Focolari: movimento, carisma e storia

di: Lorenzo Prezzi

Si possono leggere le vicende di un movimento ecclesiale a partire dalle categorie dei movimenti sociali? Leadership, strutture, confronti, stagioni ecc.: le assonanze non nascondono le particolarità e il cuore pulsante di ciò che è proprio della fede e della Chiesa. B. Callebaut, professore ad Anversa, a Roma e all’istituto universitario Sophia (Loppiano-Firenze), ricostruisce i primi vent’anni dei Focolari.

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– Nel suo volume – La nascita dei Focolari[1] – racconta le vicende del movimento ecclesiale con un approccio rigorosamente sociologico-critico e simpatetico ad un tempo. Perché la stagione del puro racconto testimoniale non è più sufficiente per i Focolari e, suppongo, per i movimenti ecclesiali e le nuove comunità?

Penso che il puro racconto testimoniale, nel quale si sente molto viva la persona, rimanga valido sempre. Non penso che un libro come il mio possa cancellare dalla mia storia lo choc benefico provato alla lettura di alcune pagine del primo libro della Lubich (Meditazioni), pagine che stimolavano a vivere i messaggi che contenevano. Ciò premesso, credo che, in un secondo momento, vadano rispettate quelle esigenze di capire, di contestualizzare, di legare il fenomeno in sé a una storia pregressa e coglierne almeno un po’ la prospettiva futura.

Dio abbandona Gesù?

– Il nucleo attivo del racconto è il carisma, ma il carisma è sempre concesso dallo Spirito a qualcuno (fondatore) e ad un gruppo (movimento). Come potrebbe sintetizzare le illuminazioni o visioni spirituali che dal 1943 al 1949 hanno dato forma alla spiritualità di Chiara Lubich, in particolare “Gesù abbandonato” e “Gesù in mezzo”?

Certo, il carisma è sempre concesso a qualcuno in particolare, anche qui. Solo dopo un certo tempo la Lubich si rese conto che in verità quel dono – non ancora chiamato carisma all’epoca, sembrava un concetto “protestante” – era dato a lei e a nessun’altra, almeno non in questa forma forte, limpida, travolgente. Ma, col tempo, s’accorse anche che i suoi primi compagni, che erano mandati altrove – in Italia prima, poi in Europa e nei continenti – diventavano anche loro in qualche modo portatori, moltiplicatori del carisma, “fontanelle” a loro volta.

Oggi come oggi – e nel mio libro viene documentato ampiamente – il cuore del carisma della Lubich è legato all’avere individuato – per dono – e poi sviscerato, come non mai nella storia di due millenni di vita cristiana, il significato di quel culmine della passione che costituisce il momento del grido d’abbandono di un uomo-Dio. La sua comprensione va oltre quello che avevano vissuto e messo in luce alcuni, come Giovanni della Croce o anche Lutero.

Forse bisogna dire che il nostro tempo, che a tanti appare come un’epoca dove Dio sembra assente, è proprio il più adatto per affrontare quel mistero che ci porta poi a scoprire nuove dimensioni dell’amore “relazionale”! Un Dio che, per amore dell’uomo, penetra dove un Dio non potrebbe andare, al cuore di un’esperienza tipicamente “atea”.

Senza adesso addentrarmi tanto dentro la questione, bisogna sottolineare che c’è un intimo legame con l’altro punto centrale della spiritualità lubichiana, quello della presenza di Gesù dove due o tre sono riuniti nel suo nome: questa attenzione al Dio che vuol vivere anche tra di noi, e non solo dentro di noi singolarmente, proprio con quella misura d’amore che Egli ha rivelato nella passione-abbandono.

Gesù abbandonato è il Dio del nostro tempo, disse la Lubich. Con un’immagine, certamente limitata, si potrebbe dire che, accanto ad un asse di spiritualità verticale, emerge qui con più forza un asse spirituale orizzontale: Dio “si gioca” anche nei nostri rapporti, l’amore evangelico vuole investire il nostro vivere sociale.

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Un carisma e la sua fecondità nel tempo

– Una strana leadership quella di Chiara. Si sente e non si vede. Impiega più di 20 anni per essere formalmente riconosciuta (1965) eppure non c’è decisione del Movimento che non passi attraverso di lei. Non mi pare comune nella storia dei carismi di fondazione.

