
Emanuele Severino è stato, per la cultura italiana del Novecento, una voce profetica e scomoda. La sua critica radicale all’Occidente – malato di una “follia” originaria, quella di credere che l’essere possa venire dal nulla e al nulla ritornare – ha scosso le coscienze di filosofi e teologi, di credenti e non credenti.
Severino ha avuto il merito di smascherare il nichilismo che pervaderebbe l’intera tradizione occidentale, dalla metafisica greca al cristianesimo, dalla scienza moderna alla tecnica contemporanea.
Per Severino, il cristianesimo sarebbe la forma più compiuta di questa follia. La sua dottrina della creazione ex nihilo – secondo cui Dio avrebbe tratto il mondo dal nulla – e la sua concezione dell’uomo come “polvere” destinata a ritornare nella polvere, è per lui l’espressione più radicale di quella persuasione alienante che riduce l’essere a caducità, la vita a morte, il senso ad assenza di senso.
L’Occidente è davvero malato di nichilismo? È vero, la convinzione che la vita sia un lampo destinato a spegnersi, che il senso sia una proiezione illusoria, che la morte sia l’unica verità – questa convinzione è diffusa e produce violenza, indifferenza, disperazione. Tuttavia credo anche che Severino abbia sbagliato bersaglio. Il cristianesimo autentico non è il problema, ma la soluzione. E la teologia più avvertita, come quella di Pierangelo Sequeri, lo dimostra in modo esemplare, offrendoci gli strumenti per una decostruzione radicale della critica severiniana.
Il “nulla” di Severino e il “nulla” del cristianesimo
Il punto cruciale del fraintendimento di Severino è la sua comprensione del termine “nulla”. Per Severino, il nulla è semplicemente il non-essere: l’assenza, il vuoto, il deserto, la negazione radicale di ogni realtà.
Quando la teologia cristiana parla di creazione ex nihilo, egli intende che Dio ha prodotto le cose a partire da questo nulla, da questo non-essere, e che le creature, partecipando del nulla da cui provengono, sono destinate a ritornare in esso. La morte diventa così il trionfo del nulla sull’essere, la definitiva sconfitta della vita. L’uomo è, in ultima analisi, niente.
Ora, Sequeri insegna che questa interpretazione del nulla è radicalmente estranea al cristianesimo autentico. Il nulla della creazione non è il non-essere, ma lo iato, il varco, la discontinuità che rende possibile la relazione tra causa ed effetto, tra il Padre e la creatura, tra il prima e il dopo. È lo spazio della libertà, il margine in cui l’Altro può emergere come altro, senza essere una semplice emanazione o una replica del creatore.
Quando la teologia cristiana parla di creazione ex nihilo, non intende affatto che Dio ha fabbricato le cose a partire dal nulla, come se il nulla fosse una materia prima o, anche, un serbatoio di possibilità. Intende dire che la creazione non è una emanazione necessaria dall’essere divino, né una produzione causale secondo un rapporto di causa-effetto proporzionato, ma un dono gratuito, un evento di relazione.
Il nulla, in questo senso, non è il contrario dell’essere, ma il suo spazio di generazione. È ciò che permette alla creatura di essere altra da Dio, di non essere un pezzo di Dio, di essere una singolarità irriducibile.
Sequeri lo formula con un’immagine che mi sembra folgorante: la creazione non è un fare, ma un generare. E generare significa far essere un altro senza che l’altro sia una parte di sé. Questo “senza che” è il nulla. È il varco che impedisce alla creatura di essere una replica del creatore. È il mistero della singolarità, che non viene da niente e che, per questo, è irriducibile a qualsiasi causa. La singolarità è eterna. Nascere è per sempre. La vita eterna non è contemplazione statica, ma vita piena, movimento, incontro, scoperta. Questa volta però, senza i pericoli, senza le lacrime, senza la minaccia di perdere tutto.
Allora, la critica di Severino si rivela fondata su una premessa errata. Egli ha denunciato la follia di credere che l’essere sia caduco, che le cose vengano dal nulla e vadano nel nulla. Vale per tutti, ma non per il cristianesimo: l’essere è generato nell’amore. E l’amore non è niente. L’amore è la realtà più piena che esista.
Il dogma di Nicea: una rivoluzione ancora inascoltata
I Padri conciliari affermarono che il Figlio è gennēthenta ou poiēthenta: “generato, non creato”. Nella lingua greca dell’epoca, gennân e poieîn erano sinonimi: entrambi indicavano il venire al mondo delle creature. I Padri, contro ogni evidenza linguistica, decisero di separarli: il Figlio è generato (come le creature), ma non è creato (come le creature). È generato dall’eternità, non nel tempo. È generato, ma non prodotto.
