
Fratelli, chi vi scrive è un prete che cerca Dio nelle ferite dell’uomo e non ha smesso di lasciarsi interrogare dal Vangelo.
Mi muove a scrivervi non la presunzione di avere risposte, ma il desiderio che ci accomuna di custodire vivo il Vangelo. Perché il suo fuoco non rimanga sotto la cenere delle nostre paure, dei silenzi e delle rassegnazioni, ma continui ad ardere, illuminando i nostri passi e riscaldando la vita delle persone che ci sono affidate. Per questo vi invito a far risuonare dentro di voi questa domanda: chi ci restituirà il fuoco?
Non quello delle candele sull’altare, non quello delle celebrazioni ben riuscite, non il fuoco delle parole che sappiamo pronunciare con voce ferma anche quando dentro ci abita la stanchezza. Parlo del fuoco che ardeva nel cuore dei discepoli sulla strada di Emmaus, quando ancora non sapevano dare un nome a quella presenza che camminava con loro.
Ci arde ancora il Vangelo, fratelli? O abbiamo imparato a custodirne le parole senza lasciarcene più ferire?
Corriamo. Da una chiesa all’altra, da un incontro a una riunione, da una scadenza a un’emergenza. Amministriamo sacramenti, organizziamo attività, rincorriamo problemi. E intanto, qualche volta, la nostra anima rimane indietro. La gente ci cerca, ma chi cerca noi? Siamo chiamati a consolare tutti, ma dove portiamo le nostre lacrime? Dobbiamo essere padri, fratelli, guide, testimoni. E quando non ce la facciamo più, quando il cuore si fa pesante, chi ci autorizza a essere semplicemente uomini?
Non siamo angeli travestiti da preti. Siamo uomini raggiunti da una chiamata, non sottratti alla condizione umana. Abbiamo una carne che si stanca, una mente che può ammalarsi, un cuore che conosce la paura, una solitudine che talvolta diventa abisso.
Eppure, quante volte ci siamo sentiti obbligati a nascondere le crepe, come se ammettere la fragilità significasse tradire la vocazione! Abbiamo indossato la maschera dell’uomo che sa sempre cosa fare, che non dubita, che non cade. Ma Dio non ci ha chiamati a recitare la parte degli invulnerabili. Ci ha chiamati a seguirlo, anche quando la strada attraversa la notte.
La verità del cuore
C’è una stagione della vita in cui si crede che basti una promessa per mettere a tacere la carne, che basti un voto per addomesticare il desiderio, che basti salire all’altare perché il corpo dimentichi di essere corpo. Ma il corpo non dimentica. E il cuore non firma rinunce senza continuare a domandare amore.
Anche il prete può innamorarsi. Anche dopo l’ordinazione può sentire una presenza farsi necessaria, un volto abitargli i pensieri, una voce risvegliargli tenerezze che credeva sopite. Non è il Vangelo a scandalizzarsi della nostra umanità. È piuttosto una certa immagine disumana della vocazione ad avere paura che il prete resti uomo.
Il celibato non è un incantesimo. Non cancella la sessualità, non spegne il desiderio, non immunizza dalla solitudine. È una scelta che va rinnovata nella verità dei giorni, dentro una carne che continua a fremere, una sensibilità che domanda ascolto, un bisogno di intimità che non si lascia seppellire sotto le vesti liturgiche. E guai a confondere la continenza con l’assenza di desiderio: il desiderio negato non muore necessariamente; talvolta si nasconde, si deforma, cerca passaggi clandestini, fino a diventare una prigione per chi non ha imparato a riconoscerlo. Non è la sessualità a essere nemica della vocazione; è la menzogna sulla propria sessualità a poterla ferire.
Quanti seminaristi sono cresciuti pensando che diventare preti significasse non essere più attraversati dalle inquietudini degli altri uomini! Quanti hanno imparato a tacere, anziché a discernere; a vergognarsi, anziché a comprendere; a nascondere, anziché a consegnare alla luce le proprie fragilità! E così, qualche volta, dietro una compostezza impeccabile si è consumata una guerra silenziosa, combattuta senza testimoni, senza parole, senza quella mano fraterna che avrebbe potuto impedire alla ferita di diventare abisso.
