
In Italia esistono numerosi centri e associazioni culturali. Anche se a qualcuno possono sembrare eccessivi, si tratta di un patrimonio preziosissimo per la vita culturale del Paese. Certo, non sono privi di limiti. Con un pizzico di sarcasmo, si potrebbe obiettare che molte di queste realtà organizzano eventi senza un vero pubblico al di fuori degli stessi organizzatori.
Molte di queste, poi, hanno un’impronta fortemente accademica, risultando quindi poco accessibili ai non addetti ai lavori oppure, qualora intersechino il tema religioso, adottano un orientamento marcatamente confessionale o, al contrario, chiaramente laico, finendo per escludere, rispettivamente, i non credenti o i fedeli.
Salvo il caso delle istituzioni accademiche, raramente molte di queste riescono a coinvolgere relatori di respiro internazionale, riproponendo spesso gli stessi nomi a livello locale. A questo si aggiungono orari degli eventi poco compatibili con i ritmi di chi lavora. Inoltre, molte di queste attività sembrano spesso servire a confermare le tesi degli organizzatori, risultando del tutto chiuse all’imprevisto.
Anche il ricambio generazionale appare un problema cronico: non è un caso che molte realtà associative, pur svolgendo un lavoro pregevole, riescano a coinvolgere quasi esclusivamente pensionati o persone di mezza età.
Infine, per quanto l’interdisciplinarità sia spesso declamata come un valore, molte associazioni finiscono per coltivare i soliti filoni disciplinari, escludendo spesso le scienze naturali, salvo rari casi legati a temi di stretta attualità. A quasi nessuno passa per la mente che possa risultare interessante assistere a un evento, sia pure divulgativo, al di fuori del proprio ambito di specializzazione.
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Naturalmente non mancano le eccezioni: tra queste spicca un nuovo progetto di centro culturale nato per superare radicalmente tali dinamiche, offrendo un servizio di tipo nuovo.
Prima di tutto, esso è composto da persone che, in gran parte, hanno meno di cinquant’anni, persino ventenni! Inoltre, i membri non solo sono dispersi in varie città italiane, ma si trovano spesso in giro per il mondo.
Si tratta di giovani professori universitari, ricercatori, docenti, studenti, appassionati, lavoratori. Nemmeno la loro specializzazione è uniforme: troviamo storici, filosofi, teologi, politologi, fisici, studiosi del Medio Oriente, ebraisti, biologi, medici e letterati. Allo stesso modo, l’appartenenza religiosa è variegata: ci sono protestanti, cattolici, credenti non cristiani e non credenti.
Questo centro culturale transconfessionale, chiamato non casualmente Polylogos, vuole abitare, con tenacia e costanza, il margine e il confine fra discipline, culture, religioni e identità. Non accetta il dialogo come semplice scambio cordiale, rispettoso, ma statico tra monadi; al contrario, afferma che l’unica identità realmente forte, coesa e stabile si dia solo abbracciando l’interdipendenza, la fluidità, la processualità e il meticciato.
Non vuole scegliere se pensare il mondo come un insieme di essenze autonome e distinte o come una totalità di processi dinamici, ma co-implicarli in modo profondo, poiché non può darsi un’essenza che non sia intrinsecamente relazionale e dinamica.
In un’epoca di polarizzazione sempre più violenta, Polylogos crede nel multi-dialogo non come convivenza di mondi separati, ma come interazione di identità che, senza cadere in uno sterile sincretismo o nell’indifferentismo, si ibridano incessantemente in uno scambio reciproco, senza tuttavia rinnegare sé stesse.
Non vuole recidere le radici o dissolvere le differenze in un magma informe, ma esaltarle e interconnetterle in una dinamica e vitale polifonia. In definitiva, Polylogos, pur nella consapevolezza dell’estrema difficoltà dell’impresa, non teme la complessità e l’ambiguità, ma sceglie di abitarle con coraggio, senza cadere nel nichilismo e nel costruttivismo radicale.
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Ma di che cosa si occupa Polylogos?
Sorprendentemente si occupa di teologia e di Bibbia, temi assai bizzarri per il contesto italiano, dove la teologia è ancora spesso snobbata dai cattolici (a meno che non siano sacerdoti) e vista come un’anticaglia clericale e irrazionale dai non credenti.
Invece no: scandalosamente, Polylogos crede che la teologia − anzi, le teologie (non solo cristiane!) − e la questione di Dio siano fondamentali per capire sé stessi e il mondo, a prescindere dal fatto che si creda o meno. Anzi, Polylogos lo dice chiaramente: vuole de-secolarizzare la cultura e de-clericalizzare la teologia.
Crede inoltre, senza negare le differenze confessionali, che oggi, almeno in ambito cristiano, la teologia possa essere solo un progetto intrinsecamente ecumenico e in dialogo costante con altre tradizioni religiose (anche non abramitiche) e con il pensiero laico, anche il più lontano e urticante per l’esperienza di fede.