All’inizio degli anni Cinquanta il Sant’Uffizio esamina le carte sui Focolari e avvia una serie di confronti con la giovane fondatrice. Per mettere alla prova lei e i suoi e misurare la loro fedeltà alla Chiesa, le chiede di fare un passo indietro, di non fare più da responsabile del Movimento. La Lubich ha l’impressione che le si chieda di rinunciare alla sua maternità spirituale, è la prova suprema. Invece, l’arcivescovo di Trento consiglia a Chiara: «Tu devi influire come e più di prima, basta che sia un’altra persona a tenere la corrispondenza con i canali vaticani».

Il suo entourage non occulterà mai chi è veramente l’anima del Movimento e non ci fu crisi di leadership durante tutti quegli anni, fino a quando Paolo VI risolse definitivamente la questione. Nel 1965 la Lubich firmerà la sua prima lettera come presidente dei Focolari.

D’altra parte, personalità attente come Montini (1952) e De Gasperi (1950) la conobbero molto presto; teologi, a cominciare da Von Balthasar, la notarono già negli stessi anni; il futuro cardinal Bea la sostenne discretamente dal 1955, e si potrebbe continuare di questo passo…

Ma un secondo tratto viene fuori in un suo testo poco conosciuto, in cui scrive che le rincresce di non poter imitare Maria, la quale riuscì a vivere “nascosta”. In seguito, quando negli anni Settanta il personaggio Lubich inizia a essere più conosciuto, lei declina quasi sempre le tante domande di interviste e gli inviti ufficiali, impossibilitata ad esaudire queste richieste, per il fatto che deve dirigere e indirizzare il Movimento nei suoi molteplici sviluppi.

Ci sarà poi una terza stagione, dagli anni Novanta al 2004, nella quale sceglierà con cura gli appuntamenti e diventerà una figura, almeno in parte, più “pubblica”. Oggi, a distanza di tempo, si inizia a cogliere che dietro la sua statura di portatrice di spiritualità, c’era anche una densità di pensiero poco comune. Non è stata solo una persona spirituale e “buona”, insomma.

Dire che non c’è decisione del Movimento che non sia passata attraverso di lei, è probabilmente un’esagerazione. Ma è certamente vero che tutte le molteplici evoluzioni e gli sviluppi dei Focolari hanno potuto beneficiare fino alla fine del vaglio della fondatrice, perché solo lei con il suo carisma poteva dare il tocco decisivo, almeno per le cose più importanti. Ma un tocco solo non basta per governare un movimento complesso come i Focolari.

Qui bisogna sottolineare che Chiara Lubich ha avuto due collaboratori eccezionali: I. Giordani dal 1949 e P. Foresi dal 1950, veri co-fondatori, come lei stessa dirà, con i quali condividerà quasi quotidianamente la responsabilità della conduzione del Movimento: Igino Giordani (1894-1980) in qualche modo la aiuterà nel rapporto con la società e Pasquale Foresi (1929-2015), una volta ordinato sacerdote, svolgerà sempre più il ruolo di mediatore con la Chiesa. Sosterranno la fondatrice da veri discepoli, la favoriranno in un mondo ancora molto clericale e sapranno rimanere al loro posto.

Poi, col tempo si è andato istaurando sempre più un modo collegiale di gestire l’insieme del Movimento: si sono costituiti tanti organi collegiali che, fin quando è vissuta la Lubich, hanno saputo darle lo spazio per dire la parola decisiva, per capirne la conformità al carisma o stimolarla a inventare.

Forse due esempi aiutano a capire sia il ruolo del carisma sia quello dell’assunzione di responsabilità e competenza creativa di chi stava vicino alla fondatrice. All’inizio degli anni Novanta nasce quella sua proposta che verrà poi chiamata Economia di comunione: vuole far nascere delle imprese che si impegnino a condividere gli utili con i poveri e a sostegno di una cultura della condivisione. La proposta realizza la scelta preferenziale per i poveri e, nello stesso tempo, valorizza chi sa contribuire alla vita economica con il talento non comune dell’intraprendenza.

La risposta a questa intuizione carismatica avrà bisogno del senso di responsabilità e di creatività di tanti e, difatti, verrà rapidamente considerata non solo come una proposta pratica poco comune ma stimolerà anche il moltiplicarsi di contributi originali al rinnovamento della teoria economica.

