
La Cattedrale di Kiev in fiamme dopo un bombardamento russo, 15 giugno 2026 (AP/Danylo Antoniuk)
È come bruciasse di nuovo Notre-Dame a Parigi: il ministro degli esteri francese, Ja-ean-Noël Barrot ho così tradotto l’impatto simbolico dell’incendio alla cattedrale dell’Assunzione nel plesso monastico della lavra a Kiev.
L’ennesimo attacco dei droni e missili russi nella notte del 15 giugno ha reso esplicita la volontà di distruzione di un popolo e della sua storia da parte di Vladimir Vladimirovic Putin. Nell’attacco sono stati colpiti anche gli studi cinematografici nazionali e il complesso culturale e museale della lavra. Danneggiate anche la rete idrica della capitale e una parte significativa degli impianti elettrici. Undici i morti, cinquantatré i feriti.
Lo sdegno
Lo sdegno è stato trasversale. Il Consiglio Pan ucraino delle Chiese ha parlato di una «ulteriore atrocità contro l’umanità, il cristianesimo e il patrimonio spirituale». Il Consiglio ecumenico delle Chiese ha chiesto che i responsabili ne rispondano davanti alla giustizia internazionale. Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, ha scritto: «Nessuna persona o argomentazione ragionevole può giustificare questo attacco barbaro e distruttivo di un luogo di pellegrinaggio sacro».
Il nunzio in Ucraina, mons. Visvaldas Hulbokas, ha sottolineato la potenza del simbolo. Il patriarca di Romania ha riconosciuto nella chiesa non solo un edificio sacro ma un santuario della nazione, una perdita per la cristianità e per il patrimonio universale (riconosciuto dall’UNESCO). Anche il metropolita Tikhon, primate della Chiesa ortodossa in America ha espresso l’indignazione dei cristiani ortodossi del mondo.
Nella denuncia si sono unite le due Chiese ortodosse attive nel Paese. Il primate Epifanio (chiesa ortodossa autocefala, filo-costantinopolitana), attuale responsabile della vita monastica della lavra ha parlato di crimine contro l’umanità, la storia e la cristianità. Il metropolita Clemente (Vétchéria) responsabile della comunicazione della Chiesa ortodossa (non autocefala, «filorussa») ha riconosciuto nell’incendio «il riflesso della tragedia profonda dell’intero popolo ucraino, colpito a morte da una guerra che ha ormai superato ogni limite di immoralità».
Anche i preti russi costretti all’esilio per la loro opposizione alla guerra e riuniti nell’associazione «Pace per tutti» rilevano le contraddizioni del patriarcato di Mosca: da un lato, celebra i «santi della terra russa», e fra questi Antonio e Teodosio che sono vissuti nella lavra di Kiev, senza dire nulla del bombardamento, dall’altro, si erge a difensore della Chiesa ortodossa non autocefala ignorando gli 88 preti delle Chiese ucraine uccisi dalle forze armate russe. L’incendio della lavra è l’ennesimo esempio «del cinismo e dell’ipocrisia dei cosiddetti “difensori dell’ortodossia” russi» (cf. qui su SettimanaNews).
Macerie e cultura
Davanti alla prevedibile «disinformazione» delle centrali informative russe che attribuiscono il missile al difettoso sistema antiaereo Patriot in funzione nell’esercito ucraino, subito ripreso dai «filorussi» occidentali, il responsabile militare di Kiev, Tymor Tkarchenko, attesta che l’incendio è stato deliberatamente e intenzionalmente voluto con il missile russo.
Come nell’attacco notturno precedente (6 giugno) i russi colpiscono infrastrutture essenziali, edifici storici e luoghi abitati. Il presidente Volodymir Zelensky ha denunciato «uno dei crimini più gravi commessi finora contro la cultura cristiana» e il suo ministro degli esteri, Andrii Syliha, ha parlato di «barbarie di stato». Assoluto silenzio da parte della Chiesa ortodossa russa che, nello stesso giorno dell’attacco, denuncia sul suo sito l’avvenuto «scasso» da parte dell’amministrazione pubblica di un edificio della lavra sbarrato dai monaci della Chiesa filo-russa sfrattati da tempo.
Del resto anche dopo la distruzione dell’altare della cattedrale di Odessa, consacrato dallo stesso patriarca Cirillo, non vi era stata nessuna denuncia da parte sua. Sono 800 le chiese distrutte dalla guerra, 150 i siti culturali nazionali fortemente danneggiati (45 totalmente distrutti), 1.370 quelli di importanza locale e regionale.
