Libano: la “tregua” e le insidie di Hezbollah

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macerie

Molti sostengono che l’impasse politica e militare del duo israelo-americano nel conflitto con l’Iran sta facendo emergere un nuovo Iran: su Foreign Affairs, Vali Nasr e Narges Bajoghli, in un lungo saggio hanno parlato anche di un Paese meno islamista e più nazionalista, più tecnocratico e meno teocratico, più vicino a una destra radicale contemporanea di quanto non si dica.

L’uscita di scena della precedente generazione avrebbe avuto un effetto nella tattica militare molto forte, ma ha anche fatto emergere nuove priorità che cambiano il quadro non solo regionale: non sono più le sanzioni l’ossessione di Teheran, è il controllo di Hormuz il nuovo mantra. E guardando ai rapporti internazionali ci si avvicina molto a Pechino.

Dall’altra parte, Israele sta elaborando una nuova dottrina della sicurezza: questa sicurezza, per il direttore del Carnegie Endowement, Michael Young, ormai sembra passare per l’insicurezza dei territori vicini: Libano, Gaza, Siria, Cisgiordania. Ciò che accade però ci dice che, incredibilmente, Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Egitto e Pakistan si stanno avvicinando tra di loro per evitare che si affermino nuove egemonie, di Israele o dell’Iran.

Il fatto è rilevante soprattutto per gli arabi e per la leadership saudita, perché porta a galla la richiesta di un indirizzo in favore dello Stato palestinese come obiettivo, che i sauditi hanno indicato da tempo; è interessante la tesi che ciò derivi dal fatto che hanno un’opinione pubblica di cui tener conto.

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Il discorso va fatto anche riferendosi al Libano. Il piccolo e immiserito Paese dei cedri agli occhi degli arabi vale come stabilizzatore degli equilibri regionali, per gli iraniani invece è il vettore della propria deterrenza per il tramite di Hezbollah. Hezbollah è l’avamposto sul Mediterraneo che garantisce una voce regionale all’Iran, possibile proiezione egemonica, attuale fattore di «difesa avanzata» e considerazione nell’area.

Quando il 2 marzo scorso Hezbollah ha reagito all’assassinio di Ali Khamenei tornando ad attaccare Israele dopo mesi di pausa lo ha fatto a ragion veduta: i pasdaran ormai guidavano da tempo, operativamente, Hezbollah. E in quel momento i pasdaran avevano bisogno di dimostrare che avevano ancora un potere regionale, avevano «leve».

Naturalmente Israele l’ha usata per attaccare il Libano e poi invaderne il Sud. Dunque si capisce l’osservazione di Michael Young sul cessate il fuoco firmato ieri da israeliani e libanesi a Washington: «Il piano presenta molte potenziali insidie, ma rappresenta anche il primo tentativo concreto di affrontare la questione del disarmo di Hezbollah da parte del Governo libanese. Detto questo, la questione più importante è come reagirà Israele».

In occasione del precedente tentativo di disarmo della milizia, quando l’esercito libanese procedette ad alcune confische di armi di Hezbollah (come convenuto con gli stessi miliziani) il Governo di Beirut chiese il ritiro israeliano da alcune delle cinque postazioni che Israele aveva conservato in territorio libanese dopo la guerra del 2024; non giunse un riscontro positivo nonostante le sollecitazioni dell’inviato statunitense.

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Oggi vedremo, ma possiamo già dire che il rischio peggiore se il piano non funzionasse, oggi visibile a occhi nudo, è un trasferimento di massa di popolazione, sciita, dal Sud verso il centro e il Nord del Libano, visto il livello di distruzione del Sud. I profughi interni oggi sono più di un milione. Questo trasferimento in pendenza di guerra, scontro politico e crisi economica può innescare gravi tensioni confessionali.

Davanti a un rischio simile, pur nella difficoltà per Hezbollah di accettare i termini del cessate il fuoco raggiunti a Washington e che prevedono la fine dei loro attacchi contro i territori israeliani, per l’ancora vago impegno a creare delle zone nel Sud del Libano dalle quali Israele si ritirerebbe (come primo passo) più che il no di Hezbollah sono i sostegni al governo libanese quelli che potrebbero fare la differenza.

Hezbollah si è barricata nell’ovvio, cioè nella retorica della forza, dell’onore, dell’umiliazione: «Il cessate-il-fuoco ci sarà quando il ritiro del nemico sarà totale». Qui dentro oltre all’interesse esplicito, di parte, c’è anche quel complesso che agita da tempo molte piazze arabe, e che non porta a fare i conti con la realtà.

Si può forse immaginare un futuro confronto tra opinioni diverse nella popolazione sciita del Sud? Questo non è mai stato possibile.

Ora io non credo che il Governo libanese, contro cui Hezbollah si è scagliato con durezza, sia esente da critiche, da limiti, anche da colpe. Ma se aveva ragione papa Francesco a dire che la cosa importante è avviare processi, io credo che in questo caso, con le enormi difficoltà che derivano dal trattare con Trump e Netanyahu, ci abbia provato. Avviare cioè un processo che cominci a portare al ritiro israeliano dal Sud del Libano.

Ho letto che nel profondo Sud del Libano già oggi è comparso un bulldozer dell’esercito libanese per liberare le strade dalle macerie. Una goccia… ma vera. Se ne è parlato?

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A guardar bene, il Libano in fin dei conti quali armi negoziali ha?

È economicamente sul lastrico per una crisi di dimensioni incalcolabili e che si protrae dal 2019, ha perso il suo volano, il porto di Beirut, dal 2020, è percorso da maree di profughi (palestinesi, libanesi, siriani), ha amici che non hanno reso il suo esercito «irresistibile». Poi, certo, i miliardari non scarseggiano, ma per trovare sostegni, anche tra i potenziali (e non sempre tali) amici occorre offrire una base di partenza, una leva…

Ma alla fine resta un altro dissapore: non la valutazione sul merito, che può differire, ma sul fatto che uno Stato non può esistere se un altro soggetto rivendica per sé il pieno controllo della politica nazionale di difesa. La discussione su Hezbollah è tutta qui; accanto a questa ce ne sono però molte altre, che contribuiscono alle grandi e diverse difficoltà del Libano.

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