
Uno dei punti più controversi del pontificato di Giovanni Paolo II è il cosiddetto «spirito di Assisi», ossia quel movimento che ha avuto inizio dalla storica giornata ecumenica e interreligiosa di pellegrinaggio, preghiera e digiuno per la pace svoltasi nella città di san Francesco il 27 ottobre 1986.
Dopo l’incontro, distorcendone i contenuti, qualcuno vide realizzato un tradimento, per non dire un’apostasia, della fede cristiana, mentre altri vi videro finalmente la realizzazione di una ONU delle religioni. La sera stessa del 27 ottobre, mentre i partecipanti lasciavano la piazza inferiore della Basilica di San Francesco, presso la Porta San Pietro di Assisi vi erano simpatizzanti di gruppi tradizionalisti che distribuivano a coloro che attendevano i pullman volantini contrari a quell’incontro appena conclusosi.
Per uscire da un certo equivoco creatosi attorno allo «spirito di Assisi» un aiuto importante è offerto, sia per autorevolezza che per la sua posizione, da Hans Urs von Balthasar in un suo scritto di commento a quella giornata. Infatti, a distanza di pochi giorni dall’incontro di Assisi e davanti alle diverse reazioni sia intra ecclesiali, che esterne, egli intervenne con un suo contributo dell’otto novembre 1986 dal titolo lapidario «Io e Assisi». L’autorevolezza di tale intervento rende plausibile una sua lettura evidenziandone gli aspetti fondamentali. Lo riprendiamo di seguito.
Hans Urs von Balthasar: «Io e Assisi»
Il mondo sente che in Assisi qualcosa di unico è avvenuto.
Per la prima volta, in risposta al geniale suggerimento del nostro Santo Padre, si sono riuniti tutti gli uomini di preghiera. S’è trattato di qualcosa di tanto più grande di un gesto umanitario; ed hanno torto tutti coloro che hanno voluto limitarlo ad un piano puramente umano: sia quelli che hanno rimproverato il Papa di «massoneria», come quelli che lo hanno esaltato per aver fatto di tutte le religioni un’unica.
Come è possibile dire tali stoltezze di un uomo tanto certo del suo esser cristiano?
Proprio da questa certezza muove anzi una strada sicura all’evento d’Assisi. Per il cristiano che crede è, infatti, un’eresia non riconoscere che Cristo sia morto per tutti gli uomini. Non sono tutti, a qualsiasi religione o visione del mondo appartengano, toccati dalla Grazia di Dio, qualora essi non la respingano volontariamente?
Ancor più profondamente. Tutti coloro che hanno pregato in Assisi non sono forse consapevoli di non essere l’assoluto e, dunque, che una Potenza superiore, che nessun uomo può chiamare con un nome adeguato, è sopra di loro? Una Potenza alla quale sono in un qualche modo debitori e alla quale si rivolgono in preghiera, potendo guardare verso l’Alto nella speranza e nell’offerta. Che lo voglia o meno, l’uomo è un «animal religiosum», un «senso religioso» lo costituisce nel suo più profondo essere persino anche quando rifiuta tutte le religioni storiche come qualcosa di non adeguato, come qualcosa di estraneo agli uomini.
Non si può mai sopprimere la nostalgia di preghiera che sgorga dalla sua anima, nostalgia di adorazione e di contemplazione. Di questo non vi è, forse, prova migliore del fatto che i vari accaniti tentativi dell’ateismo ideologico di sradicare dai cuori questo senso religioso si sono trasformati in pioggia benefica che ha fatto spuntare dal terreno sempre nuovi germogli religiosi.
Assisi non ha in alcun modo mostrato che le religioni sono un’unica religione ma ha chiarito con la massima evidenza che ve ne sono di molto diverse, ed ha anche voluto tener conto di questo con la massima meticolosità immaginabile. Tutti coloro che insieme hanno pregato l’hanno esattamente compreso. Nessuno ha inteso l’iniziativa come un atto propagandistico d’una determinata Chiesa.
Ma a tutti coloro che insieme hanno pregato è giunta, forse per la prima volta, a consapevolezza la cosa detta in precedenza, ossia che esiste nell’uomo «un senso religioso unico», nonostante non esista «un’unica religione».
Un senso religioso che vuole e deve esprimersi necessariamente in una forma di preghiera, di riconoscimento della Potenza suprema, o della Bontà, sopra tutti noi. E che questa unità, che comprende tutte le singole religioni, del «senso religioso» è, ad un tempo, anche il luogo dell’incontro, dell’accordo di tutti nella medesima natura umana, la profondità del mare, alla quale le tempeste, le inimicizie e le guerre che avvengono alla superficie non scendono. In questa profondità domina, dunque, una pace che tutti unisce.
Se in Assisi s’è pregato espressamente per la pace del mondo – e quanto giustamente – lo si è fatto a partire dalla pace stessa che è venuta alla superficie dalla profondità.
Più di tutti si dovrebbero citare le parole: «Tutto quello che voi chiederete pregando, credete di averlo già ottenuto e vi avverrà» (Mc 11,24). «Questa è la fiducia che abbiamo in Dio: se noi chiediamo qualche cosa secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E sapendo che ci ascolta in ciò che chiediamo, sappiamo pure che possediamo già quanto gli abbiamo chiesto» (1Gv 5,14-15).
Maria dice in Medjugorje qualcosa di diverso? Si deve vivere la pace quando la si implora, e poiché la si implora la si possiede.
Per un approfondimento cf. P. Messa, «Hans Urs von Balthasar e lo “spirito di Assisi”», in Communio, 203-204 (2005), p. 207-219.





