MH: la Chiesa nel “cantiere” dell’era digitale

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magnifica humanitas

Nella storia dell’umanità ci sono stati momenti in cui una scoperta ha cancellato una delle linee di confine che permettevano all’uomo di pensarsi centro del mondo. Copernico eliminò la discontinuità tra il mondo terrestre e il resto dell’universo fisico: la Terra non è il centro, è un pianeta tra altri. Darwin eliminò la discontinuità tra gli esseri umani e il resto del mondo organico: l’uomo non è una creatura separata, è un animale tra altri. Freud eliminò la discontinuità tra il mondo razionale dell’ego e il mondo irrazionale dell’inconscio: l’uomo non è padrone in casa propria. Il filosofo americano Hubert Dreyfus aveva ipotizzato una quarta discontinuità: quella tra esseri umani e macchine. L’assottigliamento di quel confine spiega la paura della sostituzione e la domanda che percorre come asse portante l’attuale dibattito pubblico: «L’IA è intelligente? Ha coscienza? Ci comanderà?».

Papa Leone XIV ribalta questa visione e, con coraggioso realismo, afferma che non è un problema di contrapposizione uomo-macchina. Il tempo presente ci chiede di domandarci cosa accadrà quando inizieremo a convivere stabilmente con intelligenze non biologiche capaci di ricordare, apprendere, mantenere continuità relazionale, condividere contesti e partecipare alla costruzione della nostra realtà cognitiva. Come vivere da umani in questa nuova società? La postura che il Papa propone è quella di chi ha consapevolezza del momento storico e giudica con prudenza le azioni da compiere, ordinandole e orientandole al bene comune e al fine ultimo che è Dio.

La struttura: un magistero che si fa memoria di sé

L’enciclica, aperta da una corposa introduzione che pone in dialogo due icone bibliche, la torre di Babele e il cantiere di Neemia, ripercorre la storia della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) e i princìpi che la animano. Leone XIV usa la tradizione come specchio per leggere il presente, mostrando che ogni pontefice ha risposto alle «res novae» del suo tempo senza rompere con chi lo precedeva, ma maturandone le implicazioni. Da Leone XIII e la Rerum novarum fino al magistero di Francesco, il percorso è quello di uno sviluppo armonico, non lineare, capace di lasciarsi provocare dalla storia e la storia, oggi, ha il volto dell’intelligenza artificiale.

I fondamenti che non tramontano

Il cuore speculativo dell’enciclica è nel secondo capitolo, dove il Papa non si limita a richiamare princìpi già noti, ma ne mostra la funzione ermeneutica: sono gli strumenti per leggere il presente, non mere affermazioni dottrinali da conservare. Il fondamento è l’essere umano come immagine del Dio trinitario, costitutivamente relazionale, con una dignità che non dipende da capacità, prestazioni o ruoli, ma è un dono che precede e supera ogni valutazione. L’enciclica insiste che questa dignità rischia oggi di essere erosa da un’ideologia sottile: quella secondo cui ogni persona deve guadagnarsi il proprio valore, che attribuisce più pregio a chi è più efficiente e che riduce la persona a risorsa da usare, a funzione da ottimizzare.

Da questo fondamento derivano i princìpi classici della DSC, riletti però con una tensione interna precisa. Il bene comune non è un semplice equilibrio tra interessi: è la forma sociale della dignità riconosciuta a ciascuno, e oggi deve fare i conti con attori che non sono gli Stati, ma le grandi piattaforme tecnologiche.

La destinazione universale dei beni non riguarda più solo suolo e risorse naturali, ma anche dati, sapere, infrastrutture digitali. La sussidiarietà chiede che i corpi intermedi non siano ridotti a destinatari passivi di decisioni prese altrove. Leone XIV conclude il capitolo con una «verifica per la Chiesa»: i princìpi della DSC valgono anche per le strutture interne alla comunità ecclesiale. È un’affermazione precisa, che riconosce la contraddizione di chi predica la dignità all’esterno e pratica il clericalismo all’interno.

