edizioni, conferenze, insegnamento).
La revisione in atto sulla liturgia comunitaria parte da una lunga pratica fissata nella Preghiera dei giorni che prevede tre momenti comuni essenziali (mattino, mezzogiorno e sera) con la lettura quasi completa dell’Antico e del Nuovo Testamento e un ampio uso dei testi dei Padri della Chiesa.
Un sistema liturgico che vive nella tradizione occidentale, ma con una sensibilità per i padri orientali come per scritti anche più recenti (non tutti cristiani) particolarmente ispiranti. Decisivo nell’identità di Bose è l’ecumenismo. «La comunità non è confessionale, ma è fatta di membri che appartengono alle diverse confessioni cristiane. Ogni membro deve trovare nella comunità lo spazio per la sua confessione di fede e l’accettazione della sua spiritualità» (Regola del 1970 n. 44).
Chialà in una intervista su La Lettura del Corriere della sera (26 giugno 2022) così si esprime: «La nostra comunità rimane formata da cristiani di diverse Chiese. È una scelta irrinunciabile. Non una scelta strategica, ma un’esigenza di vita. Il mio ecumenismo comincia la mattina quando mi alzo e davanti a me c’è la cella di un pastore protestante. È la prima persona che vedo la mattina».
L’onore dovuto
Difficile dare nota delle moltissime voci che hanno espresso gratitudine, vicinanza e ammirazione per quanto ricevuto da Bianchi. Per quanto riguarda la Chiesa italiana, la più interessata, cito solo il saluto del card. Matteo Zuppi: «Enzo ha segnato una pagina importante del cattolicesimo italiano contemporaneo: la sua predicazione e i suoi numerosi scritti hanno aiutato molti a riscoprire il primato della parola di Dio, il valore del silenzio, della preghiera, della vita fraterna e dell’ospitalità», senza ignorare il suo impulso all’ecumenismo, la sua funzione educativa per intere generazioni giovanili e l’annuncio credibile per gli incerti e i lontani.
Unanime e ammirato il saluto da parte della intelligenza laica: da Ferruccio de Bortoli a Massimo Cacciari, da Silvia Ronchey a Ettore Boffano ecc. Ricordo un passaggio di Massimo Recalcati che colloca il cristianesimo di Bianchi sulla scia di quello di Bonhoeffer: «Gesù non è venuto a chiederci di aderire a una nuova religione, ma di aderire alla vita. Il cristianesimo di Enzo Bianchi è stato un cristianesimo immanentista che però non escludeva affatto la dimensione insondabile del mistero. Ma questo mistero coinvolgeva ai suoi occhi più la figura di Gesù che quella di Dio […] Se il Verbo entra nella carne, allora è proprio la carne il luogo nel quale la questione di Dio diventa inevitabilmente la questione dell’uomo. È questo il punto nel quale la teologia di Bianchi trapassa in una antropologia radicale».
La parentesi drammatica
Del suo allontanamento da Bose e del giudizio severo dell’autorità ecclesiale nelle molte memorie apparse in questi giorni si dà nota. Sul versante ecclesiale in termini molto delicati e sfumati (a parte alcune eccezioni), mentre su quello laico si denuncia la sostanziale cecità dell’intervento della Santa Sede e l’ambivalenza di papa Francesco che ha condiviso tutte le conclusioni e i documenti di censura, scrivendo personalmente a Enzo di accettare la croce che questo significava, ma contestualmente lo riceveva (16 dicembre 2023) e firmava la presentazione del suo volume “Fraternità”, edito da Einaudi nel 2024.
Un giudizio pesante si allunga sulla Segreteria di Stato, sui visitatori sia nel 2014 sia nel 2019 e sul delegato pontificio. Sulla dolorosa vicenda ho scritto molte volte su questo sito. Mi limito a due citazioni: un passaggio del decreto singolare pontificio del 13 maggio 2020 firmato dal card. Pietro Parolin e una riflessione complessiva del monaco e teologo p. Ghislain Lafont (marzo 2022). Nel decreto si dice: «Fr. Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, dopo le dimissioni spontanee dalla carica di priore ha mostrato di non aver rinunciato effettivamente al governo, interferendo in diversi modi, continuamente e gravemente sulla conduzione della medesima comunità e determinando una grave divisione nella vita fraterna. Si è posto al di sopra della regola della comunità e delle esigenze evangeliche da esse richieste, esercitando la propria autorità morale in modo improprio, irrispettoso e sconveniente nei confronti dei fratelli della comunità provocando lo scandalo […] La situazione che si è creata, oltre ad aver causato sofferenze in molti membri della comunità, rischia di destrutturare profondamente e seriamente la medesima comunità che è significativa per tante persone nella Chiesa cattolica anche a livello ecumenico e nella società civile».
