Il sublime

sublime

Fin dai banchi di scuola mi interrogo sul sublime. Di certo esso lambisce l’infinito e non lascia indifferenti poeti, filosofi, scienziati e, più in generale, noi umani. Come dire: la bellezza oltre la bellezza, oltre la misura, la proporzione, i canoni.

Poniamoci in ascolto di Nicola Abbagnano e Giovanni Fornero, riguardo a Kant e alla Critica del Giudizio: «Dopo aver trattato del ‘bello’, Kant passa all’analisi del ‘sublime’, che era stato oggetto di particolare attenzione da parte del pensiero settecentesco. Per sublime si intende, in generale, un valore estetico che, in tutte le varie sottospecie (tragico, orrido, terribile, solenne ecc.), è prodotto dalla percezione di qualcosa di smisurato o di incommensurabile».

Poniamo attenzione a questa o al tempo stesso congiuntiva e disgiuntiva: o di incommensurabile. Oltre ogni misura e, di conseguenza, senza misura. È, sul piano estetico, il senso della critica di Eberhard Jüngel, sul piano etico e teologico, al concetto di “valore”, rispetto a ciò che supera ogni “valutazione” e ogni “valore” e, dunque, è come se fosse “senza valore”; non quantificabile, non misurabile.

Abbagnano e Fornero proseguono: «Kant distingue due tipi di sublime: quello ‘matematico’ e quello ‘dinamico’. Il sublime matematico nasce in presenza di qualcosa di smisuratamente grande. Kant porta come esempi gli alberi, le montagne, il diametro terrestre, il sistema planetario, la via lattea, le nebulose, le galassie ecc.» (Figure della Filosofia. Volume B Dall’Umanesimo al Criticismo, Paravia, Torino 2000, p. 372).

Riguardo al sublime dinamico, per Kant esso «nasce in presenza di strapotenti forze naturali: ‘Le rocce che sporgono audaci in alto e quasi minacciose, le nuvole di temporale che si ammassano in cielo tra lampi e tuoni, i vulcani che scatenano tutta la loro potenza distruttrice, gli uragani che si lascian dietro la devastazione, l’immenso oceano sconvolto dalla tempesta’» (Ivi, p. 373). In entrambi i casi, esperienze che ci conducono oltre i consueti limiti e perciò possono terrorizzarci ed esaltarci. Esperienze, al tempo stesso, che possono portarci oltre noi stessi, fuori di noi, quindi estatiche, e difficili da rendere a parole, tendenzialmente ineffabili.  

È quanto notavo in una silloge poetica – Ombre dell’infinito figure del Sublime. “Voce di silenzio sottile” – dedicata all’argomento: «Dall’Anonimo del Sublime dell’antichità al sublime ‘matematico’ e ‘dinamico’ di Kant, noi umani non cessiamo di interrogarci, e di farci sorprendere da quell’idea e da quel concetto. E se provassimo ad accarezzarlo con i versi? Certo, i nostri sarebbero vagiti, o conati. Il nostro poetare somiglierebbe a un balbettio. Ma, forse, è solo balbettando che si può provare a esprimere l’ineffabile». Del resto, la poesia è proprio un modo per dire l’indicibile, come le altre arti.

Già qui, accostando il sublime al rimando biblico alla “voce di silenzio sottile” (o al “sottile mormorio del silenzio”), iniziavo a porre una questione: e se il sub limen riguardasse non solo quello che è eccezionalmente grande o potente, ma anche quello che è eccezionalmente delicato, leggero, tenue, sottile, dolce o, magari, piccolo? Il non misurabile in quanto quasi impercettibile e, per ciò stesso, indicibilmente suggestivo? È un po’ l’accezione etimologica espressa nell’aggettivo “subliminale”: messaggi subliminali, stimoli subliminali. Ed è, sul versante estetico, del bello e del sensibile, quel che, sul versante filosofico e teologico, ci induce a considerare uno degli autori più geniali di tutti i tempi, Giovanni Duns Scoto, come il Doctor subtilis per antonomasia.

Del resto, nel linguaggio comune, spesso per “sublime” si intende “nobile”, “fine”, “molto raffinato”.

Da qui, credo, i tre versi, frutto del mio “pensiero poetante”, che riporto: “La sua è una sensibilità sublime / e sottile insieme, / delicatezza incarnata”. Non a caso, titolo del minuscolo componimento è Sensibilità sublime-sottile.

Non solo; forse così recuperiamo qualcosa dell’Anonimo del Sublime, opera in realtà piuttosto piccola, quantitativamente, e assai curata, sottoposta a intenso labor limae. Opera finissima, dunque.

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