Lo specchio distorto della Gran Bretagna

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Il primo ministro britannico Keir Starmer in conferenza stampa (Carlos Jasso/ Pool Photo via AP)

Dieci anni fa la Brexit (23 giugno 2016), oggi la guerra civile su base razziale e l’instabilità politica: il Regno Unito, Paese segnato da anni da una crisi politica costante, è un laboratorio del caos che può contagiare l’Italia. Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 13 giugno 2026

La Gran Bretagna è il nostro specchio distorto, indica sempre uno dei futuri possibili per l’Italia. La sua crisi politica costante, la sua perdita di senso e di anima, non è una profezia, ma è un avvertimento.

Si avvicina l’anniversario della Brexit, innescata dal referendum del 23 giugno del 2016: in quell’occasione un Governo fragile, quello di David Cameron, usò l’appello diretto al popolo per cercare di neutralizzare la concorrenza del populismo di destra, all’epoca il partito UKIP di Nigel Farage. Non ha funzionato, tutta la politica è stata spinta dalla polarizzazione referendaria ad adottare logiche e deliri populisti.

Un utile promemoria per il centrodestra italiano che si chiede come maneggiare il generale Roberto Vannacci, che è il nostro Farage (cf. a proposito il dibattito Feltri-Telese qui pubblicato − ndr).

Isolamento fatale

La Gran Bretagna è uscita dall’Unione Europea nel 2020 e da allora ha avuto sempre ragione per pentirsene, tanto che ora Londra è impegnata in costanti negoziati con Bruxelles per trovare nuovi modi di rimanere connessi e integrati almeno sul piano economico.

L’Italia, che dieci anni fa ribolliva di pulsioni anti-europee, di profezie apocalittiche sull’euro e di spinte sovraniste, non ha preso quella deriva: neppure il Governo più populista, il Conte 1 tra 2018 e 2019, ha perseguito l’Italexit.

Per la verità, nessun altro Paese e nessun partito estremista o sovranista chiede più di lasciare l’Unione Europea. E già questo dovrebbe essere sufficiente a indicare qual è stato il bilancio politico della Brexit.

L’assenza dell’àncora europea ha lasciato la Gran Bretagna da sola ed è come se questa ulteriore insularità politica avesse trasformato il Paese nella versione estrema di sé stesso. Non è una coincidenza che Elon Musk lo abbia trasformato nella sua seconda patria di attivismo politico e in un laboratorio di manipolazione collettiva tramite social media, cioè con X.

Musk vuole evitare che la Gran Bretagna segua l’Unione Europea nel mettere limiti alle piattaforme digitali, ha bisogno di una specie di base europea offshore dove la libertà di espressione è estrema in modo da conservare massima influenza politica in questa parte del mondo.

La spinta social della destra xenofoba

La delusione per le conseguenze reali della Brexit, l’implosione del sistema politico e la polarizzazione esasperata dalle piattaforme digitali si saldano nei disordini di questi giorni, che ormai seguono uno schema consolidato.

C’è un episodio di violenza che sembra confermare tutti i peggiori pregiudizi anti-immigrati, una reazione delle autorità che viene letta come di eccessiva indulgenza dovuta al timore di sembrare razzisti, segue l’indignazione sui social che chiama i cittadini bianchi discriminati all’azione e si arriva ai tentativi di linciare immigrati o comunque persone con la pelle non bianca in strada e scontri con la polizia.

Il social network X di Elon Musk, ed Elon Musk stesso con il suo account da 240 milioni di follower, agisce come amplificatore dei pregiudizi e dell’indignazione e come strumento di coordinamento dei bianchi violenti.

Era già successo all’inizio del Governo laburista di Keir Starmer, sta succedendo di nuovo. Prima c’è stato il caso di Southampton: la notte del 3 dicembre 2025 un giovane inglese bianco, Henry Novak, ha un alterco in strada innescato da un video su Snapchat con un altro inglese di ascendenza indiana, Vickrum Singh Digwa. Novak lo provoca, Digwa lo accoltella a morte.

I poliziotti che arrivano sul posto si fanno ingannare dalle dichiarazioni di Digwa che denuncia un’aggressione razzista e ammanettano il povero Henry Novak morente a terra.

C’è un processo, emerge la verità, Digwa viene condannato all’ergastolo. Ma emergono poi anche i video delle bodycam dei poliziotti che riaccendono l’indignazione, cavalcata da Musk: come nella vicenda delle «grooming gang», la rete di pedofili in gran parte pakistani, ogni delitto che conferma la narrazione della destra xenofoba può contare sull’amplificazione estrema di X.