L’IA non è uno strumento, ma non è neppure un agente

Il terzo capitolo è il più denso dell’enciclica dal punto di vista filosofico. Il nodo che il Papa stringe, senza tuttavia scioglierlo del tutto, è quello dello statuto ontologico dell’intelligenza artificiale. Il documento nega all’IA le proprietà dell’agente: nessuna coscienza, nessuna intenzionalità propria, nessuna crescita morale, ma non può trattarla come uno strumento qualunque, perché riconosce che essa colonizza l’immaginario collettivo, normalizza visioni antiumane, modifica il desiderio, concentra potere istituzionale, introduce criteri che contraddicono la dignità e sfugge all’attribuzione di responsabilità. L’IA è troppo per essere uno strumento, troppo poco per essere un agente. Il documento vede correttamente il problema; la teologia sistematica avrà il compito di elaborare la categoria mancante.

Questa tensione irrisolta, però, è produttiva perché costringe a prendere sul serio la struttura del condizionamento che l’IA esercita. Il Papa descrive tre livelli sovrapposti: la colonizzazione dell’immaginario collettivo come fenomeno macro-sociale; la normalizzazione di ciò che è antiumano come effetto percettivo; la modifica del desiderio come effetto più radicale e nascosto. L’IA non è uno strumento neutro che si usa o si dismette: condiziona la psicologia e la sociologia dell’uomo prima che il soggetto possa deliberare. Quando l’efficienza diventa misura del valore viene riconfigurato l’oggetto del desiderio, di conseguenza non si sceglie di affidarsi alla macchina, ma si viene formati a desiderare di farlo.

C’è poi la questione dell’opacità. L’enciclica è coraggiosa nel riconoscere che i sistemi di IA, per come sono costruiti, rendono strutturalmente difficile attribuire responsabilità a chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi usa, chi guadagna. La cosiddetta algoretica, cioè la pretesa di risolvere i problemi etici dell’IA con codici di condotta e dichiarazioni di principio, fallisce perché il suo oggetto è per definizione non trasparente. L’opacità è una caratteristica costitutiva dei sistemi di apprendimento automatico e non un bug rimediabile con qualche sforzo di buona volontà da parte dei programmatori. Da questa premessa epistemica deriva la conseguenza pratica che il documento coglie lucidamente: la «cultura dello scarto», oltre a essere effetto morale, è effetto sistemico di questo regime di irresponsabilità strutturale.

Di fronte alle correnti transumaniste e post umaniste, la risposta del Papa è la difesa del limite inteso come limite ontologico. La fragilità, la malattia, il fallimento non impediscono la vita umana e sono spesso il luogo dove l’umano matura, si apre, si lascia sorprendere dalla grazia. Il vero «più che umano» viene spesso confuso con la versione ottimizzata dell’homo sapiens; al contrario è l’amore di Dio che eleva l’uomo e rende possibile il cammino della trasformazione attraverso la relazione e il dono Nessun algoritmo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna né una coscienza che discerne il bene. Per un algoritmo l’errore è qualcosa da correggere, per una persona può essere l’inizio di una conversione.

L’appello finale del capitolo a «disarmare l’IA» sintetizza questa posizione: non rinunciare alla tecnologia, ma sottrarla alla logica della competizione armata, cognitiva e geopolitica, per renderla contestabile, discutibile, plurale. Non basta regolarla, occorre renderla ospitale.

Custodire il quotidiano

Il capitolo 4 è il più concreto e affronta tre ambiti dove la dignità umana è sotto pressione diretta: la comunicazione, il lavoro, la libertà.

Sul terreno della comunicazione, il Papa identifica una traiettoria discendente che merita di essere letta con attenzione: dalla verità alla verosimiglianza, dalla verosimiglianza alla post-verità. Non è una progressione casuale. Il racconto biblico di Eva nel Giardino ne offre una mappa straordinariamente precisa. Nel dialogo tra Eva e il serpente tutti mentono, sebbene in modi diversi: Adamo ha esagerato il comando di Dio per cautela, una bugia a fin di bene; Eva riferisce in buona fede un divieto che non corrisponde a quello ricevuto, una bugia materiale, ma non formale, perché per lei quella era la verità; il serpente mente sapendo di mentire e lo fa costruendo una narrazione alternativa in cui Dio diventa il custode geloso di un sapere che vorrebbe tenere per sé. Tutti riconoscono che esiste una linea di confine tra vero e falso. La post-verità è precisamente il momento in cui quella linea viene cancellata.