La Chiesa deve avere il coraggio di guardare in faccia questa realtà. Non per abbassare la radicalità del Vangelo, ma per sottrarla alla caricatura di una perfezione senz’anima. La formazione sacerdotale non può accontentarsi di insegnare che cosa è proibito; deve aiutare a comprendere che cosa accade dentro una persona. Deve offrire gli strumenti delle scienze umane, la possibilità di un accompagnamento competente, spazi nei quali parlare senza essere immediatamente condannati. Perché ciò che non viene riconosciuto difficilmente può essere governato; ciò che viene affidato alla verità può diventare occasione di maturazione.
E non basta dire al prete: prega di più. La preghiera non è una formula magica che dispensa dal conoscere sé stessi, dal chiedere aiuto, dal sottoporsi, quando occorre, a un percorso terapeutico. La grazia non umilia la natura, non la scavalca, non le impone di tacere: la raggiunge là dove essa è ferita, la accompagna nella sua fatica, le restituisce, per quanto possibile, libertà e responsabilità.
Ci sono dipendenze che incatenano, abitudini che divorano la libertà, relazioni clandestine che dividono l’esistenza in due vite inconciliabili. Ci sono solitudini che diventano voragini e fragilità che, se negate, possono trasformarsi in sofferenza per sé e per gli altri.
Il problema, allora, non è costruire preti senza ombre. È formare uomini capaci di stare nella luce anche quando scoprono le proprie ombre. Uomini che non abbiano bisogno di recitare la parte degli impeccabili, che sappiano chiedere aiuto prima che la sofferenza diventi devastazione, che non scambino la propria autorità con un diritto sul corpo o sulla coscienza degli altri.
Perché la castità non è il cadavere del desiderio. È il suo lento apprendistato all’amore. Non è il rifiuto della tenerezza, ma la ricerca di una tenerezza che non possieda; non è la paura dell’altro, ma la libertà di incontrarlo senza farne un rimedio alla propria solitudine. E questo cammino non si compie una volta per tutte nel giorno dell’ordinazione. Si compie ogni giorno, tra cadute e riprese, nella preghiera, nell’amicizia, nella fraternità, nella capacità di abitare la propria umanità senza esserne schiavi.
Il peccato più pericoloso è quello che ci persuade di non poter più ricominciare, che ci chiude nella menzogna, che ci fa credere indegni di essere aiutati e amati.
Un prete non dovrebbe mai essere costretto a scegliere tra la verità di sé e la possibilità di essere accolto. Dovrebbe poter dire: «Sono in difficoltà», senza sentirsi immediatamente espulso dalla fraternità; «Ho bisogno di aiuto», senza temere che la sua fragilità diventi un marchio indelebile. E chi lo accompagna dovrà avere il coraggio di distinguere, di discernere, di sostenere, ma anche di porre limiti chiari quando sono in gioco la fedeltà agli impegni, la libertà delle persone e la tutela dei più vulnerabili. La Chiesa non ha bisogno di preti che fingano di non avere ferite, ma di uomini che non facciano delle proprie ferite un’arma contro gli altri.
Forse è proprio qui che la vocazione ritrova il suo respiro: non nell’illusione di essere diventati angeli, ma nell’umiltà di restare uomini raggiunti dalla grazia. Uomini che conoscono il peso della propria fragilità e per questo non si arrogano il diritto di giudicare dall’alto; uomini che sanno quanto sia difficile essere fedeli e per questo non banalizzano la fedeltà; uomini che hanno imparato a chiedere una mano e, proprio per questo, sanno tendere la propria.
Il Vangelo non ci chiede di smettere di essere umani. Ci chiede di non smettere di convertirci. E se il nostro cuore è ancora inquieto, se il desiderio ci mette alla prova, se qualche volta la notte sembra più lunga della speranza, non consegniamoci alla vergogna come a una condanna. Cerchiamo un fratello, una parola competente, una presenza affidabile. Torniamo alla luce.
Perché la santità non è una carne che non trema. È una vita che, pur tremando, non rinuncia alla verità e continua a cercare l’amore. E Dio, forse, ci aspetta proprio là: non dietro la maschera del prete perfetto, ma nella povera casa della nostra umanità, dove finalmente smettiamo di nasconderci e impariamo, ancora una volta, a ricominciare.
