Ciò che MH non coglie su Babele, Neemia e l’IA

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Peter Bruegel, La torre di Babele, 1563, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Magnifica Humanitas, la nuova enciclica di Papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale, richiama nelle sue righe iniziali due racconti biblici: quello della Torre di Babele e quello della ricostruzione di Gerusalemme sotto Neemia. La vicenda di Babele viene presentata come un monito contro l’arroganza tecnologica; quella di Neemia come un modello di ricostruzione etica e di solidarietà umana.

Eppure i testi biblici sono più complessi di quanto l’enciclica lasci intendere.

Prima di esaminare l’uso che l’enciclica fa della Bibbia, vale tuttavia la pena ricordare che Magnifica Humanitas non è un’opera di esegesi biblica. Come un’omelia, essa attinge selettivamente alla Scrittura, mettendo in luce alcuni temi particolari piuttosto che catalogare ogni interpretazione storica o ogni dibattito accademico. Nessuna enciclica potrebbe rendere giustizia a tutte le complessità di Genesi 11 o del Libro di Neemia.

La questione non è se le letture proposte da Papa Leone siano esaustive — non intendono esserlo — ma se gli aspetti di questi racconti che egli sceglie di sottolineare siano davvero quelli più pertinenti alle sfide politiche e morali poste dall’intelligenza artificiale.

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Il problema inizia con Babele.

L’enciclica interpreta Genesi 11 come la storia di un’umanità che dimentica la vera fonte del proprio potere. Ma nel testo biblico il pericolo non consiste nel fatto che gli esseri umani credano erroneamente di essere potenti. Il pericolo è che lo siano davvero.

«Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una sola lingua; questo è solo l’inizio di ciò che faranno; ora nulla impedirà loro di compiere quanto avranno deciso di fare» (Gen 11,6), dice Dio.

Nel più ampio arco narrativo della Genesi, questo episodio appartiene a uno schema ricorrente nel quale le capacità umane vengono progressivamente limitate. Così come l’immortalità in Genesi 3 (il racconto di Adamo ed Eva) è riservata alla sfera divina, anche la lingua unica di Genesi 11 appare come una forma di potere che Dio non desidera affidare all’umanità. Dio disperde gli uomini e confonde le loro lingue non semplicemente per punire la superbia, ma per impedire che essi concentrino troppo potere nelle proprie mani.

Questa intuizione potrebbe essere ancora più rilevante per l’intelligenza artificiale di quanto l’enciclica suggerisca.

Il vero pericolo dell’uniformità non è soltanto che la comunicazione si interrompa. È che la comunicazione diventi totalizzante. Un mondo ridotto a una sola lingua non è semplicemente un mondo unificato; è un mondo governabile. Gli esseri umani diventano più facili da coordinare, sorvegliare, prevedere, manipolare e controllare quando tutte le informazioni scorrono attraverso gli stessi sistemi e le stesse strutture.

In questo senso, Babele assomiglia meno a un ammonimento sul fallimento della comunicazione — ciò che Leone descrive come un mondo in cui «le lingue si confondono e gli uomini non si comprendono più» — e più a un avvertimento contro la concentrazione del potere umano in un unico ordine tecnologico. È proprio questa la promessa più insidiosa dell’intelligenza artificiale che l’enciclica riconosce correttamente: «la pretesa che un unico linguaggio — persino digitale — possa tradurre tutto, compreso il mistero della persona, in dati e prestazioni».

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Il secondo paradigma biblico dell’enciclica, la figura di Neemia, solleva una serie diversa ma altrettanto complessa di interrogativi. Leone presenta Neemia come esempio di ricostruzione comunitaria e di leadership morale: «Non impose soluzioni dall’alto. Convocò le famiglie, assegnò a ciascuna una sezione delle mura da ricostruire, ascoltò le loro preoccupazioni, coordinò i loro sforzi e affrontò ogni opposizione».

Certamente il testo biblico presenta Neemia come colui che ricostruisce Gerusalemme dopo una catastrofe. Tuttavia il Libro di Neemia propone anche una visione della restaurazione inseparabile da questioni di confine, purezza e controllo sociale.

In Neemia 13, Neemia si vanta di aver affrontato con violenza alcuni Giudei che avevano sposato donne non giudaiche: «Ne percossi alcuni e strappai loro i capelli». Le sue riforme sono inseparabili da progetti di esclusione e da una politica della purezza. Nonostante l’enciclica lo descriva come un profeta della solidarietà, il testo biblico lo presenta anche come un amministratore che gestisce risorse imperiali, organizza il lavoro, impone l’osservanza delle norme e consolida la propria autorità.

Questi aspetti non invalidano l’uso che Papa Leone fa di Neemia. Tuttavia lo rendono più problematico. In un’epoca in cui molti temono che l’intelligenza artificiale possa rafforzare sistemi di sorveglianza, gestione burocratica e controllo centralizzato, le dimensioni trascurate della storia di Neemia potrebbero essere importanti quanto quelle che l’enciclica mette in evidenza.

L’immagine della ricostruzione delle mura di Gerusalemme, ad esempio, comporta rischi politici che l’enciclica non affronta pienamente. Leone interpreta quelle mura in senso metaforico, come salvaguardie morali e limiti etici al potere tecnologico. Ma le mura non soltanto proteggono: dividono. La stessa struttura che garantisce la sicurezza di una comunità stabilisce anche chi ne resta fuori. Nella vita politica contemporanea, l’immagine delle mura è già carica del linguaggio dell’esclusione, della securizzazione e del nazionalismo difensivo.

Questo vale anche per il racconto biblico di Neemia. La visione di restaurazione proposta dal libro è inseparabile dall’enfasi posta sul controllo dei confini. Assumere Neemia come paradigma semplice e lineare rischia di evocare senza volerlo proprio quel tipo di controllo centralizzato contro cui l’enciclica mette in guardia. Una scelta che si accorda con difficoltà alla visione di una prosperità umana condivisa che Leone desidera promuovere.

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La questione più profonda è che l’enciclica presenta Babele e Neemia come opposti morali: da una parte l’unità tecnologica arrogante, dall’altra la virtuosa restaurazione comunitaria. Leone conclude invitando i cristiani a essere «costruttori di comunione, piuttosto che architetti di Babele».

Eppure le stesse tradizioni bibliche resistono a contrapposizioni così nette. Babele è anche una storia di straordinaria cooperazione umana e dei pericoli del potere concentrato. Neemia è una storia di ricostruzione, ma anche di definizione dei confini, coercizione e controllo amministrativo.

Riconoscere queste tensioni non indebolisce le preoccupazioni di Leone riguardo all’intelligenza artificiale. Al contrario, può approfondirle.

Il monito più attuale di Babele potrebbe infatti non riguardare la superbia, bensì la tentazione di concentrare il potere in un unico sistema. Se cerchiamo modelli biblici per governare le nuove tecnologie, dovremmo essere cauti nel celebrare figure la cui visione dell’ordine sociale dipende dall’esclusione e dall’autorità centralizzata.

La Scrittura offre risorse politiche ed etiche ricche, sebbene spesso ambivalenti, per riflettere sull’intelligenza artificiale. Recuperare queste dimensioni trascurate potrebbe aiutarci ad affrontare non solo i pericoli morali dell’IA, ma anche le forme di potere politico che essa rende possibili.

Cathleen Chopra-McGowan è professoressa associata di Hebrew Bible presso la Santa Clara University. Il suo articolo è stato pubblicato sul sito della rivista America il 15 giugno 2026

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