Negli ultimi mesi di vita Chiara fonda l’istituto universitario Sophia, iniziativa alla quale pensava già dagli anni Cinquanta. Anche qui ci sono aspetti di originalità direttamente legati al suo carisma, che ormai vengono anche colti al di fuori dei Focolari come un apporto interessante ai dibattiti e al travaglio del pensiero contemporaneo. È chiaro che, senza di lei, Sophia non sarebbe nata, tuttavia bisognava anche sapere interpretare l’impulso carismatico.

Qui c’è da sottolineare il grande sforzo e la lunga preparazione di tanti attorno a lei che, al momento dell’impulso carismatico, furono pronti a mettere creatività, talenti ed esperienza al servizio dell’ispirazione, lasciando anche carriere ben avviate.

 Lombardi e Hnilica

– Una donna, laica, teologicamente non formata. Eppure dalla piccola esperienza di piazza Cappuccini a Trento si è allargato un movimento che abbraccia dalle donne agli uomini, dalla vita comune a quella familiare, dalla vita religiosa a quella del clero. Un processo inverso rispetto alla gerarchizzazione istituzionale allora prevalente. È così?

Quando, nel 1944, avverte che la vocazione sua era vivere per il “che tutti siano uno”, non è che capisca bene come dovrà fare. Lo vive come l’appello dello Sposo alla sposa, si potrebbe dire. E inizia a vivere e ragionare in funzione di questo appello.

C’è un episodio dell’estate 1945 – è ormai finita la guerra –, quando il gruppo riflette sul fatto di essere costituito solo da ragazze. Escludere la metà del “cielo” non sembrava molto nella linea di una missione che aveva come obiettivo il “che tutti siano uno”. Non vanno però a cercare il primo maschio da aggregare…, pregano invece il Padre affinché sia Lui a far capire. E poco dopo spunta il primo futuro focolarino.

Certo rimane un fatto: tutto nasce da una giovane e parte da donne che negli anni Quaranta e Cinquanta rimangono decisive. La Lubich non ha mai pensato che questo modo di nascere e di diffondersi l’abbia inventato e voluto lei. Sta di fatto che il genio femminile si esprime con forza nei Focolari; direi che il femminile, lì, è davvero a suo agio. Ma non direi che è questo il vero orizzonte da raggiungere per il life-style focolarino. Penso che, su questo tema come in tanti altri aspetti, la vera vocazione dei Focolari stia nel suscitare la reciprocità felice e – come si evince dalla loro storia –, in questo caso, una vera reciprocità rispettosa e felice tra uomo e donna.

– Nella vicenda del movimento ci sono stati diversi tentativi di “farsi inglobare” in altre esperienze ecclesiali: dal terz’ordine francescano (p. Casimiro) al Mondo Migliore (p. Lombardi), fino alla crociata del corpo mistico in territori a influenza sovietica (mons. Hnilica).

Sono episodi interessanti, in parte provocati dal fatto che nella storia della Chiesa le figure di fondatrici femminili avevano spesso accanto quella maschile, che sembrava dover completare quello che mancava a una leadership femminile. Nell’Ottocento ci sono parecchi esempi di sacerdoti che prendono nei fatti il posto della donna fondatrice.

Ma nel caso dei Focolari bisogna tener presente che con una missione così ampia e indeterminata come quella dell’ut omnes tutti si aspettavano che un giorno o l’altro i Focolarini si sarebbero specializzati in qualcosa di più limitato – siamo negli anni Cinquanta.

Quel dinamismo che si riconosceva ai giovani Focolari sarebbe servito a cosa? Questa era la domanda! La Lubich non tentava nessuna fuga in avanti, faceva i passi solo se mossa dal di dentro, da un’ispirazione chiara e limpida, altrimenti non si attivava; invece, davanti a questa disponibilità genuina, qualcuno non tardava a farle qualche proposta.