Non siamo macchine consacrate
Abbiamo trasformato, qualche volta, la vocazione in una macchina che non deve fermarsi. Se un’attività manca, ne inventiamo un’altra; se una comunità si svuota, moltiplichiamo le iniziative; se la gente si allontana, ci domandiamo che cosa non abbia funzionato nella nostra organizzazione.
Ma chi ci ha detto che il Vangelo si salva aumentando il numero delle cose da fare? Forse dovremmo fermarci, sedere sulla soglia di una chiesa, ascoltare il silenzio, lasciare che il Signore ci domandi: «Che ne hai fatto di tuo fratello? E che ne hai fatto di te stesso?».
Non tutto dipende da noi. Non siamo il Messia, e guai a comportarci come se lo fossimo. La parrocchia non è una nostra proprietà, il popolo di Dio non è una nostra opera, la fede non è un prodotto che dobbiamo mantenere sul mercato. Siamo servi, non padroni. E un servo non è meno fedele perché riconosce il proprio limite.
La solitudine non è una virtù
Fratelli, non abituiamoci a essere soli. C’è una solitudine che accompagna ogni vocazione: nessuno può credere al nostro posto, nessuno può attraversare al posto nostro la notte della coscienza. Ma c’è anche una solitudine costruita, istituzionale, perfino benedetta con parole spirituali: quella che ci lascia senza ascolto, senza confronto, senza qualcuno a cui poter dire che siamo stanchi.
Ci sono preti che continuano a celebrare mentre dentro si stanno spegnendo. Preti che sorridono in pubblico e piangono quando la porta della canonica si chiude. Preti che non chiedono aiuto perché temono di essere giudicati inadatti al ministero.
E noi, fratelli, impariamo a cercarci. Non soltanto per organizzare, discutere, programmare. Cerchiamoci per sapere come stiamo. Per condividere una tavola, una preghiera, una paura. Perché nessuno debba precipitare nel silenzio senza che un altro se ne accorga.
Vescovi dal cuore fraterno
Una Chiesa che chiede ai suoi preti di farsi carico delle ferite del mondo non può lasciare che i suoi preti sanguinino in solitudine. Non può predicare la prossimità e praticare la distanza, annunciare la fraternità e dimenticare i fratelli.
Il vescovo non sia soltanto l’uomo delle nomine, delle firme, degli incarichi distribuiti come pesi sulle spalle degli altri. Sia soprattutto un uomo capace di bussare a una porta senza avere nulla da chiedere, se non come stai; di sedersi accanto a un fratello senza consultare l’orologio; di ascoltare un dolore senza affrettarsi a imbavagliarlo con una soluzione. Perché certe ferite non domandano risposte: domandano una presenza. E talvolta la grazia più grande è qualcuno che rimane, quando tutti hanno già trovato una ragione per andarsene.
E allora, prima di scegliere un vescovo, bisognerebbe domandarsi non soltanto quanto sappia di teologia, quanto sia stimato, quanto sia capace di governare, ma se sappia amare i suoi preti. Se conosca l’arte difficile di essere fratello e padre senza diventare padrone; se sappia riconoscere, sotto la veste del ministro, la carne fragile di un uomo. La cultura è necessaria, la sapienza è preziosa, l’organizzazione può essere utile. Ma chi non sa incontrare un fratello, come potrà custodirlo? Chi non sa accendere un poco di speranza nel cuore di un prete stanco, come potrà annunciare la gioia del Vangelo?
Ci sono uomini timidi, incapaci di avvicinarsi; altri che guardano dall’alto, come se l’ordinazione episcopale li avesse sottratti alla comune povertà degli uomini; altri ancora che scambiano il governo per amministrazione e la comunione per obbedienza. E così la Chiesa si riempie di procedure, mentre si svuotano le relazioni; si moltiplicano le verifiche, mentre nessuno domanda più conto delle lacrime. E se chi dovrebbe incoraggiare vive senza entusiasmo, se chi dovrebbe sostenere non sa più trasmettere fiducia, la tristezza diventa contagiosa, la rassegnazione si fa sistema, il ministero si arresta proprio là dove dovrebbe aprirsi una strada.
