
Sembra passato un po’ in sordina il nuovo documento del Dicastero per la Dottrina della Fede, Venite ad me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca, pubblicato il 22 ottobre scorso.
Può aver contribuito la tipologia stessa del testo: non una Nota dottrinale, ma delle Considerazioni, che dichiaratamente intendono «stimolare la riflessione ecclesiale e l’impegno pastorale» senza la pretesa di esaurire una questione ancora aperta (n. 8). Eppure, il tema trattato non è affatto secondario.
La trasmissione della fede rappresenta una delle grandi urgenze che la Chiesa si trova oggi ad affrontare, soprattutto nei contesti in cui si è progressivamente interrotto il passaggio dell’esperienza cristiana tra le generazioni. Non si tratta semplicemente di trovare nuovi linguaggi o strumenti di comunicazione, ma di comprendere come rendere nuovamente possibile l’incontro con il messaggio evangelico in una cultura profondamente cambiata.
Qualche giorno fa, in una conversazione per un’intervista con mons. Armando Matteo, segretario per la Sezione dottrinale dello stesso Dicastero, emergeva il problema della lettura e della conoscenza effettiva dei documenti ecclesiali. Spesso ci si accontenta delle sintesi, dei commenti, di quanto viene riportato da altri, senza risalire ai testi originali. È una tendenza che ha a che fare più in generale con le nostre abitudini informative, alimentate da quella sovrabbondanza di contenuti che finisce per privilegiare la rapidità della reazione rispetto alla comprensione. Talvolta sembra prevalere l’urgenza di piantare la propria bandierina nel dibattito pubblico, prima ancora di averne approfondito i contenuti. Ma questo meriterebbe una riflessione a parte.
Vale dunque la pena tornare direttamente a Venite ad me, soffermandoci su alcuni passaggi che interessano da vicino i temi di cui ci occupiamo abitualmente: l’intelligenza artificiale, le tecnologie digitali e le loro implicazioni per la vita delle persone.
Una trasformazione che riguarda anche la fede
Il documento prende le mosse dalla necessità di riportare al centro dell’annuncio cristiano il kerygma, il nucleo fondamentale della fede, e di individuare percorsi capaci di suscitare o risvegliare un’esperienza credente nelle condizioni attuali.
Nel descrivere il cambiamento d’epoca, al n. 45 vengono riportate alcune riflessioni di Leone XIV contenute nell’enciclica Magnifica humanitas. L’intelligenza artificiale compare tra le innovazioni che stanno modificando il nostro modo di comprendere il lavoro, le relazioni e persino l’identità umana.
È un primo elemento da considerare: oltre a offrirci strumenti per comunicare meglio e più velocemente, le tecnologie partecipano alla trasformazione dell’ambiente culturale nel quale prendono forma le nostre conoscenze, le relazioni e le convinzioni. Incluse quelle religiose.
La questione è prima di tutto antropologica
Il passaggio forse più interessante si trova al n. 59, nella sezione espressamente dedicata alle tecnologie digitali. Qui si osserva come la cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione possa rendere più faticosa la ricerca della verità, mentre l’IA introduce un ulteriore elemento di complessità.
Riprendendo il Messaggio di Leone XIV per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2026, il documento sottolinea infatti che i sistemi di IA, simulando caratteristiche e capacità umane, possono intervenire persino nella dimensione più profonda della comunicazione, quella delle relazioni tra persone.
Da qui un’affermazione che le Considerazioni fanno propria, più volte udita in questi ultimi tempi, ma non per questo meno significativa: «La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica».
Le conseguenze interessano direttamente l’inculturazione della fede. Se cambiano i modi in cui le persone costruiscono conoscenza, attribuiscono significato alle esperienze e stabiliscono relazioni, non può restare immutato il contesto nel quale la fede viene poi annunciata, accolta e vissuta.
Le opportunità e il rischio di una fede disincarnata
Il n. 60 riconosce esplicitamente le opportunità offerte dalle tecnologie digitali e dall’intelligenza artificiale. La condivisione di testimonianze, la diffusione di esperienze spirituali e una maggiore accessibilità ai contenuti della catechesi possono aprire possibilità prima impensabili per l’evangelizzazione.
Non manca, tuttavia, un avvertimento: la proposta cristiana può diventare disancorata dalla vita concreta, trasformarsi in una rappresentazione prevalentemente digitale o essere condizionata da ideologie sostenute da minoranze particolarmente rumorose. Fino al rischio di una fede costruita secondo preferenze individuali, anziché maturata nel confronto con la tradizione e con la comunità ecclesiale.
È un richiamo che attiene al modo in cui si abita oggi lo spazio dei social media, compresa l’attività – verrebbe da dire – dei cosiddetti «missionari digitali». La visibilità di un contenuto religioso, la sua diffusione o la capacità di suscitare reazioni non coincidono né con la qualità della testimonianza né con l’efficacia dell’annuncio.
Memoria, autorevolezza e verità
Il discorso prosegue ai nn. 61-62. La cultura digitale modifica la percezione dello spazio, del tempo e dell’autorità, tre dimensioni strettamente legate alla trasmissione di una tradizione.
A questo proposito, l’accesso continuo ai contenuti e la rapidità della loro circolazione possono produrre una sorta di eterno presente, nel quale diventa più difficile conservare il senso della memoria e riconoscere il valore di quanto ci precede.
Sul piano dell’autorevolezza, il testo torna a citare Magnifica humanitas, soffermandosi sulle manipolazioni informative rese più pervasive dall’IA. La possibilità di alterare immagini, filmati e contenuti, confondendo fatti e opinioni, non pone soltanto un problema tecnico di riconoscimento delle falsificazioni: mette in gioco il nostro rapporto con la verità, la responsabilità e, di conseguenza, la fiducia sociale.
In questo ambiente, dove molte voci competono sullo stesso piano e spesso prevale chi riesce a ottenere maggiore attenzione, anche la credibilità delle istituzioni tradizionali viene messa alla prova. È una questione particolarmente rilevante per la comunicazione ecclesiale, chiamata a rendere riconoscibile l’autorevolezza dei propri contenuti senza ridurla alle logiche della popolarità digitale.
Ciò che la tecnologia non sostituisce
Due ulteriori riferimenti, più brevi ma specifici, completano questa lettura.
Al n. 98, parlando dell’arte e della bellezza, il documento sottolinea la capacità delle opere letterarie e artistiche di suscitare meraviglia e attenzione anche in persone continuamente distratte dalle moderne tecnologie di comunicazione.
Al n. 117, osservando il desiderio diffuso di partecipare a grandi eventi e di condividere esperienze collettive, viene ribadito che nemmeno un uso intenso delle tecnologie digitali riesce a soddisfare tutti i bisogni della persona. Rimangono fondamentali la compagnia, la condivisione e l’incontro diretto.
È da questa considerazione che si può ricavare un criterio per leggere i passaggi dedicati al digitale presenti nel documento. L’ambiente digitale fa ormai parte delle condizioni nelle quali si sviluppa l’esperienza umana e, di conseguenza, anche quella religiosa. Ignorarlo sarebbe un errore, come lo sarebbe ridurlo a un canale aggiuntivo per distribuire contenuti.
Allo stesso tempo, neppure gli strumenti più sofisticati possono esaurire il compito della trasmissione della fede, che continua a richiedere relazioni autentiche, testimonianza personale e appartenenza a una comunità.




