“Los domingos”: anatomia di una vocazione

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Una diciassettenne di Bilbao che chiede di entrare in un monastero di clausura è al centro del film Los domingos (pluripremiato in Spagna, uscito in Italia nell’aprile 2026) per la regia di Alauda Ruiz de Azùa, che afferma di aver raccolto, sul tema della vocazione alla vita religiosa, numerose testimonianze.

Di questa vicenda ci vengono proposte dentro la stessa narrazione filmica due interpretazioni parallele e contrapposte, l’una impermeabile all’altra.

Ainara ha perso la madre da bambina, vive con due sorelline che non se ne ricordano, con un padre che ha volentieri dimenticato la moglie e l’ha sostituita con una nuova compagna poco empatica coi figli di lui, e frequenta una scuola cattolica, che prevede un’intensa proposta educativa di tipo religioso. In questo ambiente scolastico Ainara conosce le monache di clausura di un monastero in città, partecipa quando può alla loro preghiera e accoglie la proposta di un «discernimento vocazionale», che prevede un periodo di condivisione della vita in monastero.

Il padre della ragazza, che deve dare il suo consenso per la figlia minorenne, si sorprende ma non si dispiace della richiesta, anche se non la capisce e non fa nulla per capirla: tra lavoro e debiti, ha già troppe cose a cui pensare.

La zia paterna Maite, invece, che diffida di preti e suore, nonostante l’ossequio formale verso gli ambienti ecclesiastici che ancora resiste in certa Spagna di tradizione cattolica, lotta in ogni modo per impedirlo.

Da qui la peripezia familiare al centro della narrazione.

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È evidente che Ainara cerca una famiglia che l’accolga e la ascolti, che nella superiora del monastero, una donna di forte personalità, trova madre e padre contemporaneamente. Ainara sta concludendo il liceo, ma non desidera e non immagina una continuazione degli studi; prova attrazione nei confronti di un ragazzo della sua stessa scuola, ma da una parte il prete «direttore spirituale» con cui la ragazza si confida ha troppa fretta di esaminare ed elaborare questa esperienza, e dall’altra la famiglia la biasima rozzamente quando scopre i due ragazzi baciarsi.

Ainara tace sia davanti all’esame del «padre spirituale» sia di fronte al rimprovero di suo padre, non vuole o non può ancora affrontare le sue sensazioni e i suoi sentimenti e punta dritta al monastero, dove respira una serenità che in famiglia non ha conosciuto, dove si sente desiderata e accolta.

Ben comprende zia Maite che Ainara, per via della sua orfanità, è una ragazza ferita e che questo la rende speciale, ma anche molto fragile. Maite intuisce il bisogno di protezione e di affetto all’origine della sua presunta «vocazione», tuttavia i suoi tentativi di rallentare, se non proprio ostacolare, l’ingresso in monastero della nipote si rivelano inefficaci, oltre che viziati da un anticlericalismo controproducente.

Del resto, ogni argomentazione è messa a tacere dalla prospettiva di fede, presentata come del tutto insindacabile sia dal «padre spirituale» sia dalla madre priora. E siamo alla seconda storia, che non comunica con la prima.

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Sia il «direttore spirituale» sia la madre superiora hanno un unico argomento di fronte alle perplessità del padre di Ainara e alle obiezioni di zia Maite: la vocazione della ragazza non dipende da loro ma da Dio stesso, che chiama chi vuole e quando vuole.

«Lei crede?», domandano ambedue in tempi diversi a Maite. Non ci sono altri argomenti. Per chi crede non servono argomenti. Chi non crede non può capire.

La stessa Ainara non sa spiegare, se non dicendo che si sente «molto vicina a Dio» e vuole corrispondere al suo incredibile amore, un amore più grande di ogni altro amore, ripetendo con ciò le parole sentite dalle sue guide spirituali. Solo attende dalla voce di Dio stesso la conferma di essere «chiamata».

Ed ecco che, durante il funerale della nonna, la ragazza rivolge a Dio una preghiera angosciosa, chiedendogli con insistenza una risposta, finché il suo sorriso fra le lacrime ci conferma che la voce di Dio, inudibile a tutti gli altri, le è finalmente giunta.

Pare che credere o non credere sia un dato di partenza incontestabile, un dato genetico.

Pare ovvio che entrare in monastero significhi essere più vicini a Dio.

Non si discute che la voce interiore sia la voce di Dio e il «discernimento» ciò che consente di carpirne le intenzioni. Un destino, insomma, piuttosto che una scelta, sia la fede sia la vocazione religiosa.

Messe le cose in questo modo, non è possibile, e nemmeno necessario, un dialogo, come attesta l’ultimo tentativo di confronto messo in atto da zia Maite, che vorrebbe che la nipote aspettasse almeno di crescere qualche anno prima di una scelta così vincolante e non capisce quale urgenza ci sia di vivere in monastero questo «infinito amore».

Indiscutibile buon senso, fin qui.

Ma alla fine, esasperata e spazientita, Maite denuncia il grande inganno: Dio non esiste, sono tutti o truffati o truffatori.

La risposta della ragazza è senza appello: «Pregherò per te».

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Senz’altro l’inconsueto soggetto di questo film mette a nudo l’ipocrisia di certa cultura di tradizione cattolica, che ancora mette in scena prime comunioni d’obbligo (quella della sorellina di Ainara) e privilegia le scuole cattoliche, ma contemporaneamente invita i figli a «non fidarsi mai dei preti» (Maite a suo figlio) e rivela, alla prova dei fatti, profondo disinteresse (il padre di Ainara) o schietto ateismo (zia Maite).

Il fulcro della vicenda tuttavia pare un altro, e cioè l’irrompere insieme sorprendente e fastidioso, in questo panorama deprimente, di un desiderio sincero: la richiesta di Ainara di entrare in monastero ha un’autenticità e una pulizia che costringe tutti a fare i conti con le proprie ipocrisie.

Nondimeno ne emerge, forse non intenzionale ma palese, un fideismo comodo sia per chi crede sia per chi non crede («Ainara crede in Dio come tu credi al cambiamento climatico», si sente dire Maite dal marito Pablo), un fideismo che risparmia agli uni e agli altri la fatica di capire e di capirsi, che toglie al «discernimento vocazionale» la pazienza e l’attesa necessarie a far emergere la radice profonda delle proprie aspirazioni e facilmente si presta al sospetto di manipolazione, se non proprio di plagio.

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Bellissimo lo sguardo adolescente, insieme innocente, sperduto e invincibile di Ainara (interpretata dall’esordiente Blanca Soroa).

Implacabile nelle sue certezze la madre superiora (interpretata da Nagore Aranburu), nel cui sguardo fermo Ainara trova un solido appiglio e zia Maite non trova possibilità di dialogo, perché quando si ha a che fare con Dio non c’è spazio per discutere.

Lo sguardo del padre di Ainara, invece, (Miguel Gracés) fugge sempre altrove, spingendo lo spettatore a identificarsi piuttosto con la tormentata zia Maite (Patricia Lòpez Arnaiz, premio Goya come migliore attrice per questa interpretazione), che almeno mostra viva preoccupazione per la nipote orfana.

Emblematica fra tutte la scena di una festa fra compagni di classe, in cui la regista sceglie l’Ave verum di Mozart, nella cui esecuzione si esercita il coro della scuola, come dissonante colonna sonora dei balli dei ragazzi, del loro sfiorarsi, sorridersi, baciarsi. A suggerire la confusa, totipotente e preziosa mescolanza di emozioni dell’adolescenza, di cui l’emozione religiosa è pure parte.

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