I casi di Lombardi (1956-57) e Hnilica (gesuita, vescovo consacrato a 31 anni in Cecoslovacchia nella clandestinità, poi sfuggito alla prigionia nel 1951) sono molto più ambiziosi dei diversi tentativi in quel senso degli anni Quaranta, ai quali lei fa allusione. Perché si intravvede meglio, in quegli anni di grande espansione del Movimento in Italia, a cosa potevano “servire” i Focolari. Per esempio, sul versante del rapporto con la società, i Focolari potevano forse essere l’antidoto popolare al comunismo che, in quegli anni, attirava tanti giovani di cultura cattolica.

La proposta di Hnilica di stabilirsi nell’Oltrecortina sembrava l’appello di una grande porzione di società che si presentava come un volto di Gesù abbandonato, «lo Sposo che chiama la sposa» – disse la Lubich in un freddo mattino del gennaio 1960 a Berlino, spiegando il perché della spinta dei Focolari ad andare nella Germania comunista. Ma siamo ormai oltre l’iniziativa di Hnilica.

Invece, sul versante del rapporto dei Focolari con la Chiesa, il gesuita Lombardi – iniziatore di “Per un Mondo Migliore”, che voleva una riforma della Chiesa e la vedeva partire dall’alto, sembrava scorgere nei Focolari una riforma dal basso ed esultava al pensiero di saldare le due dinamiche. Nessuno di quei tentativi andò in porto tale e quale, ma rivelarono ai Focolari la loro chiamata.

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Loppiano, santuario di Maria Theotokos

Costume, disciplina e dottrina

– Numerose anche le “differenze” e le tensioni con altre espressioni ecclesiali come l’Azione cattolica. Quali erano le accuse più frequenti che venivano fatte ai focolarini?

Direi che bisogna distinguere effettivamente differenze e tensioni, ma soprattutto faccio osservare che le tensioni erano suscitate da altre realtà ecclesiali, non dai Focolari.

Oggi siamo molto più abituati al senso positivo della diversità, anche se storicamente la Chiesa è sempre stata una realtà molto variegata. E la novità è sempre un elemento di disturbo per qualcuno. Sono reazioni in qualche modo fisiologiche: far spazio non è indolore. Poi, c’era l’idea che i Focolari “prendevano” i migliori e ci si chiedeva: «Chi ha dato loro il permesso?». I Focolari si rendevano conto, allorché cercavano di promuovere l’unità, che erano causa di tensioni.

La diagnosi, ancora nell’anno 1960 da parte di una commissione di vescovi italiani, faceva allusione a tre ordini di problemi: il costume, la disciplina e la dottrina.

C’era l’idea che i Focolari dessero troppo spazio alla donna e non ai sacerdoti (“il costume”); che diventassero un gruppo con un’identità stagliata, ma con una certa autonomia che i vescovi non erano abituati a vedere gestita da soli laici (la “disciplina”), come succedeva nell’Azione cattolica, che era solidamente in mano agli assistenti ecclesiastici e dunque agli vescovi.

Infine, prima del Concilio era difficile, almeno per la cultura teologica italiana, uscire dai binari tradizionali e cogliere l’importanza dei punti centrali della spiritualità dei Focolari (la “dottrina” dei Focolari sembrava “dottrina sconosciuta alla Chiesa”).

Già negli anni Quaranta erano emersi altri rimproveri: sembravano avere un aspetto protestante, comunistico e “femminista” – ma nel senso di morbido, soft, poco virile in paragone alla teologia “aggressiva” dell’AC. Tali elementi diventeranno titoli d’onore con il Concilio, quando verranno percepiti nelle loro vere dimensioni; ma allora era già passato da lì papa Giovanni con i segni dei tempi: la giustizia sociale, l’ecumenismo, la donna…

– Come venivano giustificati i persistenti sospetti e le indagini del Sant’Uffizio (per tutti gli anni Cinquanta) e l’orientamento della CEI nel 1960 per chiudere i Focolari?

Penso che per tutto questo va sottolineato che era nelle consuetudini collaudate della Chiesa mettere alla prova ogni nuova realtà. Certamente i Focolari hanno imparato col tempo a muoversi meglio; all’inizio erano giovani provinciali, inesperte del mondo romano, ma che trovarono anche rapidamente alleati di peso, i quali riuscirono in parte a “proteggerli”.

