«Dark»: un tempo per ogni cosa, anche per risorgere

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C’è un suggestivo testo di un’opera non terminata dal filosofo e teologo Schelling, Le età del mondo, che ci aiuta a focalizzare il tema del tempo: «Il passato viene saputo, il presente viene conosciuto, il futuro presagito. Il saputo viene narrato, il conosciuto esposto, il presagito profetizzato […]. Dio deliberatamente avvolge in una notte oscura sia l’inizio del tempo passato sia la fine del tempo futuro. Non a tutti è concesso di conoscere la fine, solo a pochi di vedere le prime origini della vita, a pochissimi di pensare esaustivamente, dalla prima all’ultima, la totalità delle cose».

Se riflettiamo sulla preziosità del tempo, e scopriamo, non senza rammarico, che l’inizio e la fine della vita umana non sono a nostra disposizione, l’esistenza sembra invitarci ad un pensiero «aperto al mistero», che colga la necessità di un affidamento laddove è buio perché ancora non conosciamo e forse non riusciremo mai a conoscere.

La Scrittura affida il tempo a Dio, attraverso il Qoelet che sentenzia «c’è un tempo per ogni cosa». E se la fretta del tempo odierno potrebbe distoglierci da tale verità, possiamo giudicare da soli se questo tempo che mangia e dimentica gli istanti, senza farli diventare memoria, ci aiuti o meno a fondare solide radici per elevarci verso il nostro futuro.

Sic mundus creatus est

Anche in Dark, serie Netflix diventata famosa nel 2020, la tematica del tempo è centrale. In questa fantascienza sono possibili i viaggi temporali, distanziati rigorosamente tra loro di 33 anni. Allo spettatore vengono proposte le conseguenze nei paradossi temporali, come l’incontro tra le persone che ritornano nel loro passato, e che saltano nel loro futuro, dando luogo a genealogie ricorsive e a nodi circolari eterni.

Due simboli ricorrono per rappresentare questo intricato avvilupparsi del tempo su sé stesso. Il primo è il classico Uroboro, un serpente che perennemente inghiotte la sua stessa coda. Tipico dell’antico Egitto, l’uroboro simboleggia l’eterno ritorno, cioè il tempo che ciclicamente ricompare come era stato in precedenza, come il ciclo delle stagioni o il ciclo delle acque terrestri, in cui lo scorrere non fissa mai nessuna condizione atmosferica definitiva, e non accade mai che il mare si riempia.

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Il secondo è il simbolo della triquetra, una curva con quattro archi di cerchio disposti in modo tale che non se ne capisca né l’inizio né la fine, disposti su una simmetria triangolare, il tutto circondato dal cerchio. Tale simbolo, con l’aggiunta della scritta: Sic mundus creatus est, è raffigurato sulla porta in ferro che nelle grotte di Winden porta da un tempo ad un altro.

Nell’immaginazione del viaggio temporale si produce anche il paradosso della circolarità degli eventi, cioè per una serie di fatti, inizialmente dislocati nel passato, nel presente e nel futuro, non ha più senso parlare di un inizio e di una fine, perché l’anello temporale in cui questi fatti si auto chiudono ha in sé causa ed effetto che si rincorrono per sempre, secondo le azioni dei protagonisti che muovendosi da un tempo all’altro lo fanno ripiegare su sé stesso.

Tempo e sofferenza

In diversi episodi si ha la distopica sensazione che il mondo come lo conosciamo, di rapporto tra causa ed effetto, non valga più, in particolare per gli inutili sforzi che i protagonisti fanno nel modificare il passato perché si generi un nuovo presente. Lo scopo sarebbe tagliare alla radice gli eventi negativi del passato da cui si sono generate le sofferenze presenti.

E per via delle sofferenze nel mondo, anche Leibniz venne aspramente criticato. Quando cercava di spiegare come potesse essere avvenuta la creazione, ipotizzando un imprecisato «momento zero» in cui Dio avesse a disposizione davanti a sé, in modo ideale, tutti gli infiniti mondi possibili, e nella sua saggezza avesse scelto il migliore tra essi, e lo avesse attuato come il nostro mondo reale, Voltaire asserì che «se proprio è andata così», l’impegno divino profuso in tale opera avrebbe dovuto essere maggiore, vista la strage avvenuta nel terremoto di Lisbona del 1755.

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E anche in Dark non ci si ferma a tempi differenti, ma ci sono anche mondi differenti, come si comprende a metà della seconda stagione. Così capita non solo di vedere scene con tre versioni «temporali» dello stesso personaggio, giovane, adulto e vecchio nello «stesso tempo», ma anche una versione «A» e una versione «B» dello stesso personaggio, appartenente a due mondi differenti ma comunicanti tra loro. Le versioni alternative hanno storie e relazioni diverse in base al mondo di provenienza.