E il danno non rimane dentro le mura delle canoniche o dei palazzi episcopali. Arriva al popolo, impoverisce l’annuncio, spegne la profezia. Perché un prete lasciato solo può continuare a celebrare, a predicare, a compiere ogni giorno i suoi doveri; ma nessuno può sapere quanto Vangelo si perda quando un uomo è costretto a servire senza sentirsi custodito.
E c’è una responsabilità ancora più grave: quella di chi sceglie, propone, nomina. Non basta riconoscere in un sacerdote le qualità necessarie per diventare vescovo; occorre discernere se possieda anche il cuore necessario. E quando una scelta si rivela inadeguata, bisogna avere l’umiltà evangelica di riconoscerlo. L’autorità non si disonora ammettendo un errore: si impoverisce quando, per difendere la propria infallibilità, lascia che altri ne portino il peso per anni.
Perché un vescovo non è chiamato anzitutto a essere un uomo di potere, ma un uomo di comunione. Non uno che sappia soltanto indicare ai fratelli la strada, ma uno che sia disposto a percorrerla con loro, soprattutto quando si fa buia.
E forse, nel giorno in cui saremo giudicati sull’amore, non ci verrà chiesto quante nomine abbiamo firmato, quanti problemi abbiamo risolto, quanti risultati abbiamo ottenuto. Ci sarà chiesto se abbiamo riconosciuto il fratello quando era caduto, se abbiamo ascoltato il suo grido quando non aveva più voce, se abbiamo saputo custodire la fragile fiamma di una vocazione minacciata dalla solitudine.
Perché non c’è evangelizzazione senza fraternità, non c’è autorità evangelica senza compassione, non c’è Chiesa credibile se chi annuncia la misericordia non trova, nella propria casa, qualcuno disposto a usarne con lui.
Quando il dolore diventa notte
Anche un prete può arrivare al punto in cui vivere diventa insopportabile. Anche un prete può ammalarsi di depressione, esaurirsi, perdere il senso delle cose, non trovare più una porta aperta.
I suicidi di presbiteri ci consegnano una domanda tremenda. Non autorizzano spiegazioni facili, né permettono di ricondurre storie diverse a un’unica causa. Ma ci obbligano a guardare il dolore senza distogliere gli occhi.
Quante volte abbiamo confuso la fedeltà con il resistere a ogni costo? Quante volte abbiamo chiamato croce ciò che chiedeva, invece, una cura? Quante volte abbiamo spiritualizzato una sofferenza che aveva bisogno anche di ascolto competente, di un accompagnamento psicologico, di una pausa, di una mano tesa?
La preghiera non è un alibi per trascurare la cura. La grazia non ci rende immuni dalla malattia. La fede non ci proibisce di chiedere aiuto.
Se un fratello ci dice che non ce la fa più, non rispondiamogli con una predica. Se non trova più ragioni per alzarsi al mattino, non chiediamogli anzitutto di essere un prete migliore. Sediamoci accanto a lui. Ascoltiamo. Cerchiamo insieme un aiuto adeguato. Talvolta la prima forma di evangelizzazione è impedire che qualcuno rimanga solo davanti al proprio buio.
Gli abusi: il Vangelo non copre le ferite
Ma dobbiamo parlare anche di un’altra notte. Una notte che non può essere confusa con la sofferenza di chi è stato ferito: quella delle vittime degli abusi. Non possiamo invocare la fragilità del prete per oscurare il dolore di chi ha subito violenza. Non possiamo trasformare la misericordia in una coperta gettata sopra la verità. Non possiamo chiedere alla vittima di comprendere, perdonare, tacere, ricominciare per consentire alla comunità di sentirsi nuovamente tranquilla.
La prima persona da custodire è chi è stato ferito. Ci sono ferite che durano anni, talvolta una vita intera. Ci sono parole che non riescono a essere pronunciate, memorie che ritornano, fiducia distrutta, innocenza violata. E quando l’abuso è compiuto da un presbitero, il tradimento può raggiungere anche il volto stesso di Dio, perché il male è stato commesso da chi avrebbe dovuto annunciarne la bontà.
Non bastano il dolore del colpevole, la sua vergogna, le sue lacrime. Non basta dire che anche lui soffre. La sofferenza di chi ha commesso il male non cancella quella di chi lo ha subito.