Il cardinale Siri (Genova) mi confessava in un intervista che i Focolari erano stati gli ultimi a essere messi alla prova così duramente e difendeva in ogni modo il fatto che questo in verità aveva in seguito giovato a loro. Naturalmente lo storico e il sociologo non possono non rilevare il paradosso: che Pio XII approvava in pieno i Focolari nel 1957 e che una commissione di vescovi italiani, nel 1960, raccomandava ancora di non farli andare avanti.

– Perché i vescovi tedeschi approvarono per primi il movimento?

Contava in buona parte il fatto che, se ci fosse stata anche la minima speranza che i Focolari avessero potuto fare qualcosa a favore della Chiesa cattolica “agonizzante” nella Germania dell’Est, i vescovi non volevano sprecare l’occasione. Ma era anche una Chiesa diversa da quella italiana. La Chiesa italiana, lo si vede ancora oggi, aveva altri pregi, ma si sa che all’epoca non era considerata un fulcro di innovazioni.

Negli archivi si trovano commenti di prelati tedeschi di questo genere: se i Focolari avevano difficoltà in Italia, voleva dire che ci doveva essere qualcosa di interessante. Non si stimava molto la teologia italiana e, difatti, il Concilio rivelerà la mancanza di preparazione nel pensiero teologico della penisola.

Oggi la situazione è ben diversa e si invidia per certi aspetti la vivacità della scena teologica italiana. I vescovi tedeschi e i loro teologi erano all’epoca tra i motori del rinnovamento liturgico, biblico, patristico, ecumenico e non trovavano difficoltà a intravedere l’importanza delle audacie dei Focolari anche per un’evoluzione della dottrina. Non per niente, in quegli anni di fine anni Cinquanta, conoscerà i Focolari Klaus Hemmerle che, da teologo e poi da vescovo apprezzatissimo, sarà una voce autorevole nello spiegare la portata del pensiero della Lubich; lo farà da vero discepolo, lui che era stimato come uno dei più grandi intellettuali tedeschi della seconda metà del Novecento. Tante delle genialità di Hemmerle sono dovute al suo rapporto col pensiero della Lubich.

Pacelli, Roncalli e Montini

– Cosa convinceva, Roncalli prima e Montini poi, a un giudizio più prudente e sostanzialmente positivo? Potrebbe indicare alcuni elementi dei processi di legittimazione istituzionale?

Montini, nella prima conversazione con qualcuno dei Focolari (1952) e, poi, con la stessa Lubich nel 1953, ebbe a commentare che lo spirito dei Focolari era capace di rinnovare la Chiesa dalle fondamenta e, prudentemente, aggiungeva: ma anche di distruggerla. Da buon diplomatico di professione aveva i suoi entusiasmi sinceri, ma sapeva che non tutti attorno a lui condividevano le sue sensibilità; doveva quindi rimanere prudente.

Egli sostiene i Focolari in modo discreto anche durante il suo periodo milanese, ma cerca la via mediana, quando sembra che il vento contrario sia troppo forte; smussa gli angoli, ma incita anche i Focolari a venire incontro alle esigenze “italiane”. Diventato papa e nell’atmosfera del fine Concilio, apre largamente le porte all’audacia focolarina. Quando una commissione di cardinali gli propone di mettere a capo dei Focolari un uomo che sia anche sacerdote, soluzione rifiutata da tutti i collaboratori della Lubich, egli, nella prima udienza concessa alla Lubich – il giorno dopo –, spazza via le considerazioni dei suoi cardinali e apre alla presidenza laica e femminile.

Per papa Montini c’è pieno consenso sui punti più innovativi della spiritualità, desidera che i Focolari spingano la loro azione nell’ecumenismo, chiedendo in quell’occasione di potenziare l’impegno per l’Oltrecortina, perché gli piace quel modo non aggressivo di svilupparsi dei Focolari che si muove in qualche modo in sintonia con la Ostpolitik che poi svilupperà negli anni a venire.

Di papa Roncalli si sa che aveva notizie di prima mano sui Focolari a Trento tramite l’arcivescovo Carlo De Ferrari, con cui condivideva parecchie sensibilità pastorali.

Se i vescovi entusiasti dei Focolari erano minoritari in Italia fino al Concilio, Montini e Roncalli facevano chiaramente parte di quella minoranza che al Concilio – si vedrà dopo pochi giorni – rappresenta invece la sensibilità che va per la maggiore tra tutti i vescovi presenti al Concilio.

