
Lo scorso 25 settembre, a Mantova, l’ingegner Michele Munafò, dirigente di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), ha incontrato un folto pubblico per parlare di consumo di suolo in Italia.
Per consumo di suolo si intende la copertura con mezzi artificiali (cemento, asfalto) del suolo naturale. In Italia ogni 30 secondi si consuma una superficie di suolo pari ad un appartamento da 80 m2; ogni giorno si consumano 230.000 m2 di suolo.
Un consumo non sostenibile
Il suolo è la prima vittima dell’urbanizzazione e della trasformazione del territorio da parte dell’uomo. Negli ultimi 10 anni, il consumo del suolo in Italia è raddoppiato, passando da 0,22% a 0,44% (in fig. 1 i dati dal 2016 al 2024), cioè oggi consumiamo suolo ad una velocità doppia rispetto a quella di 10 anni fa. Il consumo di suolo non è sostenibile. Invece, stiamo consumandone sempre di più, dimenticando che una crescita illimitata in un mondo limitato è insostenibile.
«Chi crede che la crescita possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista», diceva Kenneth Boulding (1910-1993), economista, filosofo, poeta e pacifista inglese.
La natura si sta deteriorando ad un ritmo senza precedenti, a causa dell’intervento umano. Un milione di specie viventi è a rischio di estinzione.

Fig.1. Variazione % annua di suolo consumato in Italia; ettari consumati all’anno (fonte ISPRA-SNPA).
Il suolo è un tesoro vivente che abbiamo sotto i nostri piedi, ricco di biodiversità. In un cucchiaio di suolo vi sono miliardi di organismi viventi. Senza suolo non c’è cibo. Senza suolo libero non esisteremmo. Ma il suolo è una risorsa limitata, indispensabile per la vita, ed è rinnovabile solo in tempi molto lunghi: per rigenerare uno strato dello spessore di 10 cm occorrono 2.000 anni. La perdita di questa risorsa è qualcosa che non possiamo permetterci. Certo, si possono ripristinare funzioni di suolo, ma non è semplice.
Cementificazione degli spazi
ISPRA monitora costantemente il suolo nel nostro paese, utilizzando anche immagini satellitari, con elaborazioni dei dati disponibili. Fornisce questi dati alle regioni e ai comuni in modo che possano adottare le opportune misure per tutelare il suolo e l’ambiente.
È possibile rimuovere le coperture artificiali del suolo per cercare di ripristinare, almeno in parte, alcune delle funzioni preesistenti. C’è qualche (raro) esempio virtuoso in questo senso: a Verona un parcheggio è stato trasformato in un parco urbano, con effetti positivi anche sul benessere delle persone.
In Italia il 7,17% del territorio è costituito da suolo consumato con coperture artificiali; percentuale, questa, molto superiore alla media europea che è del 4,4%.

Fig. 2. Consumo di suolo e coperture artificiali in Italia (fonte ISPRA-SNPA).
Il nostro territorio è molto diverso da quello di altri paesi europei: l’Italia presenta il 33% di montagna, il 40% di collina e il 27% di pianura. In certe zone, soprattutto in pianura, il consumo del suolo è ben superiore alla media nazionale e può raggiungere e superare il 30%. Lombardia (12,2%), Veneto (11,6%) e Campania (10,6%) sono le regioni che consumano più suolo.
Nel 98% dei comuni italiani si è registrato un aumento del consumo di suolo nel periodo 2006-2024. Nel comune di Mantova nell’anno 2022 si è registrato un picco di 43 ettari di nuove costruzioni.
In Italia è avvenuta una cementificazione anche in aree “deboli”, ad alta pericolosità idraulica – zone allagabili – e sismica. Si ricordino tutti i disastri in Emilia-Romagna.
I cambiamenti climatici
I cambiamenti climatici peggiorano la situazione. Quando piove molto si dice che le strade diventano fiumi. O forse sono i fiumi ad essere divenuti strade: tombinare i fiumi porta infatti al rischio di esondazioni, come gli avvenimenti recenti confermano.
