
Tra novità e perplessità, l’ultimo documento della Commissione teologica internazionale ci offre lo spunto per riprendere alcune idee e rilanciare alcuni temi che rischiano di essere dimenticati. Pubblicato sul blog Vino Nuovo, il 15 settembre 2026.
Lo scorso 21 agosto è stato ufficialmente presentato il documento della Commissione teologica internazionale (CTI) dal titolo «Prendersi cura della nostra Casa comune»: Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario. Un documento che fa certo piacere, richiamando l’attenzione su un tema che dopo Laudato si’ (2015) e Laudate Deum (2023) sembrava già passato di moda.
È un segnale importante, credo, soprattutto perché a livello politico l’argomento non solo è pressoché ignorato ma addirittura sminuito o canzonato (vogliamo ricordare alcune uscite di personalità politiche italiane di spicco?). In queste poche battute non intendo, certo, ripercorrere tutto il documento. Mi piacerebbe piuttosto mettere in luce alcuni punti, in particolare due aspetti di novità e due dubbi che restano aperti.
Incarnazione profonda, finalmente
Innanzitutto mi sembra fondamentale mettere in luce l’accoglienza che il documento dà alla prospettiva portata avanti dalla teologia dell’incarnazione profonda.
Infatti, se l’orientamento del testo è strettamente trinitario – rispecchiando in questo l’assoluta competenza del segretario generale della CTI Piero Coda – all’interno di questo quadro risalta l’implicazione cristologica e l’inedita lettura del ruolo del Figlio incarnato. Inedita non tanto per l’idea in sé (già presente nella Bibbia e nei Padri) quanto per il fatto che sia chiaramente presente in un documento magisteriale. Così leggiamo infatti al n. 11:
«Il Verbo creatore si è fatto carne: sarx (Gv 1,14; Rm 8,3): questo attesta la fede in Cristo Gesù. […]. Sárx denota infatti la dimensione più materiale, la più condivisa con il creato e la più vulnerabile dell’essere umano. […] Dunque, la salvezza cristiana, lontana da ogni gnosticismo, non dimentica il creato. L’incarnazione acquista una dimensione cosmica, poiché il Verbo nella sua umanità assume il creato e ne partecipa. Da qui si può arguire che la ricapitolazione finale non potrà avvenire in assenza del creato».
E alla fine del n. 14 il quadro si completa in prospettiva escatologica: «Con l’incarnazione del Figlio di Dio, questo futuro non si limiterà alla cittadinanza escatologica degli esseri umani, ma avrà una dimensione e una portata cosmiche».
Questo è il primo punto che trovo decisamente rilevante. Se uno degli accenti del documento, come si legge in apertura, dev’essere «illustrare il fondamento teologico della cura della Casa comune» e sottolineare «la dimensione teologica» (n. 6) della crisi ecologica che stiamo affrontando, la prospettiva che qui si integra a quella più “classica” del Dio creatore è decisamente promettente.
Un “nuovo” peccato contro l’ambiente
A questo primo punto ne possiamo aggiungere un secondo, ovvero l’affondo circa il cosiddetto peccato contro il creato e il Creatore. La dizione vorrebbe sostituire quella più usata di “peccato ecologico” così come l’espressione “ecocidio”.
L’intenzione, ancora una volta, è quella di sottolineare con chiarezza il carattere teologico del peccato, ovvero «una formulazione che implichi contemporaneamente il danno inferto alla natura e il misconoscimento o persino il rifiuto del disegno del Creatore che contempla l’affidamento agli esseri umani della custodia e della cura della Casa comune. […] Il peccato contro il creato, quindi, riguarda il nostro rapporto con Dio Creatore, con il prossimo e con il creato, distorcendo le tre relazioni che ci costituiscono» (n. 97).
L’aspetto più rilevante di questa intuizione, a mio parere, è il carattere sociale che viene assegnato a questo peccato. Un modo per sottolineare come la gravità della crisi, le responsabilità che l’hanno generata e quindi l’impegno richiesto per una risoluzione, vanno oltre il singolo individuo ma riguardano – come si legge – «modi di vita di collettività più ampie e le scelte di economia e sviluppo di attori con più vasto influsso» (n. 93).
L’oggetto, inoltre, di questo peccato è in sé sociale, ovvero «contro il bene comune e le sue esigenze. Non c’è dubbio che una Casa comune abitabile sia espressione fondamentale del bene comune» (n. 95).
Alcune perplessità (superabili)
A fronte di questi due punti a mio modo di vedere interessanti, si possono sollevare alcuni interrogativi, non certo per criticare specifici contenuti quanto per stimolare la riflessione ulteriore, nel pieno rispetto (come sempre) di quanto è stato scritto.
