
In rete circolano testi in cui autodichiarati professionisti in ambito economico-finanziario, dati alla mano, insistono nell’affermare che il fenomeno migratorio è destinato a diventare un costo insostenibile per le amministrazioni statali europee.
Uno di questi è Tomas Pueyo, di origine franco-spagnola, attualmente attivo – pare – nella Silicon Valley, curatore della pubblicazione The criminal, Social, and Economic Cost of Immigrants in the EU, un testo che ha suscitato livori nel “web” con rabbiose dichiarazioni contro gli stranieri.
L’elaborato contesta – con dati raccolti da statistiche di polizia, i rapporti economici e fiscali di alcuni Stati europei – il valore aggiunto della presenza migratoria nell’Unione. E spinge ad accogliere – di fatto – le tesi trumpiane anti-immigrati.
Non solo: l’immigrazione, secondo l’autore, comporterebbe un alto rischio criminalità di importazione, oltre a introdurre un cambiamento etno-culturale devastante, soprattutto a causa della presenza significativa di migranti aderenti alle varie forme e manifestazioni della religione islamica.
I dati proposti – fatti circolare anche da un sito degli “Stati Visegrad” (Polonia, Slovacchia, Ungheria e Cechia) – propagano l’ossessione compulsiva della lotta all’immigrazione, sia l’immigrazione in genere, sia, soprattutto, quella dalle cosiddette aree MENAPT, ossia da Medio Oriente, Nord Africa, Pakistan e Turchia, a maggioranza islamica.
La questione religiosa viene così enfatizzata tanto da sollevare il pericolo della islamizzazione degli Stati europei, con la conseguenza – secondo l’autore – di portare in Europa schegge terroristiche e criminali seriali. Oltre che sulla minaccia culturale, Pueyo si concentra sul presunto sfruttamento delle elargizioni sociali a favore delle fasce migranti più deboli in ogni Stato dell’Unione, a fronte del modico contributo fiscale che sarebbe versato dai lavoratori con passaporto straniero con conseguenti famiglie. Gli unici immigrati che Pueyo “salva” – ritenuti i più solerti al lavoro e con gettito fiscale più vicino ai contribuenti nazionali – sono quelli da altri Paesi occidentali, europei soprattutto.
Secondo i dati forniti, nudi e crudi, dunque, l’immigrazione costituisce il vero pericolo per la sopravvivenza dell’Europa. Pericolo certificato dal “think tank” di stampo trumpiano corrente contro gli immigrati, che evidentemente incontra entusiasti emulatori nel vecchio continente.
La contrapposizione netta tra nativi e ospiti indesiderati – che l’autore in questione rappresenta solo con meri indicatori numerici – dimostra l’intenzionalità di prendere di mira un preciso gruppo umano, a prescindere da ogni analisi scientificamente fondata, oltre che senza etica.
Evidenziando, con dati, la dipendenza di alcune appartenenze nazionali immigrate dal sistema di welfare locale, l’autore pensa le società europee come lastre di acciaio fatte apposta per restare inossidabili a qualsiasi trasformazione, benché la struttura sociale di tutti i Paesi e di tutte le epoche abbia sempre conosciuto una scala complessa di appartenenze. Le società impenetrabili, aliene da ogni difformità e pluralità, non sono mai esistite e mai esisteranno.
La questione economica
La tesi di Pueyo è che gli stranieri versano poche tasse mentre richiedono molti sussidi economici, sfruttando il nostro “stato sociale”. I dati che vengono portati a dimostrazione della tesi sono riferiti soprattutto ad alcuni Paesi del Nord Europa: Danimarca, Finlandia, Svezia, seguiti da Olanda e Germania. Riguardano le tasse sul reddito senza prendere in considerazione alcuni fondamentali dell’economia quali le tasse indirette, ad esempio l’IVA sugli acquisti.
Per quanto riguarda i redditi è ovvio – o meglio dovrebbe risultare ovvio – che chi versa di più è chi ha di più, secondo la logica di fiscalità generale necessaria al mantenimento di beni e servizi pubblici: un principio di solidarietà che tutte le Costituzioni degli stati democratici – inclusa la nostra, (articolo 53, comma 1) – contemplano.
Non è poi affatto considerata – o è sottostimata – la “produttività immateriale”, che è quella immessa nelle società europee da schiere di migranti impiegati nelle mansioni a più basso reddito e a più basso riconoscimento sociale: una produttività che ancora consente a una fascia di cittadini locali di godere delle opportunità di ascesa sociale, ovvero consente di non doversi sobbarcare spazi occupazionali non certo appetibili.
Vero è che molti manager privati o pubblici – ma pochi rispetto al totale occupati – realizzano profitti salariali centinaia di volte superiori ai loro sottoposti, perciò questi, dovrebbero vivere 10-100 “vite” per eguagliare gli stessi flussi fiscali (sempre che i primi versino tutte le tasse).