Occorrono verità, ascolto, denuncia quando dovuta, collaborazione con le autorità civili, giustizia, prevenzione e protezione effettiva dei minori e delle persone vulnerabili. Occorre riconoscere il male senza attenuarlo, senza cercare attenuanti spirituali, senza rifugiarsi dietro il prestigio dell’abito. E occorre vigilare sul rischio che il danno si ripeta.
La conversione non è una parola pronunciata per tornare rapidamente al posto di prima. È un cammino esigente di verità e responsabilità, che deve misurarsi anche con le conseguenze delle proprie azioni. La Chiesa non onora il sacerdozio nascondendo i peccati dei presbiteri. Lo onora quando ha il coraggio di mettere la verità al di sopra della reputazione.
Misericordia non significa impunità
E tuttavia, fratelli, non consegniamo nessun essere umano alla disperazione, come se il male commesso fosse l’ultima parola sulla sua esistenza. In questi anni è entrata prepotentemente nel linguaggio ecclesiale, fino a trovare spazio anche nel magistero, l’espressione tolleranza zero. Comprendo la necessità di spezzare ogni complicità, di sottrarre le vittime al silenzio, di impedire che gli abusi vengano coperti o minimizzati.
Ma mi domando: la tolleranza zero è davvero la parola più evangelica che sappiamo pronunciare? Non rischia, almeno quando diventa uno slogan assoluto, di confondere la fermezza della giustizia con la rinuncia a ogni possibilità di redenzione? Il Vangelo non conosce la complicità con il male, ma neppure si rassegna a identificare per sempre l’uomo con il male che ha compiuto.
Non si tratta di mettere sullo stesso piano vittime e autori, né di addolcire le responsabilità, né di spalancare le porte a un ritorno indiscriminato al ministero. La sofferenza di chi ha subito un abuso viene prima di ogni nostra preoccupazione istituzionale; la sua voce va ascoltata, la sua dignità difesa, la sua sicurezza garantita. La giustizia deve fare il suo corso. E proprio perché il male è grave, non possiamo permetterci né il silenzio né la superficialità.
Ma una domanda continua a inquietarmi: se la Chiesa annuncia la possibilità della conversione per tutti, può dichiarare qualcuno definitivamente escluso da ogni possibilità di trasformazione? Se il peccato non è mai l’ultima parola di Dio sull’uomo, possiamo noi trasformare una formula disciplinare in una sentenza sull’intera esistenza di una persona?
Anche nelle vite devastate dalla colpa può aprirsi, faticosamente, un cammino di verità. Non un percorso per cancellare il passato, non una scorciatoia per recuperare privilegi, non una garanzia di reintegrazione. Un cammino che comincia quando si smette di negare, quando si riconosce il male senza attenuanti, quando si accettano le conseguenze delle proprie azioni e si rinuncia a tutto ciò che potrebbe esporre altri al pericolo.
Anche un presbitero che ha commesso un reato può avere bisogno di accompagnamento umano e spirituale. Non per essere sottratto alla giustizia, ma perché la giustizia non venga scambiata con l’abbandono della persona. Questo accompagnamento esige rigore, rispetto delle disposizioni civili e canoniche, protezione effettiva dei minori e delle persone vulnerabili. Esige soprattutto che la cura dell’autore non diventi mai un nuovo peso imposto alla vittima.
Non ogni misericordia restituisce un incarico. Non ogni conversione comporta il ritorno al ministero. Non ogni riconciliazione significa riprendere le relazioni di prima. E nessuna vittima deve essere costretta a incontrare, perdonare o riconciliarsi con chi le ha fatto del male.
Ma allora, fratelli, quale parola ci resta? Forse proprio quella più difficile: una misericordia che non copre, una giustizia che non si vendica, una verità che non umilia per il gusto di umiliare, una responsabilità che non si sottrae alle conseguenze.
Il Vangelo non ci chiede di essere indulgenti con il male. Ci chiede qualcosa di più esigente: di non diventare prigionieri della sua stessa logica. Perché la misericordia non è impunità, ma neppure la giustizia evangelica può ridursi alla cancellazione dell’uomo colpevole. La misericordia non dimentica le vittime, non cancella le ferite, non pretende riconciliazioni impossibili. Tiene aperta, senza imporla a nessuno, la possibilità che anche una vita ferita dalla propria colpa possa essere raggiunta dalla verità e cambiare direzione.