Molto pericolosa è la situazione nelle zone soggette a frane, e tuttavia anche in queste aree, ben conosciute, si è continuato a costruire. C’è stata una forte sottovalutazione dei problemi del suolo: contro questa tendenza già si esprimeva Antonio Cederna (1921-1996), giornalista, ambientalista, politico e intellettuale che ha lottato con passione contro il saccheggio del nostro territorio, oltre 50 anni fa. Le coste italiane sono state devastate dal cemento, mentre si continua a costruire, anche in modo abusivo: in media è stato edificato il 25% delle zone costiere a circa 150 m dal mare.
Perciò, oggi, il fotovoltaico va installato dove il suolo è già stato consumato, ossia sui tetti degli edifici e sulle pensiline dei parcheggi, non a terra: ne avremmo a sufficienza per il nostro fabbisogno energetico, senza consumare altro suolo. In Francia, ad esempio, vige una legge che obbliga i proprietari dei parcheggi di una certa dimensione a ricoprirli con pannelli fotovoltaici: così si possono anche immediatamente ricaricare le batterie delle auto elettriche, evitando di impiantare parchi di batterie, consumando altro suolo.
Invece, da noi, in Italia, si sono seguite altre strade. Per lo svolgimento degli ultimi Giochi Olimpici invernali si è dato luogo ad un notevole consumo di suolo per un uso temporale molto limitato. Anche quando si impiegano le energie rinnovabili, non sempre lo si fa nel modo migliore: a Montalto di Castro è stato costruito un parco fotovoltaico a terra che occupa una superficie superiore a quella occupata dalle case del paese.
Tra le cause del consumo di suolo non si può certo considerare la crescita demografica. A fronte di una popolazione italiana stabile o in diminuzione nel tempo, si assiste ad un crescente consumo: nel periodo 2006-2018 tale consumo è cresciuto di 6 m²/abitante, mentre nel periodo 2018-2024 l’incremento è stato di 18 m²/abitante.
Sfruttare le aree dismesse
Su aree che sono state agricole si costruiscono sempre più poli logistici per l’e-commerce che richiedono superfici sempre più estese; aumentano i centri commerciali, che si raggiungono solo in auto; aumentano le superfici destinate ai data center per l’intelligenza artificiale; crescono le aree dedicate all’edificazione di nuovi quartieri, mentre aumentano gli appartamenti vuoti.
In Italia abbiamo quasi il 30% di abitazioni vuote, mentre in Germania è il 4,4% e in Francia il 7,8%. Per le nuove costruzioni non si sfruttano le aree dismesse, ma si occupa nuovo suolo: e questa è una perdita secca per la popolazione e per l’ambiente.
La natura e il suolo forniscono, invece, quei servizi ecosistemici che rendono più vivibile il territorio, con il ciclo dell’acqua e quello del carbonio. Mentre il suolo impermeabilizzato favorisce alluvioni e frane. Parliamo così di “bombe d’acqua”, ma sarebbe meglio chiamarle “bombe di cemento”.
Qualche considerazione sulle temperature: quest’anno abbiamo avuto un’estate particolarmente calda, ma sarà forse ricordata come la più fresca dei prossimi 30 anni. D’estate, le città diventano isole di calore: le case e le costruzioni in cemento fungono da termosifoni sotto l’irradiazione del sole. In piena estate, a fronte di una temperatura di 36°C nelle aree non costruite, si è misurata, in contemporanea e nello stesso luogo, una temperatura di 42°C nelle zone costruite; lo sbalzo termico tra le due aree può raggiungere i 10°C.
In termini economici possiamo parlare di “debito ecologico”. Nel periodo 2006-2024, in Italia, la cementificazione e la perdita dei servizi ecosistemici ha prodotto un danno di 10 miliardi di euro all’anno, a causa delle perdite in agricoltura, della necessità di installare impianti per il raffrescamento e di costruire bacini di laminazione nei quali convogliare gli eccessi d’acqua nelle alluvioni. Quindi, il consumo di suolo e il cambiamento climatico costano pesantemente alla collettività.