I moti interiori
L’8 marzo 2021 Lafont ci scriveva: «Posso dire due cose. La prima è questa. Se un superiore dà le dimissioni dopo aver occupato a lungo quel posto è assolutamente necessario che abbandoni la comunità per un tempo relativamente lungo per lasciare campo libero al suo successore. Se resta sul posto, il successore non sarà libero nei suoi movimenti e potrebbero nascere conflitti (ho conosciuto un caso dello stesso genere).
Alla fine del secolo scorso abbiamo avuto un abate di tutto rilievo, che Enzo conosce bene, dom Denis Huerre, che ha gestito la comunità nel passaggio delicato del Concilio e dell’immediato post-concilio. Subito dopo la sua dimissione, senza attendere l’elezione del successore, è partito per un altro monastero. Due anni dopo è stato eletto presidente della Congregazione (benedettina) di Subiaco. È rimasto otto anni a Roma, senza mai tornare qui, mantenendo, a distanza, contatti col successore che talora incontrava, per esempio in occasione delle riunioni dei superiori. Alcuni fratelli andavano a visitarlo a Roma per mantenere un contatto fraterno. Alla fine del suo mandato, è ritornato qui in comunità, riprendendo il suo posto da semplice monaco. È morto circondato dalla venerazione di tutti.
Penso che Enzo avrebbe dovuto fare una cosa simile, per esempio, avviare una fondazione in America Latina! La seconda cosa è che tutti noi conosciamo dei moti interiori che non vengono dallo Spirito. Essi sono trattenuti dai normali strumenti della vita monastica. Ma possono venire “liberati” se non si fa attenzione. Sono stato spesso a Bose e ho fatto corsi ai giovani negli anni ’80 e ’90. Non c’è dubbio che fr. Bianchi abbia un “ego” estremamente forte, ma sufficientemente controllato per conservare l’unità della comunità. Ho l’impressione che, non essendo più contenuto dalla funzione (di superiore), Enzo abbia lasciato debordare il suo “ego” arrivando a frustrazioni che ora constatiamo. E quando il male si è avviato come arrestarlo?
Bisognava agire prima, ma non lo si sapeva… Penso che una nuova comunità è veramente fondata dalla seconda generazione, dopo la scomparsa o il ritiro del fondatore. Si riconosce allora meglio il destino legato al progetto di Dio, rispetto a quanto appariva nel periodo di fondazione».
Si parte con la seconda generazione
Il mancato intervento dell’autorità ecclesiale avrebbe permesso l’ampliarsi di una forza distruttiva e destrutturante che aveva intaccato il corpo comunitario. Come testimonia la convergenza delle deposizioni che i visitatori della visita del 2019-20 hanno raccolto da tutti/e i singoli fratelli/sorelle in un colloquio personale e firmato – e come emerge dalle conclusioni della prima visita “ispettiva” del 2014, a cui fecero seguito le dimissioni del priore nel 2017.
In ogni caso, nessun giudizio può distruggere il bene che singoli e la comunità hanno coltivato in questi decenni. Nessuna sbavatura e fragilità può diventare una sentenza definitiva sui singoli a partire da aspetti parziali e temporalmente limitati. Tanto meno nei confronti di Enzo Bianchi.
Oggi la comunità monastica di Bose mostra di continuare la sua testimonianza e il suo cammino cristiano. La continuità dell’esperienza monastica e l’avvio di una riconciliazione con le comunità di Cellole e di Madia che il tempo, la generosità e lo Spirito renderanno possibile è ciò che ci è richiesto di apprezzare e sostenere.