Forse è qui che si misura la differenza cristiana: non nel negare la gravità del male, ma nel rifiutare che il male abbia l’ultima parola su chi lo ha compiuto.
Non facciamo della denuncia un tribunale sommario
Anche quando emergono accuse contro un presbitero, dobbiamo custodire la verità nella sua interezza. Il giornalismo ha una responsabilità essenziale: portare alla luce gli abusi, rompere il silenzio, impedire che il potere ecclesiastico si protegga da sé. Non si può chiedere ai giornalisti di tacere per salvare l’immagine della Chiesa.
Ma la denuncia pubblica non può diventare automaticamente una sentenza. La presunzione d’innocenza, il rispetto dei fatti, la distinzione tra accusa e condanna non sono privilegi clericali: sono esigenze di giustizia per ogni essere umano. La verità non ha bisogno né di insabbiamenti né di linciaggi.
Un presbitero accusato non deve essere abbandonato alla gogna; chi denuncia non deve essere intimidito o screditato; chi ha subito un abuso deve essere ascoltato e protetto. Le procedure devono essere serie, tempestive e trasparenti, senza confondere la tutela della persona con la difesa dell’istituzione.
E il vescovo non può limitarsi a gestire la crisi. Deve accompagnare, verificare, proteggere, assumere le responsabilità che gli competono. La comunione ecclesiale non consiste nel difenderci tutti, qualunque cosa accada. Consiste nel sottoporci tutti alla verità del Vangelo.
Non lasciamo che il ministero diventi una condanna
Ci sono preti che si sentono schiacciati da richieste senza fine. Comunità sempre più piccole, responsabilità sempre più numerose, adempimenti amministrativi, aspettative contraddittorie, un mondo che cambia e una Chiesa che talvolta fatica a cambiare con esso.
Non basta dire loro: «Abbi fede». La fede non è un ordine impartito a chi sta affondando. È una mano che si tende, una comunità che condivide il peso, una struttura che smette di pretendere l’impossibile.
Dobbiamo interrogarci sulle condizioni concrete del ministero. Sul lavoro che si accumula. Sulla distribuzione delle responsabilità. Sulla formazione permanente, che non può ridursi a qualche conferenza aggiunta al calendario.
Sulla possibilità di affidare ai laici compiti e decisioni reali, invece di invocarne la collaborazione e poi tenerli ai margini. Una Chiesa sinodale non può chiedere al prete di essere contemporaneamente direttore, amministratore, organizzatore, esperto di comunicazione, assistente sociale e presenza sempre disponibile.
Il presbitero non è un distributore di servizi religiosi. È un uomo chiamato a testimoniare che Dio non abbandona il suo popolo. E per testimoniare questa vicinanza deve poter abitare anche lui una comunità che lo sostenga.
La Chiesa non è una casa protetta dalla storia
Fratelli, il mondo fuori dalle nostre chiese non aspetta le nostre riunioni. Ci sono giovani che non trovano lavoro, famiglie che non arrivano alla fine del mese, anziani che vivono soli, migranti trattati come numeri, popoli sotto le bombe, persone che perdono la fiducia nelle istituzioni e persino nelle parole della democrazia.
E noi? Ci accontentiamo di conservare ciò che resta, o abbiamo ancora il coraggio di stare dalla parte di chi viene lasciato indietro? Il Vangelo non ci è stato consegnato per rendere più decorosa la nostra presenza nel mondo. Ci è stato consegnato per metterci in cammino, per inquietare le coscienze, per smascherare le idolatrie del denaro, del potere, del successo.
Non possiamo benedire la pace nelle nostre liturgie e poi abituarci alla guerra. Non possiamo predicare la dignità umana e restare indifferenti quando le persone vengono scartate. Non possiamo parlare di famiglia senza ascoltare le famiglie che soffrono, né parlare di giovani senza domandarci quale mondo stiamo lasciando loro.
Il prete non è chiamato a possedere risposte per tutto. È chiamato a non sottrarsi alle domande che feriscono la vita degli uomini e delle donne del suo tempo.