Roncalli era attento alla dimensione storica e dunque profondamente consapevole che le cose cambiano, mostrando in ciò una docilità in qualche modo ai moti dello Spirito che lo preparava a essere aperto alle novità che portavano i Focolari.

– La fondamentale svolta conciliare quali elementi fondativi del movimento ha incrociato e alimentato?

Penso che forse qui è il punto nodale. Mi sono stupito come i Focolari fossero approvati ancor prima del Concilio. Solo il Concilio riesce a far venire in primo piano una serie di istanze, presenti anche nei Focolari: l’importanza del Vangelo, il ruolo dei laici, la donna nella Chiesa, la rilevanza dei carismi e la necessità di un rapporto diverso col mondo.

Ma tutto questo poggiava per i Focolari su un patrimonio di spiritualità, anzi di mistica che riesce a inglobare l’eredità cattolica degli ultimi secoli, come il senso del valore della gerarchia e dei sacramenti, assieme a molto dell’eredità della Riforma e del mondo ortodosso, avendo al cuore della propria spiritualità grandi temi cari alle due tradizioni (ortodosse e riformate): la Parola, la carità, l’unità capita come diversità riconciliata, la presenza di Cristo in mezzo al suo popolo ecc. Ma anche la realtà del popolo di Dio, la volontà di una comunione di beni per rispondere all’ingiustizia sociale e così via. Non per niente qualcuno dirà poi che è una spiritualità tipicamente ecumenica. Come, del resto, altri diranno più tardi che è una spiritualità particolarmente adatta al dialogo interreligioso o a nutrire rapporti fraterni con i non-credenti e la cultura contemporanea a-religiosa.

Pre-politico e «invenzioni relative»

– Fin dall’inizio il movimento mostra interesse alla politica (non ai singoli partiti): il fratello di Chiara è stato un dirigente del PCI, il cognato, della DC, uno dei primi focolarini è stato I. Giordani. Ma una discreta presenza ha accompagnato l’apertura “a sinistra”, il passaggio alla “democrazia bipolare e governante”, l’orizzonte di un’Europa unita, il sostegno ai movimenti popolari internazionali. Perché avviene? De Gasperi è morto focolarino?

Lei dice bene quando afferma «non ai singoli partiti». Direi che le iniziative dei Focolari sul terreno arano il campo del pre-politico, rispettando la giusta diversità delle sensibilità dei partiti ma coltivando un senso alto della politica, come servizio a tutti. Chiara Lubich lo definiva «l’amore degli amori». Lei stessa coltivava amicizie con esponenti dei diversi partiti e l’ideale dell’Europa unita le stava molto a cuore, tanto che sarà lei poi – sostenuta da Riccardi e da altre figure di spicco del mondo tedesco e francese sul versante ecumenico – che lancerà l’iniziativa Insieme per Europa, che raggruppa più di 400 realtà del mondo cristiano europeo.

E De Gasperi? Penso che negli ultimi anni della sua vita gli abbia giovato parecchio l’amicizia profonda e l’intesa spirituale con l’allora ancora giovane Lubich; forse il giornale che parlava di De Gasperi morto focolarino non aveva tutti i torti.

Qualche volta citerà il “che tutti siano uno” come sua ispirazione profonda nei suoi ultimi sforzi lungimiranti per la fondazione di un’Europa federata, in particolare attorno al progetto di un’Europa della difesa, che avrebbe portato a un’unione politica molto più forte, oggi non ancora realizzata.

La corrispondenza non è ancora stata pubblicata, ma si sa che De Gasperi era davvero vicino alla fondatrice in alcuni momenti delicati, a suo modo, discretamente e anche fattivamente. Nel novembre 1950, durante una conversazione informale a Fregene, disse a Chiara e al suo gruppo: «Certo la Chiesa darà il suo giudizio su di voi, ma per me è una cosa magnifica».

– Nell’insieme lei racconta di una mobilitazione religiosa attorno ad un carisma che anticipa e favorisce un’invenzione relativa nella vita della Chiesa. Potrebbe spiegarlo?