La lavra delle grotte di Kiev
Il sito monastico della lavra a cui la chiesa dell’Assunzione appartiene rimonta all’XI secolo. L’edificio colpito era stata distrutto nel 1941 e riaperto nel 2000 dai monaci ortodossi. Dopo il riconoscimento dell’autocefalia il Governo, proprietario dell’insieme, ha privilegiato la Chiesa di Epifanio allontanando le comunità monastiche che facevano riferimento al metropolita Onufrio. Un conflitto ampiamente raccontato (cf. qui su SettimanaNews).
La commissione di inchiesta nazionale ha concluso nel 2023 che i legami della Chiesa di Onufrio con Mosca erano ancora attivi e una successiva legge (2024; cf. qui su SettimanaNews) ha imposto una più deciso distacco da Mosca che il metropolita ha rifiutato di onorare affermando che i nuovi statuti approvati dal concilio della sua Chiesa nel 2022 erano sufficienti per definire la distanza da Mosca e l’autonomia dal patriarcato (cf. qui su SettimanaNews).
E tuttavia le ambiguità rimangono. Sono ormai un centinaio i monaci, preti e vescovi, condannati in tribunale per fiancheggiamento all’invasore russo. Sono pubbliche le discussioni interne alla Chiesa non autocefala (filo-russa) sulla legittimità delle disposizioni del concilio del 2022 e sulla possibilità che il “sacro crisma” venga consacrato a Kiev piuttosto che a Mosca. Sono almeno tre i metropoliti che rifiutano di interrompere i legami con Cirillo: Antonio di Boruspiol, Feodosy di Cherkasy e Luca di Zaporizhzhya. Nella vivacità del dibattito interno il rettore dell’accademia teologica di Kiev, il vescovo Sylvester di Bilhorod, li ha accusati di favorire il «papismo moscovita».
La legge sulle Chiese nel 2024 ha aperto molti conflitti giuridici che si stanno trascinando da mesi. Anche quello che si ritiene decisivo contro la metropolia di Kiev viene rimandato di mese in mese. Il capo dell’ufficio politico del presidente, Kyrulo Budanos, ha fatto chiaramente capire che i rimandi, formalmente giustificati dalle malattie dei giudici, rispondono all’esigenza di non forzare le cose affidando al tempo la soluzione. Questo giustifica l’ipotesi di un acuto esperto sulle Chiese orientali, Peter Anderson, che attribuisce a Onufrio la seguente strategia: considerare vincolante il concilio del 2022; muoversi come chiesa indipendente; attendere il riconoscimento di altre Chiese ortodosse; evitare scelte che espongano la Chiesa allo scisma rispetto alle altre Chiese come una indipendenza unilateralmente proclamata; riassorbire il dissenso interno.
Cappellani militari e bambini deportati
La chiesa autocefala di Epifanio non ha alcun contenzioso sul fronte dello stato. Non casualmente dopo l’incendio il metropolita ha visitato il sito monastico accanto al presidente Zelensky. Ma ha il problema di assorbire quelle comunità che facevano riferimento al «patriarca» Filarete, recentemente scomparso, e di ottenere il riconoscimento di una decina di Chiese ortodosse nazionali che ancora non l’hanno fatto (cf. SettimanaNews).
Il rapporto fra le due Chiese è a un punto morto e l’altra Chiesa importante, quella greco-cattolica, non sembra interessata o efficace nell’aprire un dialogo trasversale reso peraltro difficilissimo dal dramma della guerra.
Due ulteriori elementi sono indicativi della situazione: i cappellani militari e le migliaia di bambini e adolescenti sottratti dai russi alle famiglie ucraine dei territori occupati.
Nel 2014 i cappellani erano una quindicina, guardati con sospetto da un esercito ancora legato alla tradizione sovietica. Oggi sono 400, di 14 confessioni diverse (ma non della Chiesa di Onufrio per il sospetto filo-russismo). Essi testimoniano dell’estrema tensione di un esercito provato da cinque anni di guerra, chiamati a coltivare i legami con le famiglie e i comandanti, esposti all’orrore della morte e della violenza.
La difesa della «guerra giusta» contro l’aggressore deve fare i conti con uomini che perdono i legami precedenti e trasformano l’aggressività in rabbia furiosa con la domanda implicita: «Come potremo tornare alla vita normale?». La questione dei bambini è tornata a inquietare dopo il rapporto della commissione internazionale indipendente presentata al Consiglio dei diritti umani dell’ONU (cf. qui su SettimanaNews). Dal testo emerge che le autorità russe hanno commesso crimini contro l’umanità attraverso la deportazione e il trasferimento forzato di migliaia di bambini ucraini che solo in piccola parte sono stati riportati alle loro famiglie di origine.