Torniamo alle periferie del cuore
Forse abbiamo bisogno di ritornare là dove il Vangelo è nato: lungo le strade, sulle soglie delle case, nelle stanze degli ammalati, nei luoghi dove la dignità umana viene calpestata.
Non per fare dei poveri uno strumento della nostra santificazione. Non per cercare in loro un’immagine edificante da raccontare nelle omelie. Ma per riconoscere che la nostra fede si lascia giudicare dall’incontro con chi non conta.
Il povero non è un tema pastorale. È un fratello. Il detenuto non è una pratica da sbrigare. È una persona. Il giovane arrabbiato non è soltanto un problema di ordine pubblico. È una domanda che la società adulta non può liquidare. E il prete ferito non è un fallimento da nascondere. È un fratello che ci chiede di ripensare la nostra maniera di essere Chiesa. Dove c’è un essere umano umiliato, lì il Vangelo ci precede. E se non siamo disposti a raggiungerlo, forse siamo noi ad aver smarrito la strada.
Non siamo il Messia
Dobbiamo imparare a lasciare spazio. La parrocchia non è il prolungamento della nostra personalità. La comunità non è chiamata a dipendere da noi per ogni cosa. I laici non sono collaboratori di un progetto già deciso altrove: sono battezzati, portatori di doni, responsabilità e discernimento.
Non temiamo di condividere il potere, di ascoltare il dissenso, di riconoscere che qualcuno può vedere ciò che noi non vediamo. La sinodalità non è una parola da esibire mentre le decisioni restano sempre nelle stesse mani.
Anche noi preti dobbiamo imparare a lasciarci evangelizzare. Non è umiliante cambiare idea. Non è una sconfitta chiedere consiglio. Non è una mancanza di autorità riconoscere un errore. L’autorità evangelica non si misura dalla distanza che gli altri devono mantenere da noi, ma dalla libertà che nasce quando ci incontrano. E forse il giorno in cui saremo meno indispensabili sarà il giorno in cui la comunità avrà cominciato davvero a crescere.
Fratelli, custodiamoci il fuoco
Fratelli, non vi scrivo perché immune dalla fatica e dalle mie notti. Non conosco tutte le vostre notti, non so il nome di ogni ferita che vi portate dentro. Ma so che nessuno dovrebbe essere costretto a nasconderla per paura di perdere la stima degli altri.
Custodiamoci il fuoco. Non alimentiamo la competizione, il sospetto, la maldicenza. Non trasformiamo le differenze in condanne. Non chiediamo a un fratello di essere forte quando ha bisogno di essere ascoltato. Non lasciamo che la vergogna impedisca di chiedere aiuto.
E, nello stesso tempo, non copriamo il male in nome della fraternità. La fraternità autentica non protegge l’abuso: protegge le persone, soprattutto le più vulnerabili. Non difende la reputazione a ogni costo: difende la verità. Non confonde il perdono con l’assenza di conseguenze.
Se un fratello cade, tendiamogli la mano senza negare il danno che può aver provocato. Se una vittima parla, ascoltiamola senza metterla sotto processo. Se un presbitero è accusato, cerchiamo la verità senza anticipare il giudizio. Se qualcuno non ce la fa più, non lasciamolo solo davanti alla notte.
E se siamo noi a non farcela, troviamo il coraggio di dirlo. Non dobbiamo salvare da soli la Chiesa. Non dobbiamo dimostrare ogni giorno di essere all’altezza di un’immagine impossibile. Dobbiamo tornare a Cristo, che non ci ha promesso una strada senza ferite, ma una presenza capace di attraversarle.
La domanda che ci resta
Alla fine, fratelli, non ci sarà chiesto quante riunioni abbiamo presieduto, quanti registri abbiamo compilato, quante iniziative abbiamo inaugurato.
Resta la domanda del Vangelo: abbiamo amato? Abbiamo saputo ascoltare? Abbiamo difeso chi non aveva voce? Abbiamo avuto il coraggio di dire la verità anche quando costava? Abbiamo custodito i piccoli? Abbiamo chiesto perdono quando abbiamo sbagliato? Abbiamo permesso a qualcuno di prendersi cura di noi? E soprattutto: abbiamo lasciato che Cristo fosse il centro, o abbiamo finito per mettere noi stessi al centro del suo nome?