Cominciano i disordini, un gruppo di britannici bianchi vuole assaltare la casa di Digwa, forse linciare la famiglia, in particolare la madre che aveva provato a coprirlo e il fratello che aveva depistato i poliziotti.

Il rischio di «britannizzarci»

A Belfast, nell’Irlanda del Nord, stesso copione: c’è il video di un uomo, sudanese si saprà dopo, sicuramente nero, che colpisce a coltellate un bianco a terra, prova anche a decapitarlo con un coltello.

Tommy Robinson, il criminale estremista di destra sostenuto da Musk, condivide il video, partono le rivolte anti-immigrati a Belfast. Che in realtà non sono contro gli stranieri, ma contro i non-bianchi, dunque questi frequenti episodi di violenza in Gran Bretagna non rientrano in una rivolta xenofoba, ma in una guerra civile interna a tappe.

Non è detto che finiamo anche noi così. Ma chissà cosa sarebbe successo se dopo la tentata strage di Modena, commessa da un italiano ma con genitori marocchini e la pelle più scura, il sindaco Massimo Mezzetti avesse aizzato la folla invece di convocare una manifestazione pacifica a difesa dei valori della città e della convivenza.

Questo collasso della società britannica avviene anche in parallelo, e forse in conseguenza, di una crisi del sistema politico che è diventato ingovernabile proprio per l’ascesa dei populisti di Farage, ora alla guida di Reform, e adesso di un nuovo populismo di sinistra che va sotto l’etichetta di Green Party.

La conseguenza immediata è che il Governo laburista di Keir Starmer, arrivato appena nel 2024 dopo un decennio di insuccessi dei conservatori, è in crisi costante dal primo giorno e sembra prossimo al collasso. Un cambio di premier non risolverà i problemi.

Non c’è una morale, in questa storia. Se non che noi italiani dovremmo guardare la politica britannica con grande attenzione. Non tanto perché si sta «italianizzando», come ha scritto il Financial Times, passando da un solido bipartitismo al caos, ma perché noi rischiamo di «britannizzarci».

Dall’eredità di Thatcher e Brexit al ritorno all’Ottocento

Marzia Maccaferri è una storica delle idee e della politica che insegna alla Queen Mary University di Londra, firma di Appunti.

  • Il mandato di Keir Starmer è stato pieno di problemi fin dall’inizio. Che cosa è andato storto? Il Labour sapeva che avrebbe vinto nel 2024 e ha avuto molto tempo per prepararsi.

Il fallimento della leadership di Keir Starmer — perché possiamo certamente dire oggi che si tratta di un fallimento — credo sia dovuto a un mix di cose.

Innanzitutto Starmer è stato sfortunato, questo bisogna considerarlo. Ha ereditato una situazione particolarmente grave e danneggiata: Brexit, crisi economica, guerra in Ucraina, problemi che comunque condivideva, a parte la Brexit, con il resto dei paesi europei.

Poi è arrivato Trump. E poi non va dimenticato che, a poche settimane dal suo insediamento, cioè nell’estate 2024, c’è stata la prima marcia di Tommy Robinson. Ne abbiamo vista una qualche giorno fa e il primo attacco al Governo Starmer è arrivato a poche settimane, appunto, dal suo insediamento.

Ma se dobbiamo seguire quello che diceva Machiavelli, un 50 per cento è dovuto alla fortuna, e quella, ok, non l’ha avuta. Ma l’altro 50 per cento è dovuto, secondo Machiavelli, a una buona leadership, a un buon principe, alla virtù umana che deve contenere i danni della sfortuna. E lì Starmer proprio non ci ha azzeccato.

Inesperienza, accentramento nel suo stile di leadership — tutto deve passare per un accentratore — certamente incompetenza nelle decisioni politiche, uno stile comunicativo pessimo, placido e burocratico, che ha funzionato contro i conservatori, quindi Boris Johnson e tutti gli altri, ma che si è rivelato inefficace quando appunto la leadership è al Governo.

In più, da un punto di vista puramente politico, il suo Governo fa una politica principalmente di reazione e non proattiva.

Allo stesso tempo, credo che ci sia anche un problema profondo dentro il partito, logorato naturalmente da anni, se non forse da decenni, di lotte interne.

E questo, al di là del fatto che non è mai un bello spettacolo, da un punto di vista puramente concettuale e politico non ha prodotto idee, sostanzialmente, ma ha prodotto soltanto tifoserie — dal mio punto di vista, hooligan — da una posizione all’altra. E quindi ha sostanzialmente bloccato qualsiasi capacità innovativa del partito una volta al Governo.