Con il termine generato, i Padri hanno introdotto una parola affettiva nell’intimità di Dio. Generare non è produrre. Produrre è un atto di potenza, di volontà, di dominio. Generare è un atto di amore, di voler bene, di dono. Chi genera non fa semplicemente esistere qualcosa; fa esistere qualcuno, e lo fa per amore. Il cristianesimo pertanto non ha affatto introdotto il nulla nell’essere. Ha introdotto la generazione, che è il movimento stesso dell’amore. L’amore non distrugge l’essere; lo porta a compimento, lo genera nella sua singolarità eterna.
Severino, in fondo, ha combattuto contro un’immagine di Dio che è la negazione dell’amore: il Dio-sostanza, il Dio che riposa su sé stesso, il Dio che non ha bisogno di nulla e che, proprio per questo, è radicalmente incapace di generare.
Questo Dio non è il Dio di Gesù Cristo. È l’idolo del teismo convenzionale; è anche il Dio che i cristiani hanno spesso pregato ma che il Vangelo smentisce. Il Dio di Gesù è il Padre che genera il Figlio nell’amore, che dona lo Spirito perché questo amore si diffonda, che si commuove per la felicità delle sue creature. Questo Dio non ha paura del nulla; lo abita, lo attraversa, lo rende fecondo. Il nulla, per Lui, non è la minaccia, ma il grembo della generazione.
La violenza della fede? Una questione mal posta
Severino sostiene poi che la fede, per sua natura, è violenza. Affermare che il mondo ha questo senso e non un altro – dice – è prevaricazione. È imporre agli altri la propria verità, senza lasciare spazio alla ragione, al dubbio, alla ricerca. E questa violenza sarebbe intrinseca al cristianesimo, che ha sempre cercato il potere politico per imporre le sue verità.
La fede cristiana, nella sua autenticità, però non è violenza. È testimonianza. È l’umiltà di chi ha ricevuto un dono e lo condivide, senza imporlo, senza costringere, senza violentare. La fede cristiana non dice: “Io so, tu non sai, e quindi ti impongo la mia verità”. Dice: “Io sono stato amato, e quindi amo. Io sono stato perdonato, e quindi perdono. Io sono stato generato, e quindi genero”.
La violenza, semmai, è l’idolo: il Dio che tiene i conti, che punisce, che è complice delle ingiustizie. La violenza è il teismo convenzionale che ha ridotto Dio a un padrone, il nulla a un deserto, la creazione a un prodotto, la morte a una punizione.
Questo idolo è proprio ciò che il Vangelo smaschera. Gesù, sulla croce, perdona i suoi uccisori e mostra un Dio che non usa violenza, ma si dona. Gesù, nel discorso della montagna, insegna ad amare i nemici e mostra un Dio che non esige vendetta, ma offre misericordia.
Allora, la violenza che Severino denuncia è reale, ma non è la violenza del cristianesimo. È la violenza dell’idolo, del Dio che i cristiani hanno spesso costruito a loro immagine e somiglianza. È la violenza di un cristianesimo deviato, che ha dimenticato il Vangelo e ha inseguito il potere. Ed è proprio contro questo idolo la nostra Teologia in ginocchio, si batte.
Severino, un alleato per la teologia?
In conclusione, credo che Severino sia un alleato, non un nemico, per la teologia cristiana. Il suo grido contro la follia occidentale è un grido che la teologia deve ascoltare, perché denuncia il nichilismo che minaccia anche la Chiesa.
La risposta non è, però, il rifiuto del cristianesimo, ma la sua purificazione. È il ritorno al Vangelo, alla predicazione di Gesù, alla testimonianza dello Spirito. È il coraggio di pregare il vero Dio, che è solo e sempre amore, e che ha fatto del nulla il grembo della sua generazione. Se il nulla non è l’assenza, ma lo spazio di generazione, allora la morte non è la fine. È il passaggio.
Se la creazione non è un prodotto, ma è un dono, allora – oltre ogni teismo e anche oltre ogni post-teismo – possiamo continuare a pregare il Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, e che ha fatto della generazione la sua identità più profonda. Dio è Spirito, il respiro che attraversa il nulla; il Soffio che trasforma la polvere in vita.
È l’Amore che genera la singolarità eterna. Questo significa, infine, superare la follia del nichilismo e abitare la sapienza della creazione: un mondo che non è caduco, ma eterno; non è polvere, ma vita; non è niente, ma amore.
Città del Vaticano, 17 agosto 2026
Antonio Staglianò, vescovo emerito di Noto, è Presidente della Pontificia Accademia di Teologia