Se Dio è, egli (o ella) è il Totalmente Altro (o l’Altra), che nessuna costruzione culturale umana, per quanto corretta, può esaurire: infatti, non si può possedere la Verità, ma solo esserne «investiti» nella scintilla dell’incontro con l’Alterità.
Ed è tale incontro, destabilizzante e travolgente, a giustificare l’esistenza delle chiese e delle religioni; non l’impegno sociale, le tradizioni o le norme etiche, per quanto importanti esse siano.
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Il centro si occupa anche di filosofia, intesa non solo come sapere specialistico, ma anche come «fatica del concetto» ineliminabile per chiunque ragioni con onestà su di sé, sulla società, e sul mondo, al di là delle certezze, fittizie e apparenti, del senso comune.
Senza la filosofia, la politica si riduce, infatti, a ideologia polarizzante e priva di fondamenti, la fede religiosa sprofonda nel sentimentalismo o nel fideismo, mentre la scienza degenera in uno scientismo dogmatico e arrogante che riduce la realtà a ciò che può essere osservabile.
Polylogos sostiene anche che il sapere filosofico non sia mai separato o separabile dalle vicende umane, culturali e storiche, ma che viva in esse, senza mai ridursi a una mera storia intellettuale di interesse solo per specialisti.
Alla luce di ciò, Polylogos si occupa di storia, poiché riconosce che l’essere umano è costitutivamente un animale storico e che ogni sapere, anche il più apparentemente atemporale, perde di credibilità se non è in grado di ricostruire la propria genealogia storica. Inoltre, nello studiare le vicende storiche, il centro respinge ogni riduzionismo e supporta un modello di ricostruzione storica complesso e stratificato, che integri ogni dimensione in un vero e proprio tentativo di «storia totale».
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Quanto al rapporto con la tradizione, Polylogos, respingendo ogni visione lineare della storia, ritiene che il passato, il presente e il futuro si compenetrino in modo non lineare e imprevedibile. Anzi, contro un certo mito del progresso, si ha talvolta l’impressione che alcuni sogni del passato, benché falliti, fossero ben più audaci e avveniristici di tante idee fintamente innovative ed originali del presente.
Contro ogni intellettualismo il centro valorizza anche il sapere espressivo, che sia artistico, letterario o musicale, e lo considera una dimensione fondamentale dell’umano dotata, come tale, di una sua autonomia e di un significato irriducibile, per quanto intimamente intrecciato con la storia, il pensiero e la spiritualità.
Polylogos ha anche imparato la lezione degli studi postcoloniali e rifiuta ogni eurocentrismo, orientalismo ed esotismo. Esso, infatti, prende profondamente sul serio le culture e le storie extra-europee ‒ come il mondo islamico, indiano, cinese, giapponese, africano, ecc. ‒ in sé stesse, senza vederle come appendici della «nostra» storia né subordinarle a una presunta superiorità culturale occidentale.
Con ciò Polylogos non vuole tuttavia negare il valore fondamentale della tradizione occidentale (si pensi alle vette culturali del mondo classico o dell’Europa medievale), ma solo rifiutare ogni sua strumentalizzazione identitaria ed essenzialista.
La tradizione è infatti un vorticoso campo di forze da rivendicare ed a cui ispirarsi per pensare un nuovo mondo, non un’identità monolitica da preservare per gerarchizzare, escludere e discriminare. Anzi, quando le luci del «premoderno» (come la filosofia e la letteratura classica, la patristica, la scolastica, la mistica medievale ecc.) riappaiono per inquietare la piattezza desolante del nostro presente, l’effetto è spiazzante e imprevisto, e sconvolge i nostri stereotipi e le nostre certezze.
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Da ultimo, non meno importante, Polylogos si apre al vasto oceano delle scienze che studiano la realtà psicologica, socio-economica, culturale, biologica o fisico-chimica. Il centro non accetta l’innaturale separazione tra discipline umanistiche e scientifiche perché la realtà, che è una e intrecciata, supera ogni compartimentazione artificiosa. Anzi, Polylogos rifiuta di credere che studiare i nematodi o una lagrangiana sia meno affascinante di riflettere sulla Venere di Milo o sulla Commedia di Dante.
Quanto al metodo, Polylogos non vuole nemmeno separare l’accademia dalla vita, ma fecondarle in modo reciproco. Rifiuta infatti le lezioni «top-down» dell’accademico di turno, auspicando che l’Università si apra realmente alla società e che quest’ultima si lasci mettere in discussione dalle nuove scoperte sorte in ambito accademico.
Né Polylogos accetta che la conferenza dello studioso sia l’unica modalità di fare cultura, ma organizza seminari, incontri di dialogo spirituale, condivisione di esperienze, attività organizzate direttamente dai soci e dalle socie e altre modalità orizzontali di divulgazione.