Nel servizio in questione – è da sottolineare – come dal computo proposto manchi totalmente la dimensione della temporalità dei processi di inserimento dei migranti nei sistemi produttivi e sociali degli Stati europei: dal rapporto non vengono inclusi infatti i milioni di migranti che hanno già acquisto la cittadinanza: secondo Eurostat sono 9 milioni negli ultimi 10 anni – volutamente esclusi, secondo una lettura ideologica, dal calcolo dei benefici economici e fiscali; si guarda invece solo alla appendice del fenomeno, senza tener conto di tutto l’arco della sua manifestazione.
Tra i costi dello “squilibrio” vengono volutamente obliati quelli – assai consistenti – che gli Stati europei stanno sostenendo – e i cittadini stanno pagando – per impedire l’immigrazione, non solo quella ritenuta irregolare – dei famigerati “clandestini” -, ma anche i costi per mantenere i cosiddetti Centri di rimpatrio – veri e propri Centri di detenzione per persone che non hanno commesso reati – con tutto ciò che ne consegue per gestione, spese amministrative e giuridiche, sorveglianza, ecc.). I 27 stati UE sborsano circa 40 miliardi l’anno tra hotspot, trattenimenti, delocalizzazione, espulsioni (dati Eurostat). Tutti costi messi in capo all’immigrazione, ma non certo per favorirla.
Il lavoro
Altri dati certificati, dicono che, in Italia, i migranti producono il 9% del PIL, versando 39,1 miliardi all’erario, con un saldo positivo di 2,1 miliardi nel 2024. Un esempio europeo di rilievo è la Germania in cui il prodotto da lavoro migrante raggiunge il 13,7% a livello nazionale, ma con punte del 17,3% nel Baden Württemberg, del 16,6 in Assia e del 16,0 in Baviera.
L’alto volume del lavoro straniero – pagato poco, a rischio della vita e con danni alla salute – è ben attestato, sempre secondo i dati Eurostat: nel 2024 nell’Unione si sono verificate 3.367 morti sul lavoro, col 23% delle stesse avvenuto nel settore delle costruzioni, settore sovra rappresentato da lavoratori stranieri.
Su 100.000 occupati l’incidenza degli incidenti mortali sul lavoro è del 4,40% in Francia, 2,67% in Spagna, 2,64% in Italia e 0,82% in Germania. A livello UE il tasso medio per 100.000 abitanti è del 2,10%. In particolare, in Italia, nel 2025, i decessi sono stati 1.093 (798 sul lavoro e 295 in itinere): i lavoratori stranieri deceduti sono stati 251, cioè 1 su 4, pari ad un indice di rischio del 72,4% per i lavoratori stranieri rispetto al 28,8% per gli italiani. (dati INAIL/Vega Engineering).
Criminalità
Ma veniamo alla questione della criminalità straniera, “piatto forte” della elaborazione di Pueyo e di molti altri “sociologi” che vogliono dimostrare tesi “a priori”.
Una delle narrazioni più contundenti, a livello di opinione pubblica, riguarda infatti l’allarme criminalità straniera. Anche in questi giorni: le attuali rivolte di giovani figli dell’immigrazione che si affiancano ai movimenti di contestazione sociale, destano riprovazione diffusa e producono leggi a raffica sulla “sicurezza” con promesse di galera e pene moltiplicate.
Il conio del termine maranza – che di fatto vuol dire marocchino delinquente – ormai viene usato per ogni evento di violenza di strada. A questi ragazzini, i ministri degli interni europei attribuiscono il massimo della determinazione di insicurezza sociale, poiché sono imprevedibili e totalmente fuori controllo.
Il loro numero negli Istituti di Pena per Minori (IPM) in Italia, secondo i dati del Rapporto Antigone 2026, rappresenta il 42,3% del totale e il 51,4% dei detenuti in attesa di giudizio. È innegabile la sproporzione rispetto agli italiani. Una parte di essi sono minori non accompagnati, ossia minorenni, spesso vicini ai 17 anni, lasciati in Italia, in pratica, in balia di sé stessi, facili gregari di strutture di comune criminalità.
Ma, anche su questi casi, i numeri non dicono tutto: le porte delle carceri si possono evitare solo se si allargano le porte della accoglienza, dell’accompagnamento e dell’assistenza, in processi di inserimento sociale; certo, non sempre l’accoglienza funziona come si vorrebbe, ma spesse volte sì.
Mentre lo stigma sociale, reiteratamente affermato a livello istituzionale, non fa altro che costruire una identità di contrapposizione e opposizione che non può che esprimersi con i linguaggi e i mezzi della piccola – ma senz’altro rozza – criminalità, che, col tempo, può evolvere arrivando persino ai fatti di sangue. Lo si dovrebbe sapere: la mancanza di pedagogia educativa, senza rivalutazione di modelli di riferimento positivi, porta inevitabilmente alla devianza.
Carceri
Ma vediamo ancora i dati Eurostat: il numero registrato dei detenuti in carcere, a livello europeo, nel 2024, era di 504 mila, con un 2% in più rispetto al 2023, pari a 113 detenuti ogni 100.000 abitanti. Di questi, 1 su 5 era un cittadino straniero.