Il salto da bugia a fake news avviene quando si smette di verificare e ci si fida ciecamente delle proprie informazioni e delle proprie capacità di analisi. Eva avrebbe potuto fare il fact-checking chiedendo ad Adamo di ripetere il comando esatto di Dio; non lo fa e l’inganno va a segno perché la sua bolla informativa è composta soltanto da Adamo, che le crede. Nell’era digitale questa dinamica si accelera e si amplifica: le bolle informative su scala di massa producono identici meccanismi di autenticazione acritica, solo incomparabilmente più veloci.

La post-verità però non è soltanto la bugia moltiplicata. È qualcosa di strutturalmente diverso: l’indifferenza alla distinzione stessa tra vero e falso. La mia conoscente che condivideva la fake news sull’aumento spropositato degli stipendi parlamentari con la motivazione «non importa se è falsa, ne sarebbero capaci» stava operando in un regime dove la verità fattuale è irrilevante e conta solo la coerenza con la narrazione con il proprio pensiero, la propria parte, gruppo, società, partito, nazione.

È in questo clima che l’enciclica evoca Hannah Arendt e la «banalità del male», non il male assoluto e consapevole, ma il male che si compie senza che nessuno si senta personalmente responsabile, perché ciascuno ha solo ripetuto qualcosa che circolava già, che sembrava plausibile, che era organico alla propria visione del mondo. L’IA contribuisce a questa deriva in un modo preciso fornendo risposte sempre plausibili e suadenti che nascondono la complessità e liberano dall’obbligo di decidere da soli. Un potere quasi analgesico, che esonera dalla responsabilità di distinguere il bene dal male. È questo il tempo dell’insignificanza della verità.

La risposta del Papa è la proposta di virtù tecnologiche: disposizioni stabili a usare gli strumenti digitali in modo ordinato al bene comune. Una risposta antropologica e non tecnica in direzione della formazione di soggetti capaci di resistere alla verosimiglianza, di non contentarsi dell’organicità narrativa come criterio di verità, di sostenere il costo cognitivo e morale del fact-checking.

Sul lavoro il capitolo è il più esplicito di tutta l’enciclica nel linguaggio della critica sociale. Il lavoro non è solo fonte di reddito, ma luogo in cui la persona si riconosce, contribuisce, si lega agli altri, in definitiva struttura la dignità. L’IA viene adottata nelle aziende come strumento per contenere costi e aumentare produttività e profittabilità, mai come partner della promozione umana. Il lavoratore viene ridotto a costo variabile, a risorsa e quando perde competitività viene scartato. Con lui viene insidiata la famiglia, tanto nella possibilità di formarsi quanto nella qualità della vita comune.

La precarietà strutturale e la disoccupazione tecnologica da effetti collaterali gestibili sono diventati scelte di sistema che riflettono una precisa visione antropologica che misura il valore della persona sulla base della sua produttività. Contro la concentrazione di ricchezza in poche mani e contro la ricerca del profitto a discapito dell’umano Leone XIV parla senza ambiguità, in piena continuità con la grande tradizione della DSC da Leone XIII in poi e, in più, con la specificità del contesto digitale che quella tradizione non poteva vedere.

La guerra, la pace e il realismo della speranza

Il quinto capitolo è il più scomodo dell’enciclica Il Papa non si accontenta di deplorare la guerra e ne diagnostica una mutazione culturale in atto, quella che chiama «cultura della potenza», che non riguarda soltanto i governi e gli eserciti, ma penetra nelle relazioni sociali, orienta le narrazioni mediatiche, forma il senso comune. La guerra viene presentata come opzione normale, come il realismo rispetto all’ingenuità della pace. Questo spostamento è già di per sé una vittoria del paradigma che l’enciclica vuole contrastare.