Un primo pensiero, ad esempio, potrebbe essere: è proprio necessario “universalizzare” la questione ecologica con un “nuovo peccato”? Una sorta di “peccato originale ambientale” che, proprio come le “strutture di peccato” richiamate in altri ambiti, tendono a “tranquillizzare” le coscienze.
Il fatto che il peccato sia di tutti e riguardi tutti, non deve portare a sentirsene meno responsabili, soprattutto laddove certe dinamiche economiche, sociali e politiche sono gestite da sempre meno persone, che prendono sempre più decisioni, in sempre più ambiti. Richiamare la portata universale del male ambientale che stiamo mettendo in atto va bene, soprattutto se si vuole ribadire il suo carattere teologico, ovvero di “rivolta contro Dio”, ma non dev’essere una scusa per “scaricare” verso altri (soliti ignoti) l’ennesimo barile.
Un secondo pensiero, più teologico, nasce in relazione al primo punto, l’accoglienza implicita dell’incarnazione profonda. Innanzitutto dico “implicita” perché poteva essere un segno di gentilezza lasciare almeno un riferimento bibliografico. Così come la Commissione si è presa il disturbo di citare A. Naess e altri lavori della Deep Ecology per criticarli, così si poteva elogiare il lavoro di Niels Gregersen, Elisabeth Johnson, Celia Deane-Drummond o Denis Edwards, tra i tanti, che hanno riportato al centro del discorso il fondamento cristologico del discorso ecologico.
In secondo luogo, ben più rilevante, c’è l’impressione che questa novità non venga “sfruttata” a pieno. Infatti, laddove si passa dal momento teologico-fondamentale (capitolo I) a quello antropologico del capitolo II (L’essere umano nella Casa comune) e poi quello più etico-morale del capitolo III (La cura della Casa comune) ecco che la prospettiva ritorna quasi esclusivamente trinitaria ma, a dire il vero, “teo-logica”, ovvero incentrata sulla figura del Dio Creatore.
Emblematico il titolo di un paragrafo della sintesi conclusiva che recita (riprendendo un’espressione usata più volte): Il rapporto con il creato s’illumina nella relazione con il Creatore. Ovviamente non si può essere “contrari”, ma è sufficiente? Lo stesso discorso lo si potrebbe fare proprio in relazione alla dicitura del “nuovo” peccato messo in circolazione: contro il creato e il Creatore. Anche in questo caso, come detto, siamo d’accordo, ma è sufficiente?
Insomma, mi sembra che l’idea fondamentale sia ancora quella che nella relazione col Creatore si gioca tutta la questione ambientale e il suo senso cristiano. Eppure finora questo dettato non ha dato molti frutti. È certo molto efficace laddove si vuole imbastire un discorso interreligioso (come si vuole fare ai nn. 133-141) ma da altri punti di vista si dimostra molto carente.
Ecco che invece proprio l’intuizione cristologica permette di sviluppare un discorso, anche antropologico ed etico-morale, di tutt’altro spessore. Se nell’incarnazione il Verbo ha assunto la nostra stessa creaturalità, questo non ha solo un valore escatologico ma ha una chiara ricaduta già adesso, nella nostra relazione con ciò che è già in Dio. La dignità del creato non consiste solo nel suo essere dono, ma nell’essere già divenuto parte, in qualche modo, del mondo del Donatore. La risurrezione e l’ascensione di Cristo aprono il creato a un nuovo futuro che lo rende insuperabile e indispensabile già nel presente.
A ciò si aggiunga che proprio nella relazione dell’essere umano con il creato ne va non solo della “gestione” di qualcosa di ricevuto, ma di una relazione che ci costituisce e, ancor più sorprendente, costituisce Dio stesso, perché il Figlio è il Risorto e ha già portato questo mondo nell’abbraccio della Trinità. In altre parole, riformulando la medesima critica, la prospettiva trinitaria sembra ridursi troppo velocemente all’unico Creatore, perdendo il pur apprezzato rimando all’incarnazione del Figlio (e forse anche allo Spirito).
Conclusione (o inizio?)
Concludendo, al netto delle possibili migliorie (forse troppo tecniche o sofisticate), il documento della CTI rimette al centro dell’agenda teologica un argomento che, con il fresco di questi giorni, forse siamo troppo spesso tentati di mettere da parte e di ricordarcene solo quando è troppo tardi, di fronte a tragedie, alluvioni o mega-grandinate.
La questione è seria e rimandare la conversione non fa che peggiorarla, ogni anno o forse anche ogni mese che passa. A questo aggiungo un pensiero teologico finale: è necessario trovare nuovi argomenti per sostenere questo impegno, nuove strade che aiutino ad avvicinare il creato alle persone, anzi, l’Incarnato alle creature.