La percentuale più alta di stranieri detenuti si è registrata in Lussemburgo con il 75,8%, quindi a Cipro col 54%, in Austria col 53%. La percentuale media dei detenuti stranieri sul totale dei detenuti nell’Unione Europea oscilla tra il 22 – 25%. In Italia, sempre secondo il Rapporto Antigone, al 30 aprile 2026, gli stranieri in carcere erano al 31,5%: di questi il 44% stava scontando una pena inferiore all’anno di reclusione, ovvero era in attesa di giudizio.
Gli stranieri condannati per associazione di stampo mafioso in Italia costituiscono l’1,1%. I reati maggiormente segnalati a livello europeo sono quelli contro il patrimonio, cioè furti e rapine, col 25-30%, e lo spaccio di stupefacenti, oltre alla violazione sulle leggi sull’immigrazione. Nella casistica italiana non rientrano massivamente stupri o femminicidi, come spesso si sente dire. Per quanto riguarda la statistica dei reati in Germania nel 2025, oltre il 5% dei detenuti stranieri era in carcere per motivi di infrazione delle leggi sull’immigrazione: reati che i locali non possono, evidentemente, commettere.
Quali dati?
Ritornando, quindi, al documento da cui siamo partiti, tengo a evidenziare che i dati riportati sono presi dalle pubblicazioni di polizia dei singoli Stati: in questi sono stati fatti rientrare anche gli arresti e i fermi di polizia per i sospettati a rischio di fuga, oggettivamente attenzionati, ma non sicuramente condannati. Riportare tali dati di polizia come dati di effettiva condanna – e giusta detenzione – è perciò semplicemente scorretto.
I reati di strada o di prossimità (ad esempio nei condomini, quartieri, stazioni ferroviarie) sono spesso collegati a forme di profilamento etnico: ebbene, è certamente più facile essere notati per strada – o in luoghi attenzionati – già di sé ad alto tasso di microcriminalità, se si è di pelle scura e di aspetto “straniero”; ciò accade ovunque, in tutti gli Stati.
Perciò accusare gli stranieri di rappresentare il principale problema di criminalità – in Italia come in altri Paesi europei – significa voler coltivare il pregiudizio che va oltre i dati di fatto reali. Viene, peraltro, sempre espunta da questi rapporti la criminalità finanziaria e l’evasione fiscale, reati ad alto impatto sociale per l’impoverimento della collettività. Ma si sa, le carceri sono piene di povera gente.
Americanizzazione del sentire pubblico
Concludo. Con ogni probabilità la regia del rapporto elaborato da Pueyo sta al di là dell’Atlantico, e rappresenta un’incursione nel dibattito europeo in merito alle politiche migratorie; sfrutta le divisioni e i continui distinguo che stanno partorendo leggi inique ed inutili, non da ultimo il Patto Europeo su Immigrazione ed Asilo, che sta già facendo acqua da tutte le parti, perché è stato deciso sulle sabbie mobili di probabili accordi internazionali con Stati che non faranno altro che esporre l’Unione Europea a continui ricatti.
Nel paragonare costi e benefici tra due soggetti diversi – migranti e non migranti – bisogna determinare con chiarezza le variabili dipendenti che affettano l’uno e l’altro. La migrazione recente, costituita ancora in buona misura da una prevalente componente in età lavorativa, ovvero da richiedenti asilo – 332 mila nei primi 6 mesi di quest’anno in UE, peraltro in calo del 17% rispetto allo stesso periodo del 2025 – può portare modelli comportamentali diversi e non graditi alla popolazione autoctona in costante invecchiamento. È compito di una politica “illuminata” farsi carico del rapporto pedagogico coi cittadini – tutti – con le loro differenze e peculiarità.
È indubbio che le tematiche sollevate sono complesse. Pertanto, non possono essere trattate con la superficialità mostrata da Pueyo. Posto che le componenti integrate dei migranti europei apportano benefici all’Europa – contro quanto denunciato nel rapporto in questione -, creando ricchezza e responsabilità collettiva, le amministrazioni pubbliche e le agenzie educative dovrebbero essere messe nella migliore condizione di occuparsi delle fasce più deboli e più a rischio di esclusione sociale.
Per quei minori stranieri – etichettati spregiativamente maranza – occorrerebbe agire sul versante famigliare (dove la povertà educativa non riesce a cogliere e ad affrontare i problemi di disorientamento e i difficili processi di risocializzazione in un nuovo contesto socioculturale) e su quello delle nuove generazioni che necessitano del riconoscimento di un immaginario positivo, con l’accesso allo studio e alla formazione al lavoro.
Il dato di fatto che le statistiche rilevino devianze simili – tra stranieri e autoctoni – quando la migrazione diventa strutturale al corpo sociale, sta a significare che le risorse spese per incrementare opportunità e rafforzamento progettuale, nel tempo, rendono, anche in termini economici e fiscali.