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Si dirà: «Polylogos si occupa di tutto e di niente». È vero, Polylogos rifiuta di vivisezionare la realtà in aree fra di loro incomunicabili, come piacerebbe a molti per un malinteso (e deviato) senso della specializzazione. Non si vuole privare di nulla, ma abbracciare tutto.
Pur mantenendo un assoluto rigore scientifico e nel rispetto della specificità di ogni disciplina, cultura e confessione religiosa, crede sia possibile aprire varchi di comunicazione, promuovendo incontri sorprendenti e inattesi. Non vuole la confusione o il relativismo, né è ingenuamente irenista, ma intende rimanere fedele a una realtà intesa come rete di conflitti, di relazioni e processi dinamici.
Si replicherà: «Tutto molto affascinante sulla carta, ma come evitare il rischio di una babele in cui si infiltrano inevitabilmente posizioni esclusiviste e intolleranti?».
Attenzione: Polylogos non è uno spazio neutro in cui ognuno può dire ciò che vuole. Esso ha i suoi valori morali (e pre-politici) che non può né vuole negoziare. Pur non avendo a che fare con alcuna chiesa, ideologia o partito politico, crede che nessuna identità possa esistere senza le altre. Non accetta, quindi, alcuna discriminazione per motivi religiosi, politici, socio-economici, sessuali o nazionali.
In un mondo che brucia, esso si definisce convintamente antifascista, democratico, inclusivo e rigetta ogni forma di autoritarismo, nazionalismo, razzismo, sessismo, classismo, omotransfobia, abilismo, antisemitismo, islamofobia o cristianofobia. Anzi, credendo che la nostra società sia densa di contraddizioni materiali, ipocritamente celate dalle narrazioni dominanti, ritiene che sia necessario fare una scelta di campo netta e chiara, senza dissimulare o neutralizzare il conflitto.
Ma vuole fare ciò senza quella saccenza e quel settarismo che accomunano molte realtà di critica sociale. Anzi, Polylogos fa propria una radicale «leggerezza» che è, sì, impegnata, ma anche oltre le ideologie tradizionali, non lasciandosi infatti catturare da alcuna opzione ideologica che pretenda di avere la verità in tasca, né arruolandosi in alcuna delle culture wars in corso.
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Polylogos rifiuta inoltre ogni scissione tra teoria e prassi, non accettando né l’erudizione fine a sé stessa, né una prassi che snobba la riflessione teorica e disinteressata. Crede, infatti, che, nonostante il crollo delle grandi narrazioni, la cultura debba esprimersi in un impegno costante per la costruzione di una società trasformata e nel rifiuto di ogni forma di autoritarismo, aggressione militare, discriminazione e oppressione economica, sociale, culturale e religiosa.
Infine, Polylogos rigetta ogni separazione fra esseri umani e natura, ritenendo che l’ecologia non possa essere un hobby «borghese» di cui occuparsi nel tempo libero ma si ponga come assoluta priorità nell’impegno socio-politico di questo secolo. L’ecologia, infatti, esprime la fondamentale dipendenza dell’umanità in relazione a una biosfera che ha un valore in sé stessa, non solo in funzione degli esseri umani che la stanno devastando.
Si dirà: «Tutto bello, ma concretamente cosa fate?». Intanto il centro, pur essendo ancora in formazione, ha organizzato numerosi incontri online all’interno di un percorso sul tema della secolarizzazione e delle nuove forme di spiritualità.
Più precisamente, Polylogos ha avuto relatori del calibro di Catherine Keller, una delle maggiori ecoteologhe al mondo; Ulrich Körtner, uno dei maggiori teologi protestanti nell’area tedesca; Paolo Costa, uno dei più rilevanti studiosi di secolarizzazione dal punto di vista filosofico; e Roberto Della Rocca, uno dei più insigni esponenti intellettuali della comunità ebraica italiana. Oltre a questo, si è svolto un incontro organizzato «dal basso», cioè proposto dagli aderenti del Centro, sul Concilio di Nicea, con la partecipazione di Paolo Gamberini, uno dei più importanti esponenti del post-teismo. Inoltre, Polylogos ha discusso di femminismo cattolico con le attiviste di «Cristianə a chi?» e di sessualità e secolarizzazione nel mondo cattolico con una sociologa della KU Leuven, Eline Huygens. Il canale YouTube del centro testimonia la vitalità di queste iniziative. E questo è solo l’inizio.
Alla luce dei nostri valori, siamo aperte ed aperti al contributo di tutte e di tutti per creare un luogo ospitale in cui l’identità sia sinonimo di apertura e interdipendenza verso l’altro.
Niccolò Bonetti è Responsabile organizzativo del Centro Polylogos. Per ricevere informazioni sul Centro e sulle sue attività: centropolylogos@gmail.com