Credo che con il Concilio si sia capito che, oggi, un cattolico secondo il cuore di Dio non può non essere che uno che vive per l’unità della sua Chiesa, per l’unità di tutti i cristiani, che oggi non è più un cattolico secondo il cuore di Dio se non lavora a favore del dialogo con credenti di altre religioni, se non vive per il dialogo sincero con chi non ha un riferimento religioso. Direi che questo significa la traduzione in un programma più articolato del “che tutti siano uno”.

La comprensione che la Lubich ne aveva negli anni Quaranta era limitata, pensava solo ai cattolici, ma si teneva aperta a nuovi sviluppi; poi rapidamente capisce che questa missione toccava alla Chiesa tutta, e lei poteva contribuire dal basso e dal di dentro. Ora tutto questo esplode gradualmente nei Focolari – l’ecumenismo negli anni Sessanta, l’interreligioso negli anni Settanta, con i non credenti negli anni Novanta –, ma il nucleo essenziale è presente già negli anni Quaranta; i testi più pregnanti, dal 1949 in poi, affermano con forza il che tutti … L’ansia di arrivare a tutti.

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Centro Mariapoli di Cadine, I musulmani Muridi incontrano il Movimento dei Focolari

Assisi, Parigi, Hollywood

– Il suo studio si chiude con il 1965, ma si intravvedono gli elementi successivi: la dimensione ecumenica, la collaborazione coi non credenti, l’incontro con le religioni non cristiane. Indirizzi che implicano molta “vita reale”, ma anche molta riflessione. Che cosa voleva dire Chiara quando affermava che Parigi non avrebbe sepolto Assisi e che il sapere è finalizzato alla saggezza?

Chiara stessa, nel gennaio 1955, circa 12-13 anni dopo l’inizio, davanti alla domanda: quale posto dare agli studi? ebbe un’immagine molto pregnante.

Si conosce la nota espressione che circolava tra i francescani quando i primi frati andavano a studiare alla Sorbona (Parigi): «Parigi, Parigi, tu distruggi Assisi». La Lubich si espresse così: «Noi non abbiamo paura di Parigi. Parigi aiuterà Assisi. Anzi ad Assisi e Parigi si aggiungerà un giorno Hollywood».

Si può dedurne l’attitudine fondamentale della fondatrice dei Focolari: per lei la cultura, dotta, accademica (“Parigi”) e la cultura poi direi popolare, del gran numero, – della quale “Hollywood” era il simbolo –, avevano un valore in sé e dovevano d’altronde in qualche modo riuscire a collegarsi ad Assisi.

Parigi e Hollywood avevano bisogno di farsi nutrire di spiritualità, di ispirazione, e avrebbero contribuito a realizzare il “che tutti siano uno”, che è la missione affidata a Chiara, solo se alla gente comune fosse arrivata la spiritualità diventata cultura dotta e di massa, e dunque in qualche modo tradotta, adattata, digerita, forse come una pillola, in una formula semplice.

Ciò significa due cose, credo: l’attribuzione di un valore in sé allo sforzo intellettuale, visto come un passaggio in qualche modo necessario per fare arrivare il messaggio a tutti. Si dice che la fede senza la teologia è cieca, che la teologia senza la fede manca di un’anima. La Lubich arricchisce ancora di più questo discorso: Assisi e Parigi senza Hollywood mancherebbero l’obiettivo di far arrivare l’ispirazione fino ai confini della terra!

– In che senso la creatività di un carisma viene alimentata dagli aderenti anche dopo la morte del gruppo dei fondatori o fondatrici?

Il carisma è e rimarrà sempre inscindibilmente legato al dono fatto alla Lubich ma, nello stesso tempo, tutti i membri dei Focolari in qualche modo lo portano e lo moltiplicano. E per realizzare l’ut omnes… siamo a qualche risultato parziale incoraggiante, ma c’è lavoro per qualche secolo, mi sembra. Da lì, penso che ci sia davvero spazio per tanta fedeltà creatività. Probabilmente si potrà dire che i posteri “faranno cose più grandi”, ma la direzione è stata data, su questo non si torna indietro.


[1] Callebaut Bernhard, La nascita dei Focolari. Storia e sociologia di un carisma (1943-1965). Città Nuova – Sophia, Roma 2017, pp. 640, € 50,00.

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3 Commenti

  1. laura Rodriguez 11 dicembre 2017
  2. Alessandra Masci 10 dicembre 2017
  3. Roberto Bertucci 7 dicembre 2017

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