Crisi del prete. Si può fare diversamente?

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ministero sacerdotale perde valoreAnche don Francesco Cosentino, dopo aver letto i tre interventi di don Armando Matteo (cf. Settimananews 4, 10 e 13 giugno 2017) su “Che cosa resta del prete?”, propone una sua lettura della figura del presbitero oggi. Don Francesco, 38 anni, prete dal 2005, della diocesi di Catanzaro-Squillace, docente e guida di ritiri spirituali e incontri, è attualmente officiale presso la Congregazione per il clero e docente incaricato presso la Pontificia Università Gregoriana. Appassionato del discorso su Dio, vanta numerose pubblicazioni su questo tema.

Il ministero sacerdotale perde valore e significato. Attrae sempre meno. E sembra muoversi con affanno, per così dire “fuori tempo”, cioè in un tempo che non è più il suo. Così, don Armando Matteo, su questo sito web ha fotografato la “crisi del prete”, senza troppi giri di parole.

Ritengo si debba dare seguito a quelle osservazioni e cercherò di farlo, anche se un po’ più ottimisticamente del mio amico Matteo, affrontando alcune questioni e aprendo qualche pista di riflessione.

Quale identità?

Per affrontare sul serio la “crisi del prete”, occorre fare riferimento alla questione – molto dibattuta e di non semplice soluzione – della sua identità. Non si tratta solo di un teorico argomento teologico ma, al contrario, quando si parla dell’identità presbiterale, bisogna soffermarsi non già su un modello astratto, quanto sulla figura del sacerdote, così come è venuta configurandosi nella storia concreta della comunità credente. Ancor più, si deve far riferimento alla parola di Dio, che rappresenta l’orizzonte di fondo entro il quale dovrebbero sorgere i criteri del ministero presbiterale.

Se è vero, come afferma il noto teologo Greshake in Essere preti in questo tempo (Queriniana, 2008), che «negli ultimi anni il tema del “prete” è diventato una specie di muro del pianto su cui battono il capo tanti sacerdoti, ma anche vescovi sconsolati e laici disorientati», è altrettanto vero che, prima di interrogarsi sulla crisi numerica, sul modello di vita e sulle incombenze pastorali, occorre ritornare alla domanda di fondo: che cosa volle realmente Gesù quando radunò attorno a sé gli apostoli e li inviò in missione?

È solo se si prende sul serio questo interrogativo che si potrà guardare in faccia la crisi, forse addirittura scoprendo che essa non è poi così tanto drammatica, non perché non sia reale, ma per il fatto di interessare aspetti che probabilmente c’entrano poco con l’essenziale del ministero.

Solo come prima provocazione – riservandomi di scavare più a fondo nell’argomento – mi soffermerei sulla questione dell’identità.

Uno sguardo alla storia

Sostieni SettimanaNews.itSi possono ricordare le origini, quando il cristianesimo è organizzato in piccole comunità, erranti e nomadi, centrate per lo più sull’evangelizzazione; successivamente, come sappiamo, le cose sono notevolmente cambiate.

Infatti, per anni, forse per secoli, il ministero presbiterale si va configurando all’interno della nascente cristianità, cioè di quel processo di simbiosi tra religione, società e cultura che se, da una parte, ha favorito l’integrarsi e l’espandersi della fede, dall’altra, ha in qualche modo oscurato la potenza profetica del Vangelo, la forza della sua debolezza, la ricchezza della sua povertà e, in generale, la sua voce “ostinatamente altra” rispetto al mondo.

Il modello di Chiesa, la simbologia liturgica, le forme della fede e, non da ultimo, la stessa figura di prete, lentamente, hanno finito per assomigliare più al modello dell’Impero Romano che a quello dell’identità evangelica. È vero che la Chiesa diventa una struttura fondamentale della società e che il cristianesimo si diffonde a macchia d’olio, sviluppando capacità di presenza e di incidenza nella vita pubblica; tuttavia, è altrettanto vero che il cristianesimo smise di essere la risposta personale a una chiamata evangelica per diventare, invece, un fattore naturale e culturale; la Chiesa cambiò la sua forma esteriore e le sue strutture e, così, anche il ministero presbiterale dovette adeguarsi.

Il prete sul “piedistallo”, autorità indiscussa capace di esercitare un certo potere, spirituale e non solo, era il modello che ben si integrava con una società contrassegnata dalla fede religiosa, nella quale era “normale” credere.

Qui, vedo un primo serio motivo della crisi odierna. Oggi, con lo sviluppo moderno della libertà personale, la crescita del valore della democrazia e un mondo fortemente segnato dal secolarismo e dall’abbandono della fede, può reggere ancora quell’idea e quel modello di prete che, pure, a fronte delle innovative indicazioni di papa Francesco, sembra essere ancora il sogno latente di molti e l’immagine nascosta dietro alcune strategie pastorali? Si può ancora andare avanti continuando a parlare di “servizio”, nella segreta convinzione di essere ancora dei monarchi assoluti?

Una crisi provvidenziale?

Forse, l’attuale crisi del cristianesimo, costringendo la Chiesa a ridiventare minoritaria, potrebbe essere un’occasione proficua: Dio vuole ricondurre il suo popolo nel deserto e nella diaspora per alleggerirlo di un sistema imperiale  e mondano, per mandare in frantumi un cristianesimo diventato sottosistema della società e permettergli di recuperare uno spirito evangelico. Questa strada, profeticamente e coraggiosamente tracciata dall’attuale pontificato, lascia ancora perplesse molte figure del clero.

La paura di lasciare quel modello “sicuro”, a cui si è stati formati e ci si è abituati, per ora vince sul coraggio di osare nuove vie. Nella paralisi, ci si dimentica che l’identità del prete è in cammino, è aperta, è in continua evoluzione.

Non c’è un prete “valido una volta per tutte”, ma un ministro chiamato nella storia concreta, fatta di volti, di gioie e di lacrime, in un mondo storico reale che ha coordinate precise e dentro il quale, se si vuole incidere davvero, occorre abitare. Non come un capo, un supervisore o un estraneo, ma come un compagno di strada. Se tutto cambia, allora anche sull’identità e sul modello di prete mi viene da chiedere: si può fare diversamente?

[seconda parte]

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