  • Il sistema dei partiti quasi bipolare è andato in crisi anche a parità di legge elettorale. Ormai la politica della Gran Bretagna si è italianizzata. Come è successo?

Quando c’è una crisi di governabilità, o di qualsiasi altra natura, la stampa inglese riprende normalmente sempre questo paragone: il Regno Unito si sta italianizzando.

Anche il Financial Times ha fatto di recente un articolo con questo titolo. Da un certo punto di vista sì, è un processo di italianizzazione, nel senso che il pluripartitismo sembra ormai consolidato.

Se da un lato, alle ultime elezioni politiche, appunto quelle che hanno incoronato Starmer, si poteva pensare che ci fosse un riallineamento nel tradizionale bipartitismo, con queste ultime elezioni locali invece si ritorna a quello che tutti gli analisti concordano essere un processo cominciato anni, decenni fa.

Il sistema politico-partitico inglese è formato da quattro partiti a livello nazionale: tre storici, ai quali si è aggiunto Reform; due partiti nazionalisti, che hanno ottenuto maggioranze relative alle ultime locali; e un partito emergente, i Verdi.

Il problema, in questo quadro, naturalmente è la legge elettorale maggioritaria. Non mi dilungo su quello, però c’è una forte discrasia e quindi il first past the post rischia di essere ulteriormente disrappresentativo, esattamente come rischia di non produrre maggioranze in grado di governare.

Che cosa è successo? Credo che sia stato un incontro fatale tra il residuo del thatcherismo — quindi deindustrializzazione, abbandono della politica delle idee, limitandosi alla politica come gestione del conto in banca, senza immaginare altro che tutta la politica si risolva nell’economia — e poi ovviamente la Brexit.

La Brexit si è inserita trasversalmente in entrambi i partiti tradizionali, spaccandoli entrambi, facendo quello che nella storia della politica inglese e britannica fecero la Corn Law e la questione irlandese: di fatto crearono una frattura nel sistema bipartitico e aprirono lo spazio per nuovi partiti, che furono il Partito liberale e poi il Partito laburista all’inizio del Novecento.

Siamo quindi di fronte a questa situazione? Vedremo. Da un certo punto di vista sì: Reform ha preso, almeno stando ai numeri, il posto del Partito conservatore. Cosa farà il Partito verde? Si vedrà.

  • Il Partito dei Verdi è la risposta da sinistra a Nigel Farage e al suo Reform? Si va verso un nuovo “bipopulismo”?

Certamente la crescita dei Verdi è stata la novità di queste ultime elezioni locali. Ed è chiaro che i Verdi hanno raccolto lo scontento a sinistra, soprattutto nei centri urbani come Londra e soprattutto tra i giovani, tra le nuove generazioni. È una cosa importante da tenere presente.

Tuttavia non sono ancora un partito nazionale, cosa che invece è ormai chiara dai dati di queste elezioni. Quindi i Verdi rimangono all’inizio della loro maturazione, dovranno essere giudicati politicamente fra un po’. Anche da questo punto di vista è troppo presto.

Però mi sento di dire che i segnali non sono dei migliori, non sono per nulla incoraggianti. Al di là della polemica sul fatto che il leader dei Verdi, Zack Polanski, non ha pagato le tasse comunali — che è una pochezza — da un punto di vista politico secondo me è molto più bizzarro il fatto che non sia andato a votare.

Zack Polanski ha chiesto agli elettori di andare a votare per il suo partito, ma lui non ci è andato. Credo che questo sia un unicum nella storia sicuramente di questo paese, forse anche della politica moderna, contemporanea, di massa, occidentale ed europea.

Il Regno Unito è quindi un laboratorio di nuovo bipopulismo? È una bella espressione, mi piace, magari ci si può riflettere in futuro. Però credo sia ancora un po’ troppo presto. E il Labour è un partito strutturato: al di là del nuovo leader impettito che sta arrivando, il sindaco di Manchester, c’è tempo e spazio per riprendersi.

Da questo punto di vista, non va neanche dimenticato che si tratta di elezioni locali. Le elezioni politiche possono andare diversamente; storicamente, in questo paese, sono sempre andate diversamente.

Vorrei concludere con una prospettiva diversa. Diciamo che alle ultime elezioni locali hanno vinto i partiti nazionalisti: sono tre, Scozia, Galles — seppure con maggioranze relative — e Reform, un partito ultranazionalista se non reazionario.

Insomma, più che bipopulismo potrebbe sembrare — finisco con questa battuta — un ritorno alla politica ottocentesca.

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