L’IA entra in questa dinamica come acceleratore: abbassa la soglia del ricorso alla forza perché la rende più rapida, più impersonale e lontana dai suoi effetti concreti. La conseguenza logica di sistemi, che ottimizzano obiettivi senza poter avere la coscienza di ciò che stanno facendo, e ridurre il nemico a «dato da elaborare» e la vittima a un «danno collaterale». La pretesa degli «agenti morali artificiali», come se una macchina potesse garantire la distinzione tra bene e male meglio di un essere umano, è filosoficamente infondata e moralmente pericolosa, perché sancisce formalmente la fine della responsabilità personale nel momento più irreversibile della decisione.

Il punto più coraggioso del capitolo è il superamento esplicito della teoria della «guerra giusta» come categoria operativa. Troppe volte questo dato teorico è stato usato così arbitrariamente da diventare uno strumento di legittimazione di qualsiasi conflitto. L’umanità dispone di strumenti molto più efficaci come il dialogo, la diplomazia o il perdono. Invocare la guerra giusta in un’epoca di armi autonome, di attacchi informatici non attribuibili, di conflitti ibridi senza fronte riconoscibile è intellettualmente onesto solo se si è disposti a riconoscere che i criteri classici non reggono più.

La «civiltà dell’amore», proposta come alternativa, non è un’idea romantica. È un progetto preciso per tradurre la carità in strutture di giustizia, dare corpo istituzionale alla fraternità, costruire sistemi internazionali capaci di custodire il bene comune senza annullare la pluralità dei popoli. Le reti digitali non sono neutrali rispetto a questo progetto: possono essere luoghi di solidarietà reale o moltiplicatori di polarizzazione. La scelta appartiene all’uomo, ma si esercita sempre dentro strutture che la anticipano e la condizionano. Riconoscerlo è il presupposto per una politica cristiana adulta.

Un magistero che si espone

La «Magnifica Humanitas» segna un passo avanti nel magistero, non perché dica cose inedite su ogni singolo punto, ma per la postura complessiva. Il Papa non tratta Dio e Cristo come realtà avulse dalla storia; li porta nel cantiere del tempo digitale come modelli e ispiratori concreti dell’azione. Cristo è il criterio dell’umano, non un rifugio dall’umano. In questa luce l’enciclica rifiuta di essere un documento di difesa e si presenta come offerta, l’offerta di una Chiesa che non accetta di stare fuori dalla discussione sull’IA e si candida a una sedia al tavolo della discussione, portando la DSC come contributo critico e la visione cristiana della persona come risorsa speculativa.

A tutti i fedeli, senza scuse per nascondersi, è chiesta responsabilità. In modo particolare ai laici, che il documento richiama esplicitamente come protagonisti, non come destinatari passivi di istruzioni elaborate altrove. È una chiamata a discernere l’ambiente digitale in cui si vive, a resistere alle logiche delle piattaforme, a partecipare attivamente alle decisioni che riguardano il governo delle tecnologie, a costruire con responsabilità condivisa una società più giusta. Il cristiano non sopporta il cambiamento epocale in attesa di tempi migliori e, con i piedi in questo tempo, lavora pezzo per pezzo alla ricostruzione di Gerusalemme.

C’è infine qualcosa che vale la pena dire esplicitamente. Un’enciclica che parla di intelligenza artificiale citando Hannah Arendt, Romano Guardini, Viktor Frankl e Tolkien accanto a Tommaso d’Aquino e Agostino non è un documento clericale nel senso deteriore del termine. È un tentativo di pensare insieme, con tutte le risorse della tradizione e della cultura, una sfida che nessuna disciplina da sola è in grado di affrontare.

Questo atteggiamento è già, di per sé, un’indicazione di metodo per la Chiesa del tempo dell’IA, è apertura non come concessione, ma come postura strutturale, nella certezza che la magnifica umanità creata e redenta da Dio non ha nulla da temere dalla verità, da qualunque parte essa venga.

Edoardo Mattei è docente di Sociologia della Tecnologia presso la Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino (Angelicum)

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