Non è troppo tardi per ricominciare. Possiamo ancora spegnere qualche luce superflua per riconoscere quella necessaria. Possiamo ancora liberare il ministero da ciò che lo soffoca. Possiamo ancora costruire presbiteri in cui nessuno debba fingere di stare bene, comunità in cui il potere sia servizio, Chiese in cui la misericordia non abbia paura della giustizia.
Possiamo ancora tornare a essere uomini che annunciano una speranza non perché non conoscono il dolore, ma perché non vogliono che il dolore abbia l’ultima parola.
Fratelli, ci arde ancora il Vangelo? Se la fiamma si è fatta piccola, non vergogniamocene. Cerchiamo insieme la brace sotto la cenere. Ma non chiamiamo fuoco ciò che è soltanto fumo, e non chiediamo alle vittime di alimentare con il loro silenzio la nostra illusione di essere una Chiesa senza ferite.
Il fuoco del Vangelo illumina, riscalda, ma brucia anche le nostre menzogne.
Lasciamoci purificare. E quando la notte sarà lunga, quando il fratello sarà stanco, quando la comunità ci sembrerà lontana, quando il nostro stesso cuore non saprà più pregare, ricordiamoci che il Signore non ci ha chiamati perché fossimo invincibili.
Ci ha chiamati perché fossimo suoi. E perché, nella fragilità condivisa, nella verità cercata, nella giustizia praticata e nella misericordia che non abbandona nessuno, il mondo possa ancora intravedere qualcosa della sua luce. Non lasciamoci rubare il fuoco. E non lasciamo solo il fratello nella cui notte quel fuoco sembra essersi spento. Solo così potremo esclamare: che bello essere preti!
Ai preti che continuano a seminare nel campo difficile del mondo
Fratello,
non contare le chiese vuote,
conta le lacrime che hai raccolto,
il pane che hai diviso,
le porte che hai attraversato
portando il vento della consolazione.
Non contare i ragazzi che se ne sono andati,
ma quelli che, senza dirlo,
conservano ancora una tua parola
come un seme nella tasca.
Non misurare il Vangelo
con il metro delle presenze,
né la tua fatica
con il numero dei risultati.
La terra lavora al buio.
Anche il seme,
quando sembra morto,
prepara la sua rivolta verde.
Tu conosci le pietre:
quelle delle strade,
quelle degli altari,
quelle che ti crescono nel petto
quando nessuno ti domanda
se sei stanco,
se hai paura,
se qualche notte
anche tu cerchi una mano.
Non vergognarti, fratello,
della tua carne.
Sei fatto di pane e di desiderio,
di preghiere e di fame,
di cielo e di polvere.
Non sei una campana
condannata a suonare per sempre.
Anche il bronzo ha bisogno
del silenzio che lo riposa.
Cerca un amico.
Siediti alla sua tavola.
Lascia che conosca il tuo inverno.
Nessun albero si salva da solo
quando il vento abbatte la foresta.
E poi ritorna.
Non per difendere il tuo posto,
non per salvare le apparenze,
non per riempire un’agenda
che divora i giorni.
Ritorna là dove l’uomo è ferito,
dove la miseria ha il volto di una madre,
dove un vecchio aspetta una visita,
dove un giovane non sa
che cosa fare della propria rabbia.
Là il mondo ti consegna
il suo pane più amaro.
Spezzalo.
Forse non vedrai il raccolto.
Forse altri verranno
quando il tuo nome sarà polvere.
Non importa.
Il grano non domanda
chi lo raccoglierà.
La sorgente non trattiene
l’acqua per sé.
Il mare non chiede alla pioggia
da quale nuvola provenga.
Così sia anche il tuo amore:
libero, senza recinti, senza contabilità,
senza il rancore di chi ha dato molto
e si aspettava di essere amato.
Ma se una sera
la chiesa ti sembrerà troppo grande,
se il silenzio dell’altare
sarà più pesante della croce,
se Dio stesso ti sembrerà lontano,
esci.
La notte è piena di uomini
che non sanno pregare.
Cammina con loro.
E quando avrai finito le parole,
offri le mani.
Perché il Vangelo
non è una candela da custodire
sotto il vetro,
ma un fuoco da portare
nel freddo della terra.