La motivazione «tecnica» che genera questi due mondi alternativi, in lotta fra loro, è uno «squarcio spazio temporale» dovuto all’invenzione della macchina del tempo. Ma la ragione più primitiva è da cercarsi nella sofferenza umana: la perdita delle persone amate con una disgrazia dovuta ad un litigio che si poteva evitare.

Risorgere

La sceneggiatura gioca ancora sulla tematica del tempo. Siamo nel mondo delle origini, quello che precede la separazione. L’orologiaio Tannhaus non ha tempo da dedicare a suo figlio Marek. È sempre impegnato nelle sue grandi idee, da cui sfocerà quella macchina (infernale) che causerà la divisione/duplicazione del singolo mondo nei 2 mondi di Adam e Eve.

La continua «assenza» del padre, crea nel figlio Marek una sensazione di abbandono. La mancanza di dialogo tra i due verrà «colmata» soltanto quando sarà troppo tardi. Nella scena topica dell’ultimo episodio, il figlio riesce a sfogarsi con il padre, ma questo piuttosto che riconciliare, porta ad una divisione ancora più profonda.

Anche se Tannhaus vorrebbe che il figlio rimanesse in casa, questi perde ogni speranza nel suo genitore e contro ogni logica, preso dallo sconforto e dalla disperazione, fugge la presenza paterna mettendosi alla guida della macchina in piena notte e durante un diluvio. Nemmeno la moglie, che è incita del loro primo figlio, riesce a riconciliare le parti. La moglie riesce soltanto ad alleviare parte del dolore, e quando sembrava che vi potesse essere uno spiraglio di riconciliazione, accade il peggio, Marek perde il controllo della macchina e la famiglia cade in un burrone.

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Il vecchio orologiaio non resiste al dolore della perdita di figlio, nuora e nipote. E allora il suo studio si concentrerà sul come riportare indietro le lancette del tempo, perché l’unica risurrezione possibile per lui e per gli altri è ritornare nel passato e recuperare i fatti prima che accadano. Dopo numerosi tentativi riesce nel suo intento, ma l’invenzione della macchina del tempo produce anche l’effetto collaterale di due mondi alternativi.

E se la drammaticità e l’opposizione dei due mondi era nata per il dolore della perdita delle persone amate a causa della tragedia e della scomparsa prematura di una famiglia, l’imprevista (e imprevedibile perché libera) sanificazione di tale «ferita cosmica» avverrà attraverso l’amore di Marta e di Jonas. Nelle loro versioni né troppo «giovani», incapaci di dichiararsi l’amore perché frenate dai propri limiti psicologici e ancora inesperte nel cavalcare i sentimenti, né troppo logorate e vittime del tempo, al punto d’uccidersi a vicenda perché travolte dai sentimenti o rese inerti ad essi, ma nella equilibrata interpretazione di quel «siamo fatti per stare insieme, non credere mai che non sia così…» (You and I are perfect for each other, never believe anything else) riusciranno a riconciliarsi, e a dare compimento alla loro dichiarazione d’amore pur sapendo che ritornare all’origine significa per essi sparire dall’esistenza.

La terza via

Tra l’ingenuità che evita le scelte, e la troppa saviezza umana che le vorrebbe tutte già calcolate, la terza via è affidarsi alla vita e alla morte, col rischio di smettere di esistere o magari chissà, essere ancora, oltre la materia. Tra l’opzione nichilistica di Adam (il Jonas diventato troppo vecchio), e quella dell’eterno ritorno di Eve (idem per Marta) per cui il principio è la fine e la fine è il principio, il sacrificio di Jonas e Marta, di tornare all’origine, non sarà vano e seppur destinato ad essere un etereo ricordo, darà comunque frutti di realtà. La tragedia familiare non succederà perché i due ragazzi, mano nella mano, faranno desistere Marek e lo convinceranno alla riconciliazione proprio grazie alle parole del padre Tannhaus: ciò che sappiamo è solo una goccia, ciò che ignoriamo è un oceano.

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Alla fine il tempo che tanto ha costretto i protagonisti a piegarsi e rispettarlo, sembra sparire anch’esso di fronte al mistero dell’uomo. Non solo la scena finale ci dice che il groviglio dei salti temporali è sparito (perché non è stato più necessario inventare la macchina del tempo) ma di più: tutto si risolve nell’ultimo dialogo di Hannah che racconta l’incubo della notte precedente. Il suo risvegliarsi è il tornare alla luce del presente, un uscire fuori dall’oscurità, senza nessun rischio di Apocalisse, più volte paventato, evitato ed accaduto nelle tre stagioni: come se all’improvviso fossi libera, ne volontà ne doveri, un’oscurità sconfinata. Nessun ieri, nessun oggi, nessun domani. Niente.

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Un commento

  1. Nicola Mastroffa 13 giugno 2022

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