
Il Papa firma la Nota “Un cammino di speranza” sui 60 anni di Nostra aetate (16 settembre 2026)
Tre dicasteri vaticani si uniscono per fare memoria di un testo (Un cammino di speranza. Sessant’anni di dialogo e di fratellanza religiosa alla luce della dichiarazione conciliare Nostra aetate) fra i più creativi del Vaticano II: la dichiarazione Nostra aetate, approvata il 28 ottobre 1965.
I dicasteri per la dottrina della fede, per la promozione dell’unità dei cristiani e per il dialogo interreligioso ricostruiscono la continuità e lo sviluppo dell’apertura ecclesiale all’ebraismo, all’islam e a tutte le fedi. «In sei decenni, questo testo, breve ma audace, ha trasformato radicalmente il volto delle relazioni interreligiose»: dalla distanza al dialogo, incontro e cooperazione (n. 57).
Germinato dall’incontro fra Giovanni XXIII con l’ebreo Jules Isaac, propiziato da Maria Vingiani, e inizialmente strutturato attorno alla nuova coscienza del rapporto con l’ebraismo grazie alla competenza del card. Augustin Bea, è stato poi aperto all’islam e alle altre religioni grazie al lavoro in assemblea.
Ma il punto originario e centrale è rimasto il rapporto con l’ebraismo: «Si tratta della prima espressione magisteriale che riconosce chiaramente le radici ebraiche di Gesù» (n. 5). Gesù è ebreo e lo è per sempre, radicato nel giudaismo del primo secolo, nucleo originario da cui sono nate l’Ecclesia ex circumcisione (ebrei) e l’Ecclesia ex gentibus (greci e romani).
Nostri fratelli maggiori
«Con l’ebreo Gesù i primi cristiani adottarono effettivamente i principi dell’ebraismo di allora e li adattarono alla nuova situazione post-pasquale» (n. 9).
La scelta del dialogo con tutti non è strategia di circostanza, né rinuncia all’identità, ma autentico cammino evangelico. Nei confronti con l’eredità ebraica non vi è solo dialogo, ma riscoperta delle proprie radici e riaffermazione di alcuni contenuti fondamentali: dalla benedizione della creazione all’uomo come immagine di Dio, dai dieci comandamenti all’indicazione dell’amore a Dio e al prossimo.
«Il dialogo ebraico-cristiano non può essere considerato una pratica accessoria per i cristiani, avendo come scopo soltanto di conoscere meglio l’ebraismo, oppure di coltivare rapporti diplomatici o anche solo l’amicizia con il popolo ebraico: si tratta piuttosto di prendere piena consapevolezza della propria identità originaria» (n. 13). Non per affermare una doppia via di salvezza o relativizzare la centralità di Cristo, ma per comprendere fino in fondo la propria tradizione e identità.
Di qui prende forza l’opposizione all’antisemitismo e il compito di mantenere la memoria della Shoah.
Gli eventi recenti e la guerra espansiva del governo israeliano mettono a dura prova il dialogo, ma non rimuovono i suoi saldi pilastri. La piegatura teocratica e aggressiva dell’attuale governo – commenta uno dei firmatari, il card. Kurt Koch, prefetto del dicastero per la promozione dei cristiani in un’intervista – apre «un doloroso dilemma tra la solidarietà con il popolo ebraico e l’obbligo etico verso coloro che soffrono a Gaza». Ma questo non cancella l’impossibilità di «essere discepoli di Gesù Cristo e, allo stesso tempo, antisemiti».
Progressiva apertura interreligiosa
Il testo ripercorre rapidamente i pontificati post-conciliari per evidenziare la continuità e l’implementazione del dialogo con l’ebraismo e interreligioso.
Mi limito ad accennare un solo elemento per ciascuno papa.
Di Paolo VI ricordo l’istituzione del Segretariato per i non cristiani e l’avvio delle commissioni per i rapporti con l’ebraismo e l’islam.
Di Giovanni Paolo II lo storico incontro delle religioni ad Assisi (1986) e la visita alla sinagoga di Roma (1986).
Di Benedetto XVI il magistero contro la violenza giustificata dalle fedi.
Di Francesco l’apertura universale di Fratelli tutti e il documento di Abu Dhabi (2019).
Questi ultimi due testi costituiscono la massima apertura alle fedi del magistero cattolico che papa Leone sta confermando. Il testo registra l’apertura dei dialoghi ufficiali con induismo, buddhismo, jainismo, sikhismo, shintoismo, taoismo, confucianesimo e zoroastrismo.
Il frutto più evidente della svolta conciliare è la trasformazione dello sguardo credente per una cultura dell’incontro e l’affinamento del dialogo come elemento portante della comunicazione e dell’annuncio cristiano, nelle sue aree (le Chiese sorelle, le fedi abramitiche, le altre fedi e i non credenti) e nelle sue declinazioni (dialogo della vita, dell’azione, della teologia, dell’esperienza religiosa).
Le sfide
Permangono nel corpo ecclesiale incomprensioni e resistenze a partire dalla natura stessa del dialogo, fonte per alcuni di relativismo dottrinale. Più concretamente, in alcune aree mondiali i conflitti religiosi e le antiche ferite non sono risolti e la manipolazione politica delle fedi mina la possibilità del dialogo. In alcuni luoghi gruppi estremisti sottopongono i cristiani a vera persecuzione.
Per questo la scelta del dialogo richiede pazienza, pratica generosa e profondità spirituale. Soprattutto davanti alle pulsioni identitarie, alle chiusure etniche, ai fondamentalismi e alle manipolazioni politiche della religione.
Ma solo il dialogo assicura l’attrazione del cristianesimo e alimenta una società fraterna. «La difesa indisponente della propria posizione e il proselitismo come unica modalità di incontro con l’altro non hanno ormai più senso in un mondo che assomiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continuo fermento» (n. 54).
Il cammino propiziato dalla Nostra aetate è risultato impegnativo, fecondo e coerente. Per il futuro richiede fedeltà allo Spirito, speranza e coraggio.