Incrementare le iniziative virtuose
Il Green Deal dell’Unione Europea ha portato, nel 2024, ad un importante regolamento di tutela e di rispristino della natura, la Nature Restoration Regulation. Si calcola che 1€ speso per difendere e ripristinare la natura porti un vantaggio da 4€ fino a 38€ per la collettività. La natura è più efficace delle nostre azioni. Gli alberi sono molto efficienti nel mitigare i danni del cambiamento climatico. Per questo, dobbiamo ripristinare la natura e riportarla dove è stata distrutta: nelle campagne, nelle arre forestali, nei centri abitati, nei fiumi e nei laghi, nei mari.
L’articolo 8 del Regolamento europeo – di per sé superiore alle leggi nazionali – stabilisce obblighi vincolanti per tutti gli stati membri della UE: dal 2024 al 2030 nelle città non è possibile diminuire gli spazi coperti da vegetazione e, dal 2030 in poi, le zone verdi dovranno aumentare.
Invece, nel 2024, in Italia, abbiamo perso 4.000 ettari di spazi verdi e rischiamo perciò una procedura di infrazione. A seguito del citato Regolamento, l’Italia si sta dotando di un Piano Nazionale di Ripristino (PNR) la cui bozza è stata inviata il 25/09/2026 alla Commissione UE. Questa bozza purtroppo non tiene conto di molte indicazioni fornite da ISPRA su richiesta del governo.
Non dimentichiamo che la nostra Costituzione, all’art. 9, afferma che lo Stato «tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali».
E all’art. 41: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni, perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali».
La Commissione Europea nel 2021 affermava che «Terreni e suoli sono risorse fragili e limitate, soggette alla pressione di una sempre crescente ricerca di spazio: l’espansione urbana e l’impermeabilizzazione del suolo consumano la natura e trasformano preziosi ecosistemi in deserti di cemento».
Nel lontano 1967, Antonio Cederna (1921-1996) così si esprimeva, profeticamente: «Ora dobbiamo scegliere: o vogliamo continuare a considerare il suolo nazionale come una terra di conquista da parte di forze che non hanno nulla da spartire con l’interesse generale, o ci decidiamo ad adottare tutti quegli strumenti che la cultura e le scienze moderne possono metterci a disposizione per un ordinato assetto del nostro territorio».
Per approfondire la questione si può leggere il rapporto ISPRA-SNPA del 2025 dal titolo Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, reperibile in:
https://www.agendatecnica.it/wp/wp-content/uploads/2025/10/Consumo_di_suolo_2025_sintesi.pdf






Un problema, quello della cementificazione del suolo, di cui in Italia si parla già da tempo. Ricordo un volume di una decina di anni fa, dal titolo emblematico: “La colata”.
La speculazione edilizia, e dunque gli interessi che si annidano dietro la trasformazione dei suoli da destinazione agricola a edificabile, è uno dei fattori di questo avanzamento del cemento. Occorrerebbe imporre di edificare in zone industriali dismesse, o comunque lì dove il terreno è già stato sacrificato, come giustamente accennato nell’articolo. Inoltre occorrerebbe un serio piano casa, evitando altresì di trasformare di fatto molti quartieri delle nostre città in mega strutture alberghiere (Bed and Breakfast, hotel, etc) a scapito della popolazione locale, costretta ad andare ad abitare in nuove zone più periferiche.
In Italia vi sono 200.000 ettari di suolo fertile coltivati per produrre biocarburanti (energia) in modo assolutamente inefficiente. Questo è un l’uso scriteriato del suolo che inquina, distrugge l’ambiente e la salute della popolazione. Pannelli fotovoltaici a terra su una 100ª parte di quel suolo produrrebbero la stessa quantità di energia in modo molto più salutare.
“Perciò, oggi, il fotovoltaico va installato dove il suolo è già stato consumato, ossia sui tetti degli edifici e sulle pensiline dei parcheggi, non a terra: ne avremmo a sufficienza per il nostro fabbisogno energetico, senza consumare altro suolo.” Il fotovoltaico non “consuma” il suolo, lo usa senza distruggerlo. La pioggia si infiltra, la vita vi continua, anzi se ben progettato e gestito l’impianto a terra può diventare un’oasi di biodiversità. Inoltre se vogliamo veramente liberarci dai fossili e puntare al 100% rinnovabili le coperture già esistenti non bastano e il suolo va usato in piccola parte (meno dell’uno per cento) per fare corrente pulita.